Passi tratti da “Il libro tibetano del vivere e del morire”

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Ars Moriendi

Premessa- I passi che seguono sono tratti da “Il libro tibetano del vivere e del morire” ( seconda edizione ) di Sogyal Rinpoche, pubblicato a cura di Patrick Gaffney e Andrew Harvey , da Ubaldini editore.

La preparazione alla morte – Quando ripenso al Tibet e alle morti di cui fui testimone laggiù, mi colpisce il ricordo della calma e dell’armonia che le circondavano. Questo genere di atmosfera, purtroppo, spesso viene a mancare in Occidente, ma gli ultimi vent’anni di esperienza mi hanno insegnato che con un po’ di immaginazione é possibile ricrearla. Sono convinto che, dove sia possibile, le persone debbano morire a casa, perché é a casa che ci si sente di solito più a proprio agio e in un ambiente familiare é più facile conseguire quella morte serena che i maestri buddhisti sempre raccomandano. Se però una persona é costretta a morire in ospedale , ci sono molte cose che voi, come suoi parenti, potete fare per rendere la morte il più possibile serena, trasformandola i una fonte di ispirazione per tutti. Portatele piante, fiori, fotografie di cose o persone care, disegni fatti dai figli e dai nipoti, un mangianastri e delle cassette di musica e, se si può, cibo preparato in casa. Forse potreste ottenere il permesso di portarle ogni tanto i bambini e, per i parenti, di passare la notte al suo capezzale.

Se il morente é buddhista o se comunque pratica una religione, gli amici potrebbero organizzare nella sua stanza come un piccolo altare, con immagini che lo ispirino. Ricordo un mio allievo, Reiner, che stava morendo in una stanza privata di un ospedale di Monaco. Gli avevano sistemato accanto un altare con le foto dei suoi maestri. Ne fui commosso, e sentii quanto profondamente Reiner fosse sostenuto da quell’atmosfera così ricreata. Gli insegnamenti buddhisti raccomandano di preparare un altare per le offerte quando una persona sta morendo, e vedendo la devozione e la pace mentale di Reiner compresi quanta forza il morente può trarne e come possa ispirarlo a fare della propria morte un momento sacro.

Quando la morte é prossima vi suggerisco di chiedere al personale ospedaliero di disturbare il meno possibile il morente e di sospendere le analisi. Spesso mi chiedono la mia opinione sulla morte nei reparti di terapia intensiva, e sono costretto a rispondere che stare in un reparto di rianimazione rende molto difficile morire in pace e quasi impossibile seguire una pratica spirituale al momento della morte. Il morente non dispone di nessuna intimità quando viene la fine, é collegato ai monitor e quando il respiro si arresta o il cuore cessa di battere scattano i tentativi per rianimarlo. Inoltre non c’é alcuna possibilità di lasciare il corpo indisturbato per un certo tempo dopo la morte, come invece raccomandano i maestri.

Se possibile, cercate di accordarvi con i medici perché vi avvertano quando non vi sono più speranze per il malato e, se questi lo desidera, chiedete che sia trasferito in una stanza privata, scollegando i monitor. Accertatevi che il personale conosca e rispetti i desideri del morente, specie se questi si oppone ai tentativi di rianimazione, e che sappia anche che il corpo va lasciato indisturbato il più a lungo possibile dopo la morte. Ovviamente in un ospedale moderno non si può lasciare il cadavere immobile per tre giorni com’era usanza in Tibet, ma bisognerebbe offrire al defunto tutto quello che può essere preservato in fatto di pace e silenzio, quale aiuto per iniziare il viaggio dopo la morte.

Accertatevi anche che, quando la persona entrerà nelle ultime fasi del morire, siano sospese tutte le iniezioni e ogni sorta di trattamenti invasivi. Possono infatti produrre rabbia, irritazione e dolore, mentre é assolutamente essenziale che, nei momenti che precedono la morte, la mente del morente sia il più possibile calma, come spiegherò meglio in seguito.

La maggior parte delle persone muore in stato di incoscienza. Dalle esperienze di premorte sappiamo che i pazienti in coma o i punto di morte possono essere molto più consapevoli dell’ambiente esterno di quanto solitamente supponiamo. Molti sono coloro che, di ritorno da un’esperienza di premorte, riferiscono di essere usciti dal corpo, stato che ha reso possibile una descrizione sorprendentemente accurata dell’ambiente circostante e, jn alcuni casi, addirittura di altre stanze dell’ospedale. Ciò indica quanto sia importante parlare spesso e in toni positivi a una persona in coma o in punto di morte. Occorre prodigare un accompagnamento consapevole, attento, attivo e pieno di amore fino agli ultimi istanti di vita e, come dimostrerò in seguito, anche dopo.

Una delle speranze che nutro per questo libro é che possa convincere i medici di tutto il mondo a considerare con la massima serietà la necessità di permettere al paziente di morire in silenzio e serenità. Desidero fare appello alla buona volontà della professione medica e spero ne tragga ispirazione per rendere la difficilissima transizione della morte quanto più possibile agevole, serena e indolore. Morire in pace é un diritto umano fondamentale, forse ancora più essenziale del diritto di voto o del diritto alla giustizia. Un diritto da cui, come sottolineano tutte le religioni, dipende in larga misura il benessere e il futuro spirituale del morente.

Non c’é carità più grande che aiutare una persona a morire bene.

Le varie fasi del processo del morire:

La prima fase : la dissoluzione esterna : i sensi e gli elementi

La dissoluzione esterna é la dissoluzione dei sensi e degli elementi.. Come la si esperisce esattamente nel momento della morte ?

La prima cosa di cui forse saremo consapevoli é il processo con cui i nostri sensi smetteranno di funzionare. Se le persone al nostro capezzale staranno parlando, verrà il momento in cui udremo le voci ma non distingueremo più le parole. Questo indicherà che la coscienza uditiva avrà smesso di funzionare. Quando, guardando un oggetto che avremo di fronte, ne vedremo i contorni ma non i particolari, significherà che avrà cominciato a indebolirsi la coscienza visiva. Lo stesso accadrà con le facoltà dell’odorato, del gusto e del tatto. L’affievolirsi delle esperienze sensoriali contrassegna la prima fase del processo di dissoluzione. Le quattro fasi seguenti contrassegnano le sequenze in cui si dissolvono gli elementi.

La terra-

Il corpo inizia a perdere vigore. Ci sentiamo svuotati di ogni energia, non riusciamo ad alzarci, a stare eretti o a tenere un oggetto in mano. La testa ha bisogno di un sostegno. Abbiamo la sensazione di cadere, di sprofondare sotto terra, o di essere schiacciati da un peso enorme; alcuni testi tradizionali dicono che é come se una montagna enorme ci pesasse addosso con tutta la sua massa. Ci sentiamo pesanti e qualunque posizione diventa scomoda. Può accadere di chiedere di essere tirati su, che ci mettano un cuscino più alto o ci tolgano le coperte. L’incarnato perde di colore e diventa pallido. Le guance si infossano e sui denti appaiono macchie scure. Aprire e chiudere gli occhi diventa sempre più difficile. A mano a mano che si dissolve l’aggregato della forma diventiamo più deboli e fragili. La mente é agitata e delirante e poi sprofonda nel torpore.

Questi segni indicano che l’elemento terra si sta riassorbendo nell’elemento acqua. Ciò significa che il vento connesso con l’elemento terra perde progressivamente la sua capacità di fornire un supporto alla coscienza, e la qualità dell’elemento acqua prende il sopravvento : la visione di un miraggio scintillante é il “segno segreto” che appare allora nella mente.

L’acqua.

Incominciamo a perdere il controllo dei fluidi corporei. I fluidi possono colare dal naso, dalla bocca e anche dagli occhi, può accadere di diventare incontinenti. Non riusciamo più a muovere la lingua e gli occhi si fanno asciutti. Le labbra sono contratte ed esangui, la bocca e la gola sono impastate e viscose. Il naso si assottiglia e incominciamo ad avere molta sete. Siamo presi da spasimi e tremiti. L’odore della morte inizia ad aleggiare attorno a noi. A mano a mano che l’aggregato delle sensazioni si dissolve, le sensazioni fisiche si affievoliscono oscillando tra dolore e piacere, caldo e freddo. La mente si annebbia, é frustrata, irritabile e nervosa. Alcuni testi dicono che avremo l’impressione di annegare nell’oceano o di essere trascinati via da un fiume immenso.

L’elemento acqua si dissolve nel fuoco, che diventa quindi il supporto dominante della coscienza. Il “segno segreto” sarà allora la visione di una foschia con turbinanti volute di fumo.

Il fuoco-

La bocca e il naso si inaridiscono completamente. A poco a poco si dilegua tutto il calore corporeo, di solito refluendo dai piedi e dalle mani verso il cuore. Dal punto coronale sulla sommità del capo può uscire un vapore caldo. Il respiro che passa dalla bocca e dal naso é freddo. Non riusciamo più a bere né a digerire alcunché. L’aggregato della percezione si dissolve e la mente oscilla tra lucidità e confusione. Non riusciamo a ricordare i nomi dei nostri cari e degli amici, e neppure a riconoscerli. Percepire l’ambiente circostante é sempre più difficile, perché suoni e immagini sono ormai confusi.

Scrive Kalu Rinpoce “L’esperienza interiore del morente é di essere consumato dalle fiamme o di trovarsi nel crepitare d’un incendio; forse avrà addirittura l’impressione che il mondo intero si consumi in un olocausto”.

L’elemnto fuoco si dissolve nell’elemento aria. Esso é infatti sempre meno in grado di fungere da base per la coscienza, mentre diviene sempre più manifesta la capacità dell’elemento aria a svolgere tale funzione. Il “segno segreto” , allora é costituito da scintille di un rosso luminoso che danzano come lucciole sopra le fiamme.

L’aria.

Respirare diventa sempre più difficoltoso. Sembra che l’aria ci sfugga dalla gola. La respirazione si fa rauca e ansimante. L’inspirazione si fa più breve e faticosa, mentre l’espirazione si allunga. Gli occhi si rovesciano all’indietro e siamo totalmente immobili. A mano a mano che l’aggregato dell’intelletto si dissolve, la mente é disorientata e perde coscienza del mondo esterno. Tutto si fa indistinto.

Continuiamo a riportare brani da “Il libro tibetano del vivere e del morire” di Sogyal Rinpoche. L’Autore dopo aver parlato della dissoluzione dei vari elementi del corpo (terra, acqua, aria, fuoco ) al momento della morte, passa a parlare della dissoluzione interna. Da ora in poi le parole sono di Rinpoche.

Nel processo della dissoluzione interna, durate il quale si dissolvono le emozioni e gli stati di pensiero grossolani e sottili, incontriamo quattro livelli di coscienza via via più sottili.

A questo punto il processo della morte rispecchia, inversamente, quello del concepimento. All’unione dello spermatozoo e dell’ovulo dei genitori, la nostra coscienza, sospinta dal karma, viene come aspirata fra i due. Durante lo sviluppo fetale, l’essenza paterna, un nucleo descritto come “bianco e pieno di beatitudine”, dimora nel chakra coronale alla sommità del capo, sopra al canale centrale. L’essenza materna, un nucleo “rosso e caldo”, dimora nel chakra che si dice sia situato quattro dita al di sotto dell’ombelico. E’ da queste due essenze che procedono le fasi successive della dissoluzione.

Con la scomparsa del vento che la manteneva al suo posto, la bianca essenza ereditata dal padre scende lungo il canale centrale in direzione del cuore. Il senso esterno é un’esperienza di “biancore”, come un cielo terso, illuminato dalla luce della luna. Il segno interno é che la consapevolezza si fa lucidissima e cessano tutti gli stati di pensiero derivanti dalla rabbia, trentatre in tutto. Questa fase é chiamata “apparenza”.

A questo punto con la scomparsa del vento che la manteneva al suo posto, l’essenza materna comincia a risalire lungo il canale centrale. Il segno esterno é un’esperienza “rosseggiante”, come il sole che sfolgora in un cielo terso. Il segno interno é un’esperienza di grande beatitudine, poiché cessano tutti gli stati di pensiero derivanti dal desiderio, quaranta in tutto. Questa fase é chiamata “accrescimento”.

Quando l’essenza rossa e quella bianca si incontrano nel cuore, la coscienza é imprigionata fra le due. Tulku Urgyen Rinpoche, un eminente maestro che viveva in Nepal, diceva: “Questa esperienza é simile all’incontro tra il cielo e la terra”. Il segno esterno é un’esperienza di “oscurità”, come un cielo vuoto immerso nel buio più assoluto. Il segno interno é uno stato mentale libero da pensieri. Cessano i sette stati di pensiero derivati dall’ignoranza e dall’illusione. Questa fase é chiamatacompleto conseguimento”.

Poi, appena torniamo ad essere lievemente coscienti, sorge l’alba della luminosità fondamentale, simile a un cielo intonso, libero da nubi, nebbia o foschia; é chiamato a volte “mente di chiara luce della morte”. Dice in proposito Sua Santità il Dalai Lama: “ Questa esperienza é la mente sottile più profonda. Noi la chiamiamo natura di buddha, la fonte autentica di ogni forma di coscienza. La sua continuità perdura anche nella buddhità”.

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A mano a mano che muoiono la collera, il desiderio e l’ignoranza, diventiamo sempre più puri. Alcuni maestri spiegano che, per un praticante dello Dzogchen, le fasi dell’apparenza, dell’accrescimento e del conseguimento sono segni del graduale manifestarsi del rigpa. A mano a mano che muore tutto ciò che oscura la natura della mente, la chiarezza del rigpa comincia pian piano ad apparire e ad aumentare. L’intero processo diventa un dispiegarsi dello stato di luminosità, collegato al riconoscimento della chiarezza del rigpa da parte del praticante.

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L’alba della luminosità fondamentale, o chiara luce, che sorge nel momento della morte é l’occasione di liberazione per eccellenza. Bisogna però conoscere i termini entro i quali questa possibilità ci é data.

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Anche se tutti noi faremo l’esperienza spontanea della luminosità fondamentale, la maggior parte di noi é del tutto impreparata a una tale enorme immensità, la maggior parte di noi non avrà semplicemente i mezzi per riconoscerla, non avendo sviluppato, in vita, alcuna dimestichezza con essi. Di conseguenza tenderemo a reagire istintivamente sulla scorta delle nostre vecchie paure e abitudini, secondo i vecchi riflessi e i condizionamenti del passato. Quantunque le emozioni negative debbano essersi dissolte perché la luminosità possa manifestarsi, persistono le abitudini acquisite nel corso di tante vite, celate dietro le quinte della mente ordinaria. Sebbene con la morte muoia anche la confusione, paura e ignoranza fanno sì che, invece di aprirci alla luminosità e di abbandonarci ad essa, ci ritraiamo e di nuovo ci aggrappiamo istintivamente, alla nostra percezione dualistica.

E’ questo che ci ostacola e ci impedisce di approfittare veramente dell’occasione di liberazione offertaci da questo momento cruciale.

La durata della luminosità fondamentale.

Spunta l’alba della luminosità fondamentale; nel caso di un praticante, l’esperienza durerà tanto quanto questi é capace di dimorare, senza farsi distrarre, nella natura della mente. Per quasi tutti noi, non durerà più di uno schiocco di dita. Per altri, dicono i maestri, durerà quanto occorre per consumare un pasto. Ma la stragrande maggioranza delle persone non la riconosce affatto e cade in uno stato di incoscienza, che può protrarsi per tre giorni e mezzo. Dopodiché, infine, la coscienza abbandona il corpo.

Da qui deriva l’usanza tibetana di evitare che il corpo sia toccato o disturbato nei primi tre giorni dopo la morte, fatto fondamentale soprattutto quando si tratta di un praticante, che potrebbe essersi fuso con la luminosità fondamentale e dunque dimorare nella natura della mente. Ricordo che in Tibet tutti facevano ben attenzione a mantenere il silenzio e un’atmosfera di pace attorno al corpo, soprattutto se si trattava di un grande maestro o di un grande praticante, per evitare di arrecargli anche il minimo disturbo.

Persino il corpo di una persona comune non viene perlopiù spostato prima che siano trascorsi tre giorni, perché non si può mai sapere se costei ha conseguito o no la realizzazione, né in quale momento la coscienza abbandoni il corpo. Si crede che toccare il corpo in un punto, ad esempio praticando un’iniezione, possa attirare verso quel punto la coscienza, la quale rischierebbe di uscire dall’orifizio più vicino invece che dalla fontanella, andando incontro ad una rinascita sfavorevole .

(….) A rigor di logica, quindi, sarebbe meglio che autopsie e cremazioni avvenissero solo dopo tre giorni.

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La luminosità intrinseca

Quando, nel momento della morte, sorge l’alba della luminosità fondamentale, un praticante esperto mantiene la piena consapevolezza e si fonde con essa conseguendo così la liberazione. Se invece la luminosità fondamentale non viene riconosciuta , si entra nel bardo successivo: il bardo luminoso della dharmata.(……..) Il bardo della dharmata presenta quattro fasi, ciascuna delle quali offre un’opportunità di liberazione. (………………………………………………………………………………………………..)

1) Luminosità : il paesaggio di luce.

Nel bardo della dharmata assumete un corpo di luce. La prima fase corrisponde al momento in cui “lo spazio si dissolve i luminosità”. Improvvisamente diventate consapevoli di un vibrante mondo fluido di suoni, luci e colori. Le forme ordinarie del nostro ambiente abituale si fondono in un onnipervadente paesaggio di luce: é scintillante e radioso, trasparente e multicolore, non delimitato da dimensioni o direzioni, luccicante e in continuo movimento. Il Libro tibetano dei morti lo descrive come un “miraggio in una torrida pianura estiva”. I suoi colori sono la naturale espressione delle qualità elementali e intrinseche della mente: lo spazio é percepito come luce blu, l’acqua come luce bianca, la terra come luce gialla, il fuoco come luce rossa e l’aria come luce verde.

La stabilità delle abbaglianti manifestazioni luminose del bardo della dharmata dipenderà unicamente dalla stabilità raggiunta nella pratica del togal . Solo una reale padronanza del togal vi permetterà di rendere stabile tale esperienza in modo da usarla come strumento di liberazione. Altrimenti il bardo della dharmata vi balenerà davanti come un lampo e non vi accorgerete neppure che si é manifestato. (………………………………………………………………………………)

2. Unione: le deità.

Se non riuscite a riconoscere tutto ciò come manifestazione spontanea del rigpa, i raggi luminosi e i colori semplici iniziano a comporsi tra loro e a fondersi in punti o sfere luminose di varie dimensioni chiamate tiklé . Al loro interno appaiono i “mandala delle deità pacifiche e irate”, come enormi concentrazioni sferiche di luce che sembrano occupare la totalità dello spazio.

Questa é la seconda fase, detta “luminosità che si dissolve nell’unione”, dove la luminosità si manifesta come buddha o deità di varie dimensioni, colori e forme, ciascuno dotato dei propri attributi. Emanano una luce fulgida, abbagliante, accecante; il suono é fragoroso, paragonabile al rombo di migliaia di tuoni; e i fasci di luce sono come raggi laser che attraversano ogni cosa.

Si tratta delle “ quarantadue deità pacifiche e delle cinquantotto deità irate” descritte nel Libro tibetano dei morti , che si manifestano per un certo numero di “giorni” secondo la struttura caratteristica del loro mandala, in gruppi di cinque. Tale visione satura la percezione con tale intensità che, se non la riconoscete per ciò che é, parrà minacciosa e terrificante. Potrete allora essere invasi da una paura indicibile e da un cieco terrore, e perdere coscienza. (…………………………………………………………………..)(

  1. Saggezza.

Se di nuovo non riuscite a “riconoscere” e ad acquisire stabilità, si dispiega la fase successiva, detta “dell’unione che si dissolve nella saggezza”.

Dal vostro cuore sgorga un’altro sottile raggio di luce da cui si dispiega una visione gigantesca i cui particolari restano però vividi e precisi. E’ il dispiegarsi dei diversi aspetti della saggezza che si manifestano insieme, in uno spettacoloso srotolarsi di tappeti di luce e di sfolgoranti, luminosi tiklé sferici. (………………………………………)

Se non conseguite la liberazione in questo stadio dimorando non distratti nella natura della mente, i tappeti luminosi, i tiklé e il rigpa si dissolveranno tutti nella fulgida sfera luminosa simile a un baldacchino di penne di pavone.

4. Spontanea presenza.

Tutto ciò annuncia la fase finale del bardo della dharmata, quella della “saggezza che si dissolve nella spontanea presenza”. Ora, tutta la realtà si presenta in un unico spiegamento straordinario. Prima sorge lo stato della purezza primordiale, simile a un cielo limpido e senza nubi. Poi appaiono le deità pacifiche e irate, seguite dalle terre pure dei buddha, al di sotto delle quali appaiono i sei regni dell’esistenza samsarica. L’immensità di questa visione é del tutto al di là di ogni immaginazione. Tutte le possibilità sono presenti. Dalla saggezza alla liberazione e dalla confusione alla rinascita. A questo punto vi scoprirete dotati del potere della chiaroveggenza e della reminiscenza. Potrete ad esempio conoscere , con assoluta chiaroveggenza e senza che nulla limiti la percezione, le vostre vite passate e future, potrete leggere nella mente altrui e conoscere i sei regni di esistenza. Richiamerete istantaneamente alla memoria tutti gli insegnamenti ricevuti e nella mente vi si risveglieranno persino gli insegnamenti mai ascoltati.

Poi, l’intera visione si riassorbirà nella sua essenza originaria, “come una tenda che si affloscia quando i tiranti vengono tagliati”.

Se avrete la stabilità necessaria per riconoscere che queste manifestazioni sono la “radiosità intrinseca” del rigpa, sarete liberati. Ma senza una certa esperienza nella pratica del togal , non sarete in grado di reggere le visioni “abbaglianti come il sole” delle deità. Invece, a causa delle tendenze abituali sviluppate nelle vite precedenti, il vostro sguardo sarà attratto verso il basso, dai sei regni. Questi verranno da voi riconosciuti, e così vi attireranno di nuovo nella trappola dell’illusione.

Nel Libro tibetano dei morti vengono assegnati periodi di “giorni” alle varie esperienze del bardo della dharmata . Non si tratta però di giorni solari di ventiquattro ore, perché nella sfera della dharmata si é completamente al di là di tutti i limiti, compresi quelli di tempo e spazio: si tratta di giorni “meditativi” e corrispondono al tempo in cui riuscivamo a dimorare, non distratti, nella natura della mente, o in uno stato mentale costante. Se la nostra pratica meditativa non é stabile, questi “giorni” saranno brevissimi e la visione delle deità pacifiche e irate sarà così fugace che forse non ce ne accorgeremo neppure.

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Il bardo del divenire

Per la maggior parte di noi, l’esperienza della morte consisterà semplicemente nell’entrare in uno stato di oblio alla fine del processo del morire. E’ detto talvolta che le tre fasi della dissoluzione interna possono essere rapide come tre schiocchi di dita. L’essenza bianca del padre e quella rossa della madre si incontrano allora nel cuore, producendo l’esperienza del buio assoluto, chiamata “completo conseguimento”. Spunta l’alba della luminosità fondamentale, ma non riusciamo a riconoscerla e sprofondiamo nell’incoscienza.

Come ho detto si tratta del primo mancato riconoscimento, una prima manifestazione di ignoranza chiamata in tibetano ma rigpa, cioé “l’opposto del rigpa”. Questo segna l’inizio, in noi, di un altro ciclo di samsara, dopo la sua momentanea interruzione al momento della morte. Si manifesta quindi il bardo della dharmata , che passa in un baleno senza che lo riconosciamo: é il secondo mancato riconoscimento, una seconda manifestazione dell’ignoranza, ma rigpa.

La prima cosa di cui siamo consapevoli é che “il cielo e la terra sembrano separarsi di nuovo” e ci risvegliamo di colpo nello stato intermedio che sta tra la morte e una nuova rinascita. E’ il bardo del divenire, il sipa bardo , ed é il terzo bardo della morte.

Poiché non siamo riusciti a riconoscere la luminosità fondamentale e neppure il bardo della dharmata, i semi di tutte le nostre tendenze abituali si riattivano e si risvegliano. Il bardo del divenire copre il periodo che intercorre tra il nostro risveglio e la discesa nella matrice della vita successiva.

La parola ripa , tradotta con “divenire”, significa anche “possibilità” ed “esistenza”. Nel sipa bardo, poiché la mente non é più limitata e impedita dal corpo fisico di questo mondo, si aprono infinite “possibilità di divenire”, cioé di rinascere nei vari regni. Questo bardo inoltre comporta un’esistenza “esteriore”, ossia il corpo mentale, e una “interiore”, ossia la mente.

La caratteristica saliente del bardo del divenire é che la mente vi svolge il ruolo predominante, mentre il bardo del dharmata si era dispiegato nel regno del rigpa. Così nel bardo della dharmata possediamo un corpo di luce, mentre nel bardo del divenire abbiamo un corpo mentale.

In questo bardo la mente é dotata di immensa chiarezza e illimitata mobilità, tuttavia la direzione in cui si muove é determinata esclusivamente dalle tendenze abituali del karma passato. Per questo é detto bardo “karmico” del divenire, in quanto, come dice Kalu Ripoce, “ é il risultato interamente automatico o cieco delle nostre azioni passate, o karma, e nulla di quanto avviene qui é una decisione conscia dell’essere che esperisce il bardo. Siamo semplicemente sballottati dalla forza del karma”.

A questo punto, la mente é giunta a una fase ulteriore del suo graduale dispiegarsi: é partita dallo stato di massima purezza ( la luminosità fondamentale ), poi é passata attraverso la manifestazione della propria luce ed energia ( le apparizioni nel bardo della dharmata) e ora, nel bardo del divenire, manifesta una forma mentale ancora più grossolana. Qui ha luogo il processo inverso a quello della dissoluzione: ricompaiono i venti e con essi gli stati di pensiero legati all’ignoranza, al desiderio e alla rabbia. Quindi, poiché abbiamo ancora un fresco ricordo del nostro corpo karmico precedente, assumiamo un “corpo mentale”.

Il corpo mentale.

Il corpo mentale del bardo del divenire ha diverse caratteristiche specifiche. E’ dotato di tutti i sensi; é estremamente leggero, lucido e mobile, e la sua consapevolezza é detta sette volte più chiara che in vita. Possiede inoltre una forma rudimentale di chiaroveggenza che non controlla coscientemente, ma che permette di leggere nella mente altrui.

All’inizio il corpo mentale assumerà una forma simile al corpo dell’esistenza appena conclusa, ma privo di difetti e nel pieno rigoglio della vita. Se anche eravate disabili o infermi, nel bardo del divenire avrete un corpo mentale perfetto.

Un antico insegnamento dzogchen dice che il corpo mentale ha le dimensioni di un bambino di otto-dieci anni.

Essendo mosso dalla forza del pensiero concettuale, detta anche “vento karmico”, il corpo mentale non riesce a rimanere fermo neppure un istante. E’ sempre in movimento. Può andare ovunque voglia mosso dal solo pensiero, senza incontrare ostacoli. Non avendo una base fisica, può attraversare barriere come muri o montagne.

Il corpo mentale può vedere attraverso oggetti tridimensionali, tuttavia, poiché é privo dell’essenza paterna e materna proprie di un corpo fisico, non dispone più della luce del sole e della luna ma solo di un tenue chiarore che illumina lo spazio che ha immediatamente davanti a sé. Vede gli altri esseri del bardo senza essere visto dagli esseri viventi, a meno che non dispongano di una chiaroveggenza sviluppata attraverso una profonda esperienza meditativa. Nel corpo mentale possiamo dunque incontrare e conversare per brevi attimi con molti altri viaggiatori nel mondo del bardo, morti prima di noi.

A causa della presenza dei cinque elementi nella sua costituzione, esso ci sembra solido e sentiamo gli stimoli della fame. Gli insegnamenti sul bardo dicono che il corpo mentale si ciba di odori e trae nutrimento dal fumo delle offerte che vengono bruciate, ma solo se appositamente dedicate a lui.

In questo stato l’attività mentale é velocissima: i pensieri sorgono in rapida successione e possiamo fare più cose alla volta. La mente continua a perpetuare schemi e abitudini consolidati, soprattutto la tendenza ad aderire alle esperienze e a crederle dotate di una realtà assoluta.

Le esperienze del Bardo.

Durante le prime settimane trascorse in questo bardo si ha l’impressione di essere un uomo o una donna, esattamente come nell’esistenza precedente. Non ci rendiamo conto di essere morti. Torniamo a casa per rivedere la famiglia e i nostri cari, cerchiamo di parlare con loro, di toccar loro una spalla, ma non rispondono, anzi non mostrano neppure di avvertire la nostra presenza. Per quanti sforzi facciamo, non riusciamo in alcun modo ad attrarre la loro attenzione. Li osserviamo, impotenti, piangere la nostra morte, mentre siedono attoniti e col cuore spezzato. Invano cerchiamo di usare ciò che ci apparteneva: il nostro posto a tavola non é più apparecchiato e altri decidono cosa fare di quello che era nostro. Ci sentiamo adirati, feriti, frustrati “come un pesce che si contorce sulla sabbia calda”, dice il Libro tibetano dei morti.

Se proviamo molto attaccamento per il nostro corpo, magari tentiamo inutilmente di rientrarvi o ci gironzoliamo attorno. In casi estremi, il corpo mentale può indugiare accanto al corpo fisico o ai beni materiali per settimane o perfino per anni; e possiamo continuare a non accorgerci di essere morti. E’ solo quando scopriamo che non proiettiamo ombra, non veniamo riflessi dallo specchio e non lasciamo orme nel terreno che infine capiamo; e il solo fatto di renderci conto di essere morti può essere un tale colpo da farci perdere conoscenza.

Nel bardo del divenire riviviamo tutte le esperienze della vita appena trascorsa; passiamo in rivista minuscoli particolari da tempo dimenticati, rivisitiamo persino luoghi dove, dicono i maestri, “non abbiamo fatto niente di più che sputare per terra”. Ogni sette giorni siamo costretti a rivivere l’esperienza della morte, con tutta la sua sofferenza. Se siamo morti in pace, si riproduce lo stesso stato di pace, ma se siamo morti nel tormento, é l’esperienza del tormento a ripetersi; e ricordate che tutto ciò avviene con una coscienza sette volte più intensa di quella che abbiamo in vita e che, nel fuggevole periodo del bardo del divenire, ritorna tutto il karma negativo delle esistenze precedenti, in modo sconvolgente e terribilmente concentrato.

Il nostro inquieto e solitario vagare per il mondo del bardo é febbrile come un incubo e, proprio come nei sogni, crediamo di avere un corpo fisico e di esistere realmente. Invece, tutte le esperienze di questo bardo provengono solo dalla mente, create dal ritorno del karma e delle abitudini.

Ricompaiono i venti degli elementi e, come dice Tulku Urgyen Ripoche, “ si odono suoni amplificati prodotti dai quattro elementi: terra, acqua, fuoco e aria. Si ode di continuo il boato di una valanga che precipita senza sosta dietro di noi, il fragore di un grande fiume che scorre impetuosamente, il suono di un’enorme massa di fuoco simile a un vulcano, e il frastuono di una grande tempesta”. Mentre cerchiamo di fuggire in un’oscurità terrificante, é detto che davanti a noi si spalancano tre abissi, uno bianco, uno rosso e uno nero, “profondi e spaventosi”. Sono, spiega il Libro tibetano dei morti, la nostra collera , il nostro desiderio e la nostra ignoranza. Ci assalgono acquazzoni gelati, grandinate di pus e sangue. Ci incalzano grida minacciose e disincarnate, ci inseguono demoni divoratori di carne e belve affamate.

Il vento del karma ci spazza via implacabilmente e non riusciamo ad afferrarci a niente. Dice il Libro tibetano dei morti : “Allora l’enorme tornado del karma, terrificante, insopportabile, turbinando furioso ti sospingerà da dietro”. Divorati dalla paura, sballottati qua e là come come semi di soffione al vento, vaghiamo impotenti nelle tenebre del bardo. Fame e sete ci tormentano, cerchiamo un qualche rifugio. Le percezioni mentali mutano ad ogni istante, proiettandoci “come una catapulta”, dice il Libro tibetano dei morti , in un’alternanza di gioia e dolore. Nella mente si risveglia la nostalgia di un corpo fisico e non poterne trovare uno ci sprofonda ancora più nella sofferenza.

Il paesaggio intero e l’ambiente circostante qui sono modellati dal nostro karma, così come il mondo del bardo può essere popolato dalle immagini da incubo prodotte dalle nostre visioni distorte. Se il nostro comportamento abituale in vita é stato positivo, le percezioni e le esperienze di questo bardo saranno colorate di gioia e beatitudine; se invece la nostra vita é stata malvagia e abbiamo fatto del male agli altri, nel bardo sperimenteremo dolore, afflizione e paura. In Tibet si diceva che pescatori, macellai e cacciatori sarebbero stati assaliti dalle loro vittime di un tempo, in versione mostruosa.

Persone che hanno studiato a fondo le esperienze di premorte e soprattutto la “visione retrospettiva della vita” , che ne costituisce un tratto caratteristico, si sono chieste quali inimmaginabile orrore debbano sperimentare nel bardo un trafficante di droga, un dittatore o un aguzzino nazista. La “visione retrospettiva della vita” sembra suggerire che, dopo la morte, sperimentiamo tutta la sofferenza di cui siamo stati direttamente o indirettamente responsabili.

Durata del bardo del divenire

Il bardo del divenire nel suo insieme dura mediamente quarantanove giorni e come minimo una settimana. Questa durata però può variare, così come alcuni vivono cent’anni e altri muoiono giovani. Alcuni possono persino restare intrappolati nel bardo, diventando spiriti e fantasmi. Dudjom Rinpoce spiegava che, nei primi ventuno giorni, la vita precedente é ancora bene impressa, ed é perciò il periodo più favorevole affinché i vivi diano aiuto al defunto. In seguito, la sua futura esistenza inizia lentamente a prendere forma e diventa l’influsso dominante.

Dobbiamo attendere nel bardo fino a che non si stabilisce una connessione karmica con i futuri genitori. A volte penso al bardo come a una sorta di sala per passeggeri in transito in cui si può rimanere in attesa fino a quarantanove giorni prima di trasferirsi nella vita successiva. Esistono però due casi particolari in cui non c’é attesa nello stato intermedio, perché l’intensità e la potenza del karma sono tali da spedire questi esseri direttamente alla prossima rinascita. Il primo caso riguarda coloro che hanno vissuto una vita estremamente positiva e altruistica, e hanno raggiunto un tale grado di addestramento mentale nella pratica spirituale che la forza della realizzazione li trasporta direttamente a una buona rinascita. Il secondo riguarda coloro che hanno condotto una vita assolutamente negativa e dannosa: immediatamente raggiungono il luogo della prossima rinascita, qualunque esso sia.

Il giudizio.

Alcune descrizioni del bardo parlano di una scena del “giudizio”, una retrospettiva della vita simile al giudizio post mortem presente in alcune culture del mondo. La buona coscienza, un bianco angelo custode, fa da avvocato difensore e ricorda tutti gli atti di bontà, mentre la cattiva coscienza, un demone nero, fa da accusatore. Le azioni buone e cattive vengono contate con sassolini bianchi e neri. Il “Signore della morte”, che presiede il tribunale consulta allora lo specchio del karma ed emette il verdetto.

Ritengo che in questa scena del giudizio ci siano interessanti paralleli con la visione retrospettiva della vita delle esperienze di premorte. In ultima analisi il giudizio intero si svolge nella mente. Noi siamo il giudice e l’imputato. “E’ interessante notare” scrive Raymond Moody, “ che nei casi da me studiati il giudizio non veniva dall’essere di luce – questi sembrava amare e accettare in ogni caso le persone – ma dall’individuo giudicato”.

Una donna che aveva avuto un’esperienza di premorte raccontò a Kenneth Ring: “ Ti viene mostrata la tua vita e tu stesso emetti il verdetto (….) Sei tu che giudichi te stesso. Tutti i peccati ti vengono perdonati, ma tu sei capace di perdonarti per non aver fatto le cose che avresti dovuto fare, per gli eventuali piccoli inganni commessi in vita ? Puoi perdonarti ? Il giudizio é questo” .

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