Santa Teresa d’Avila – Biografia

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Santa Teresa d’Avila nacque il 28 Marzo 1515 ad Avila.
Avila si trova nella vecchia Castiglia, a 1500 metri di altitudine; battuta dai venti che spazzano le nevi della Sierra de Malagon e della Sierra de Avila, ha un clima estremamente rigido.
Durante tutto il medioevo con le sue forti mura era stato un poderoso baluardo contro gli attacchi dei Mori. E nelle sue case costruite di pietre nere, i cavalieri avevano dormito con le spade a piè del letto per essere pronti quando le campane li avessero chiamati  a respingere un improvviso attacco degli infedeli.
Ora i Mori erano stati scacciati; e una reazione severa e violenta contro la loro civiltà, così amante del lusso e del colore, si era determinata nelle antiche famiglie della Castiglia: ne erano state corrotte per qualche tempo, ma ora erano ritornate al loro primitivo tipo di vita patriarcale. L’ascetismo, l’austerità, il forte senso dell’onore e la fierezza tornavano ad essere in loro la nota dominante.
L’orgoglio razziale era fortissimo. Uno spagnolo per camminare a testa alta doveva avere un sangue puro ( limpia sangre ) da ogni infiltrazione inquinatrice giudaica o maomettana: in altre parole, doveva essere un hidalgo.
E hidalgos erano tutti i membri della casata dei Cepede; la casata che diede i natali a Teresa.
Il padre di questa, don Alonso Sanchez de Cepede, viveva, come i suoi antenati, tenacemente attaccato ad una rigorosa concezione dell’onore, austero e dedito allo studio di opere filosofiche e religiose.
La sua seconda moglie, la madre di Teresa, aveva un carattere romantico e fantasioso, che la portava a leggere romanzi d’amore e d’avventure, ma, di gracile costituzione, era costretta quasi sempre a letto e morì, dopo numerose gravidanze, a 23 anni.
In quella casa, severa e austera, Teresa costituiva la nota gaia. Aveva un carattere vivace, intraprendente, socievole. Con la precocità delle fanciulle spagnole a quattordici anni aveva già tutte le grazie che possono sedurre gli uomini: un corpo morbido e flessuoso, ornato da due magnifici occhi neri, vivacissimi e ridenti, uno spirito gioviale e leggiadro, una risata fresca e contagiosa.

teresa davila

La severa etichetta spagnola del tempo, non tollerava nessun contatto sociale tra giovani di sesso diverso che non fossero parenti. Ma ben presto tutti i giovani scapoli di Avila scoprirono di essere in qualche modo imparentati con Teresa: il patio dei Cepeda cominciò a riusonare di musiche, di danze e delle allegre risate della gioventù.
A Teresa piaceva essere corteggiata: vedere i giovani rivaleggiare tra di loro per ballare con lei la prima danza o per un suo sorriso o per una sua occhiata maliziosamente incoraggiante.
In questi giochi d’amore, la futura Santa, andò contro il lecito?  In età matura lei se lo rimproverò; ma i suoi confessori sotto giuramento sempre negarono di aver ricevuto da lei la confidenza di un peccato che potesse considerarsi mortale.
Il pericolo di uno sbandamento, certamente però ci fu; e per evitarlo il padre la rinchiuse in un istituto di suore.
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Teresa, nell’istituto in cui suo padre l’aveva relegata, si conquistò subito la simpatia di tutti e con diligenza presa a svolgere i suoi compiti giornalieri di allieva; ma…contava i giorni che la separavano da quello in cui sarebbe tornata alla sua casa, ai divertenti cicalecci con le amiche, alle allegre danze. Il semplice pensiero di farsi monaca – confessò in seguito – le dava avversione.
Fu una malattia improvvisa, misteriosa e dolorosissima, a cambiare il corso della sua vita e ad avviarla sulla via della santità.
Un giorno, mentre era tranquillamente attenta alle sue occupazioni, un dolore lancinante la prese al petto e presto si diffuse in tutto il corpo. I muscoli si rattrappirono, la gola si chiuse impedendole di respirare, la faccia si infiammò. Le parole uscivano dalla sua bocca inarticolate: alla fine si ridussero ad un gemito. Le monache accorse in suo aiuto credettero che stesse per morire. Invece era solo un primo attacco del male che per tanti anni l’avrebbe tormentata. Pochi minuti dopo i dolori sparirono tanto repentinamente quanto erano venuti; lasciandola però fredda e rigida sul pavimento.
Quando riprese forza e calore Teresa non volle dare importanza alla cosa e nella stessa giornata riprese le ordinarie occupazioni. Ma gli attacchi del male ritornarono ( sempre repentini ) come altrettante piccole morti ( pequênas muertes ) ad affliggere la povera Teresa, che nel delirio del dolore si maciullava la lingua e si conficcava le unghie nelle carni.
Disperato il padre – che l’amava teneramente – la ritirò dall’istituto. Ma il ritorno a casa non portò nessun giovamento. La povera Teresa a soli diciassette anni si vedeva ormai condannata a una prematura fine: prese a darsi a letture spirituali: un libro, in cui San Gerolamo con grande efficacia si sofferma sulle pene e i castighi dell’inferno, la terrorizzò: decise di voltare le spalle al mondo e di chiudersi in convento. Strano a dirsi, una volta che ebbe presa tale risoluzione, il male cessò di accanirsi contro di lei: fu come se le piccole morti, che l’avevano così dolorosamente colpita, avessero avuto l’unico scopo di stornarla dalle cose mondane e di dirigerla a quelle celesti.
Con tutto ciò, temendo che i parenti – specie il padre che, come già detto, le era affezionatissimo – volessero ostacolarla nella sua vocazione, nulla ne disse, ma continuò nella sua vita di sempre: parlava, rideva, civettava come negli latri tempi. Però era fermamente risoluta a dire addio al mondo.
Una volta che un gentiluomo manifestò in termini inequivocabili la sua ammirazione per le sue gambe, ella prontamente gli rispose: “Mirad bien, que puede ser vuestra ultima oportunidad” (Le guardi bene, ché può essere la sua ultima occasione). Tutti i presenti si misero a ridere e pensarono che lei alludesse a un suo prossimo matrimonio con altro pretendente. Pochi giorni dopo, la gaia fan ciulla dei Cepede indossava nel monastero di Avila il saio monacale delle Carmelitane dell’Incarnazione.
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Teresa si era rifugiata nel convento dell’Incarnazione per fuggire al mondo, ma ben presto dovette sul punto ricredersi.
Come nel mondo , anche tra le suore si notavano differenze di censo e di classe. Tutte indossavano la stessa tunica; ma alcune portavano anche ricche collane, braccialetti, anelli. Tutte erano sorelle e uguali davanti a Dio; però quelle di esse che erano di nobile nascita avevano diritto al titolo di dônas. La cucina era uguale per tutte; ma quelle che avevano la possibilità, si facevano venire dal di fuori golosità e ricercatezze. E tutto ciò non poteva mancare di far sorgere tra di esse, invidie, gelosie, malintesi.
E, a parte ciò, i contatti e gli scambi con la vita al di là delle mura, erano continui e perturbatori. Ogni monaca aveva diritto a passare un certo numero di giorni in casa di parenti e amici. E, così come le figlie del convento potevano andare a vedere il mondo, così il mondo poteva visitare il convento: in questo c’era un parlatorio e di certo non tutti gli argomenti che in esso si toccavano tra le suore e i loro visitatori erano di carattere religioso.
Teresa non osava criticare, tanto meno apertamente, la rilassatezza delle regole conventuali ( non era stato forse il Papa stesso a concedere la regola mitigata ? e come poteva lei, povera novizia, presumere di criticare ciò che aveva avuto così alta approvazione?!); tuttavia sentiva ogni giorno di più di essere risucchiata nella vita mondana, sentiva che le fiamme dell’inferno erano tornate a lambirla.
Mentre lei si trovava in questi timori e in questi conflitti di coscienza, la malattia misteriosa, da cui sembrava guarita, riprese a tormentarla.
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Il padre di Teresa, saputo che era tornata inferma, la rivolle a casa.
Ma lì il male non guarì, anzi peggiorò. Le tregue tra un attacco e l’altro si facevano sempre più brevi: all’inizio erano di settimane, all’ultimo di giorni.
Teresa anelava alla morte come unica liberazione dal suo tormento.
E morta sembrò lasciarla un attacco più furioso e terribile di tutti i precedenti: il suo corpo, freddo e rigido, giacque nel letto per ben tre giorni. I dottori, dopo averla attentamente esaminata, non riscontrando in lei  nessun segno di vita, ne autorizzarono la sepoltura.
Già la povera salma circondata dai ceri era stata esposta per la veglia funebre; già le monache avevano celebrato per la “bella anima trapassata a miglior vita” messe solenni, già un sepolcro era stato preparato nel cimitero del convento, quando Teresa, con grande stupore di tutti, si riebbe.
Quello che la portò a tale stato catalettico, fu l’ultimo attacco che dovette subire Teresa. Però, ricondotta al convento, Teresa dovette stare nell’infermeria otto mesi, totalmente immobilizzata e tormentata da dolori implacabili. Quando questi cedettero un poco, fu portata nella sua cella, dove passò più di tre anni in uno stato di paralisi parziale e di dolorose contrazioni. E, anche quando poté ritornare alle ordinarie occupazioni, per quasi venti anni subì vari malesseri e inconvenienti
( nausee, dolori al petto….).
I medici del tempo non seppero spiegarsi la malattia di cui soffriva la giovane suora. Forse l’uomo di scienza dei nostri giorni saprebbe farla rientrare in una delle tante che i suoi dotti libri catalogano. Però ciò soddisferebbe ben poco l’uomo di fede, il quale vede in essa solo l’effetto di una Forza che, purificando il corpo di Teresa, si apriva, sua pur dolorosamente, la strada a manifestarsi in essa con estasi celestiali. Alle sofferenze terribili, che Teresa subiva, si accompagnava spesso, sempre più spesso, un sentimento di beatitudine: “Di quando in quando – scrive la Santa – un sentimento della presenza di Dio mi penetrava insperatamente, di modo che non potevo in alcun modo dubitare o che Egli stesse dentro di me o che io fossi interamente assorbita in Lui”.
Dalle pequěnas muertes di una monaca nacquero gradualmente le estasi di una Santa. Aveva diciassette anni, Teresa, quando sperimentò il primo attacco della sua infermità, ne avrà 43 quando avrà la sua prima vera estasi.
Gli attacchi morbosi della Monaca e gli stati estatici della Santa, per quel che riguarda il corpo, presentano ( ed è interessante notarlo !) gli stessi sintomi: cessazione del respiro e del battito del polso, rigidità estrema del corpo, frigidità delle mani e dei piedi, così come se la vita li avesse abbandonati; ma quale differenza per quel che riguarda l’anima: i primi la riempivano di dolore e di terrore, i secondi verranno a colmarla di una celestiale beatitudine!
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Teresa passò gli anni, che la videro semiparalizzata, nella sua cella, in fervorosa orazione: pregava seguendo un metodo che aveva appreso da un libro ( Tercer Abecedario ) scritto da un teologo, Francisco de Osuma. Secondo tale libro, l’orante non doveva pronunciare delle parole, ma semplicemente intrattenersi in colloquio intimo e interiore con Dio.
Non risulta che Teresa pregasse per la sua guarigione; ma comunque questa avvenne , improvvisa e con l’apparenza di un miracolo. Le monache, che l’avevano lasciata la sera prima semiparalizzata, la trovarono la mattina dopo che camminava come quando ancora la malattia non l’aveva colpita.
Forse di un vero e proprio miracolo non si trattava, forse era uno di quei casi – accertati da molti uomini di scienza – in cui una appassionata e concentrata orazione viene a sviluppare delle energie curative capaci di vincere malattie di origine psicosomatica, che le medicine non riuscirebbero a sanare; comunque, di miracolo si parlò sia dentro che fuori del convento.
La fama della giovane monaca – che già si era diffusa quando, anni prima, data per morta, era come risuscitata a nuova vita – si propagò ancora di più: alle porte del convento si formarono lunghe file di persone, che pazientemente attendevano il loro turno per parlare con la “miracolata”.
Teresa era restia a diventare un oggetto di esibizione, sia pure a fini edificatori; però la priora ne vinse gli scrupoli e le impose come un dovere, di obbedienza a lei e di carità verso il prossimo, i colloqui nel parlatorio col pubblico.
Teresa aveva innato il dono della brillante conversazione; inoltre la malattia, lungi dal deturpare, aveva accentuata la sua naturale bellezza: piaceva alla gente e, di natura socievole com’era, trovava gusto nel piacerle.
Ma questo non le impediva, ritornata nella sua cella, di abbandonarsi con fervore all’orazione mentale: pregava e sempre più frequenti, sempre più intense esperienze mistiche la visitavano.
E così passavano i giorni: nella sua cella, Teresa come un angelo del cielo parlava con Dio, nel parlatorio, come un angelo decaduto , ascoltava avidamente le notizie del mondo e partecipava alla frivola conversazione degli uomini
Tutte le volte essa si riprometteva di non scendere nel parlatorio; ma, quando l’orologio del convento suonava l’ora della vanità mondana, essa non poteva fare a meno di obbedire alla sua chiamata.
E tuttavia ben comprendeva che una scelta si imponeva; e infatti alla fine si decise: si decise per il parlatorio!
Lei – che con tanto coraggio e tanta fermezza aveva sopportati inenarrabili dolori, senza mai perdere la fede in Dio, senza mai astenersi della quotidiana pratica dell’orazione – rinuncia a questa, rinuncia alle sue mistiche esperienze, pur di non rinunciare al piacere di frivole conversazioni mondane!
E tuttavia non fu solo la vanità a indurre la giovane monaca alla sbalorditiva sua scelta: vi giocò, e anche molto, una forma di ( malintesa ) umiltà: essa non si sentiva degna dei doni di cui il Cielo la gratificava: non ambiva ad essere una santa, voleva essere una donna, una donna normale: quelle esperienze celestiali – anche se la riempivano di gioia – in fondo lei non le desiderava. L’orazione ne era la causa: rinunciare all’orazione era per lei un modo di liberarsene.
Iniziò così per Teresa un periodo che sembrava dovesse vederla sempre più sprofondare nella mondanità: niente più preghiere, niente più mistiche esperienze: ogni giorno l’appuntamento col parlatorio. Ben inteso, niente di peccaminoso; ma anche niente di santo, niente di eroico.
Però Dio non desiderava perdere la sua monaca: una profonda esperienza mistica fece ritornare Teresa nella via che doveva condurla a diventare la “più santa delle donne”( e ciò nondimeno “la più donna delle sante” ).
Un giorno la monaca Teresa stava nel parlatorio; vi stava tutta presa nei discorsi con un gentiluomo verso cui la inclinava una sempre più forte, anche se ancora innocente, simpatia, quando d’un tratto, accanto alla figura del suo visitatore, vide l’altra, incorporea, di Quegli con cui, nella sua cella, si intratteneva a mistico colloquio: era in un atteggiamento severo e chiaramente dimostrava di non approvare le amicizie che lei aveva stretto. Dirà la Santa: ”Lo vidi con gli occhi dell’anima, ma più chiaramente di quanto l’avrei potuto vedere con gli occhi del corpo; e mi restò tanto impresso, che, a distanza di ventisei anni, ancora mi sembra di vederlo”.
Il “preferito”, nella sua cecità mondana, persisteva nella sua frivola parlantina; però Teresa non rispondeva più: i suoi occhi e il suo udito erano concentrati sulla silenziosa apparizione. Alla fine anche il loquace ospite cittadino, di fronte al silenzio mortale della monaca, di fronte ai suoi occhi profondamente concentrati…nel vuoto, nel nulla, imbarazzato si ritirò.
Teresa neanche lo vide andarsene; e, anche dopo che l’ora delle visite si era conclusa, rimase seduta nel locutorio, rigida, immobile. Le monache, che credevano in un ritorno del suo male, dovettero portarla a braccia nella sua cella.
Questo avvenimento non durò che poco tempo, poco più di un’ora, ma decise di tutta la vita della giovane monaca; essa non tornerà più alle frivole conversazioni del parlatorio, d’ora in poi tutta la sua anima sarà dedicata a Dio.
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Passarono gli anni: anni di preghiera, di raccoglimento, di purificazione dai desideri terreni per la monaca Teresa.
Una mattina le monache dell’Incarnazione, inginocchiate nella loro cappella, stavano cantando il “Veni Creator”.  Veni Creator, veni Espiritu Creator, cantava la monaca Teresa insieme alle sue sorelle; e nella sua voce c’era tutto lo strazio della sua anima per le offese che aveva arrecato al suo Creatore.
E Questi volle rispondere alla chiamata della sua monaca pentita: la sollevò oltre la cappella, oltre il convento, oltre il tempo, portandola nel suo regno, nei cieli, e da lì la invitò a guardare la vita sopra la terra. Quanto vana cosa appariva quel che, da lassù, poteva vedere. Vana la terra e la vita nel tempo e nello spazio e doppiamente vano il parlatorio dell’Incarnazione! E mentre Teresa guardava con disprezzo, da tali altezze angeliche, alle cose del mondo, udì una voce che diceva: “Io non desidero che tu tenga conversazione con gli uomini, ma con gli angeli”.
Quando Teresa tornò, nel suo corpo, nel convento dell’Incarnazione, nella cappella in cui le sue sorelle cantavano, quando tornò nel tempo e nello spazio, non era più la Teresa di prima: ogni vanità, ogni paura l’aveva abbandonata: era la Santa Teresa del Gesù, la santa serva di Dio.
E di coraggio Teresa aveva ben bisogno! Il confessore, a cui raccontò le sue visioni, le ritenne frutto delle male arti del diavolo e severamente le ingiunse di resistere ad esse e di scacciarle.
La pia monaca cercò di obbedirgli, ma invano. Quando tornò a inginocchiarsi nel confessionale, timida e mortificata dovette ammettere che le visioni erano tornate. Il confessore a questo punto ritenne di rifiutare l’assoluzione alla monaca ormai preda del demonio. Tale rifiuto comportò per Teresa gravissime conseguenze: la maggior parte delle sue sorelle e molti dei suoi antichi amici si allontanarono da lei. Abituata ad essere ricercata, si vedeva ora evitata, salvo che da pochi amici fedeli. E minaccioso si profilava lo spettro dell’Inquisizione: non sarebbe stata la prima strega ad essere bruciata nelle piazze di Spagna!
A salvarla fu lo stabilirsi anche ad Avila della sede di un Ordine recentemente costituito, ma già forte e autorevole: quello della Compagnia di Gesù. Anche il fondatore di questo Ordine, Ignazio di Loyola, aveva avute delle visioni – quindi, in via di principio, nulla ostava che, come Dio aveva benedetto lui, così benedicesse un’altra pecorella del suo gregge. Però Ignazio, che aveva sperimentata la visione di Cristo come Teresa, a volte era stato ingannato dalle arti diaboliche; e, per distinguere la verità dall’inganno, aveva ideato tutto un sistema di verifiche, che aveva incluso nei suoi Esercizi spirituali.
Il confessore gesuita, a cui Teresa affidò la cura della sua anima, il padre Baltasar Alvarez, applicò gli insegnamenti contenuti negli Esercizi al caso della monaca dell’Incarnazione, prendendo ad esaminarla, senza prevenzione, ma con grande scrupolo.
Per essere sicuro che le visioni non fossero frutto di una fantasia sollecitata dalla lettura di libri edificanti, ingiunse a Teresa di astenersene.
Teresa – abituata com’era da sempre alla lettura – soffrì molto di questo “digiuno spirituale”. Però un giorno il Signore la consolò: “Non lasciarti angustiare, Io ti darò un libro vivo”.
Poi, per maggior sicurezza, il suo scrupoloso confessore volle proibirle anche quella “orazione mentale” che costituiva per lei la maggior fonte di spiritualità e di consolazione. Col profondo senso dell’obbedienza, che sempre la caratterizzò, Teresa obbedì anche a tale ingiunzione. Di nuovo il Signore le apparve e, con tono indignato, le disse: “Questa è certamente una tirannia!”. Era in effetti una tirannia; ma dettata dal desiderio di giovare alla tiranneggiata. E Teresa, che ben comprendeva ciò, riferendosi al suo severo confessore gesuita, aveva a scrivere, con la sua solita grazia , “Amo moltissimo questo padre, sebbene abbia un caratteraccio”.
Nonostante le severe precauzioni adottate dal suo confessore, le visioni di Teresa, non solo non si esaurivano, ma diventavano più incalzanti. Una volta  le appariva Cristo, nella Sua sacrosanta umanità, ma indicibilmente bello e maestoso. Un’altra volta le appariva la Santissima trinità. Un’altra ancora, un corteo di Angeli. Una visione seguiva l’altra; però in ordine logico, non a casaccio: così come se il Cielo volesse insegnarle in tal mondo le più profonde verità della fede.
E un giorno Teresa fu benedetta da quell’esperienza mistica che sarà poi immortalata in innumerevoli quadri e statue. Un angelo pequěno ma hermoso mucho, con il viso splendente
( encendido ) le apparve con una freccia d’oro in mano e ripetutamente gliela infisse nel cuore, come ad aprire in esso una breccia. Racconta la Santa, con parole commosse, che “era tanto il dolore, che mi faceva emettere dei gemiti, e tanto eccessiva la delizia, che mi dava questo dolore, che non potevo desiderare che cessasse”.
Di fronte alla persistenza e alla sublimità di tali visioni, anche l’inquisitore più scrupoloso doveva arrendersi: il confessore gesuita, messa alla fine da parte ogni riserva, con sollievo e gioia riconobbe e dichiarò che ci si trovava di fronte –  non ad una visionaria o, peggio, a una impostora –  ma ad una santa.
Non cessarono per questo i sospetti e le accuse contro Teresa; ma alla fine impose loro il silenzio il verdetto dell’Inquisizione, a cui essa con umiltà aveva riferito delle sue esperienze in uno scritto
( che poi sarà conosciuto in tutto il mondo con il titolo di Vita di S. Teresa di Gesù ). L’inquisizione, non solo non trovò in tale scritto nessun segno di eresia o di impostura, ma lo ritenne una prova dell’effettiva provenienza delle visioni dal Cielo e lo raccomandò ai fedeli come sicuro mezzo per migliorarsi e fortificare la loro fede.
Il dubbio sulla obiettiva realtà delle cose viste e, comunque, esperimentate da Teresa nelle sue estasi, è perfettamente legittimo per il non-credente – voglio dire per chi non aderisce ai dogmi della Chiesa Cattolica e in specie a quello, fondamentale, dell’esistenza e divinità del Cristo
Però un tale dubbio non ha ragione d’essere per quel che riguarda la  buona fede di Teresa: questa è indiscutibile. Se non altro per il pudore che lei sempre ebbe delle sue mistiche esperienze e dei fenomeni fuori della norma in qualche modo con queste connessi. In una lettera al fratello – parlando dei suoi rapimenti estatici, che talvolta l’avevano sorpresa, nonostante ogni suo sforzo per resistervi, anche di fronte a terzi – scrive che se ne era vergognata talmente che avrebbe voluto nascondersi, non importa dove; e, da donna pratica qual’è, soggiunge con disappunto che, se le visioni, che duravano già da una settimana, avessero dovuto continuare, le avrebbero procurata una cattiva riuscita nei suoi numerosi impegni d’affari.
Numerosissime sono poi le testimonianze sui strenui, ma, ahimè! inutili sforzi ch’essa faceva per resistere o, per lo meno, per nascondere quel curioso fenomeno che va sotto il nome di levitazione. Per lei era già seccante quando questa le accadeva davanti agli occhi della sua Comunità, ma il suo imbarazzo e la sua vergogna non conoscevano limiti quando si trovavano presenti degli estranei. Allora la povera Teresa faceva cenni disperati alle sorelle perché si avvicinassero e senza farsene accorgere la trattenessero; essa stessa si aggrappava al tavolo o a una grata per resistere alla forza che, inesorabile, continuava a spingerla verso l’alto, e intanto faceva commoventi tentativi per distrarre l’attenzione dei presenti e per apparire almeno naturale: chiedeva un bicchiere d’acqua, un’informazione…
Sicura, dunque, è la buona fede di Teresa; ma sicura è pure la misura, l’equilibrio con cui essa si riferisce alle sue esperienze. Di queste lei era la prima a diffidare: temeva che fossero allucinazioni o provenissero dal diavolo. Quindi essa sempre si sforzava di analizzarle con la massima precisione – con una precisione, oserei dire, scientifica. Ne sia esempio la seguente descrizione che lei fa di una visione, da lei avuta, del Creatore: “Se dico che io non lo vedo né con gli occhi del corpo né con quelli dell’anima, come può essere che io possa comprendere di sentirlo ritto in piedi accanto a me ed esserne più certa che se io Lo vedessi veramente? Sono come chi sente qualcuno vicinissimo a sé, ma per il fatto di essere al buio non lo vede, pur essendo sicurissimo che qualcuno è presente e vicino. Nondimeno anche questo paragone non è esatto; poiché colui che si trova nelle tenebre si accorge in un modo o nell’altro della presenza di qualcuno, o per averlo veduto prima o per aver inteso un rumore, mentre qui non avviene nulla di tutto questo: qui, senza una parola interiore o esteriore, l’anima percepisce chiaramente Chi sia, dove sia, e spesso ciò che voglia. Egli si rende presente nell’anima mediante un certo conoscimento di Sé che è più luminoso e risplendente del sole. Con questo non intendo dire che noi effettivamente vediamo il sole o qualche altra lucentezza, ma semplicemente che vi è una luce non vista che illumina l’intelletto. Tutto quanto è scritto in questo foglio è la pura verità”.
Esclusa la malafede e una tendenza all’esagerazione, rimane ancora il dubbio sull’esistenza di fenomeni di autosuggestione. A tal riguardo lo scettico avrà buon gioco nel far rilevare come i vari Mistici vedano apparire, nelle loro visioni, personalità ed eventi che rientrano nel credo della religione a cui aderiscono: così il cristiano vede il Cristo o la Santissima Vergine, il musulmano, Maometto, il buddhista, il Gautama sotto l’albero, e così via.
Questa osservazione – che certamente deve lasciare perplesso il seguace bigotto  di una religione – non tocca, però, chi, pur credendo in Dio e nell’esistenza di Esseri Superiori, non è disposto a prendere alla lettera tutti gli insegnamenti della Chiesa, a cui pur è fedele. Egli infatti può spiegare la diversità dei racconti dei vari Mistici col fatto che essi, effettivamente benedetti dalla discesa di una Forza Superiore, hanno commesso l’errore di tradurne i celestiali impulsi in immagini tratte dalla iconografia e dai dogmi della propria particolare Fede.
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Dopo il verdetto, a lei favorevole, dell’Inquisizione, Teresa avrebbe potuto passare il resto della sua vita nella tranquillità della sua cella,  venerata e onorata come una santa.
Teresa, però, era, sì, una mistica, ma era anche una donna d’azione: ad un certo punto della sua vita  essa decise di por mano alla riforma dell’Ordine carmelitano .
Il Carmelo, secondo la leggenda, era nato, addirittura prima della nascita di Gesù Cristo, nel Libano. In tale paese, e precisamente presso le pendici del monte Carmelo, Isaia, assunto al cielo da un carro di fuoco, aveva lasciato il suo discepolo Eliseo; e questi, insieme ad altri discepoli, vi aveva costituita una comunità destinata a perpetuarsi nel tempo: per secoli e secoli gli anacoreti erano vissuti laggiù “in minuscole celle, simili a nidi d’ape, secernendo un dolce miele spirituale”.
Scacciati nel medioevo dai Saraceni, essi, migrando in Europa, vi costituirono numerose Comunità di persone dedite alla preghiera e alla solitudine.
Però le Case del Carmelo a poco a poco si erano corrotte e, ai tempi di Teresa, si erano ridotte ad essere centri di mondanità ; ambienti, quindi, che, se non corrompevano, di certo non servivano ad elevare l’animo di coloro che vi vivevano o li frequentavano.
Il progetto di Teresa era di costituire dei luoghi di ritiro dove i Fratelli e le Sorelle, disgustati dalla mondanità dei loro monasteri, potessero intrattenersi in intimo colloquio con Dio, adottando forme di religione più semplici di quelle eccessivamente fastose in uso nella Spagna del tempo e vivendo, senza nulla possedere, del loro lavoro e della carità che, giorno per giorno, le anime buone avrebbero fatto.
Ogni persona ispirata, da solo buon senso, avrebbe giudicato tale piano del tutto irrealizzabile: come avrebbe potuto una donna, una donna in età così avanzata (Teresa aveva già cinquantasette anni!) per di più inferma, una mistica fino ad allora vissuta praticamente in un convento, riuscire in un’impresa, che avrebbe messo a dura prova anche un uomo, un giovane, pieno di salute ed esperto negli affari del mondo?
Ma la Monaca dell’Incarnazione non si lasciava ispirare dalle ragioni del mondo, ma da quelle di Dio: coraggiosamente pose mano all’impresa e….. la realizzò: alla sua morte accanto alle case del Carmelo, che seguivano la regola mitigata, ne erano sorte altre diciassette di carmelitane scalze, di monache cioè ossequienti alla severa Regola che Teresa aveva loro dato.
In tali Conventi, le monache, in una clausura severa,  passavano la loro vita nella preghiera e nella mortificazione; aggiungendo ai digiuni ecclesiastici: l’astinenza perpetua dalla carne, più una lunga Quaresima, da metà settembre a Pasqua, più le discipline comuni ed altre penitenze lasciate al fervore di ognuna: capri espiatori di delitti, che non avevano commesso, consumavano la vita in olocausto per i fratelli traviati.
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Da quando decide di intraprendere la grande impresa della riforma dell’Ordine, Teresa si rivela una donna d’azione, una fra le creature più ostinatamente e volitivamente pratiche che il mondo abbia mai visto.
Se in uno dei suoi tanti viaggi, fatti per le strade malagevoli dell’antica Spagna in carri non molleggiati, un fiume straripato si pone come un ostacolo apparentemente insormontabile al raggiungimento della meta prefissa, lei, impavida, affronta l’acqua per prima trascinandosi dietro col suo esempio il resto della comitiva.
Se le mura del monastero, che si sta edificando, più volte cadono, lei subito ne attribuisce la causa a Satana timoroso dei grandi danni che, dalla nuova Comunità religiosa, avrebbe a subire, e, fatta più animosa, si confonde con gli operai per ultimarne al più presto la costruzione.
La sua forte personalità sa imporsi sia alle badesse recalcitranti da lei poste alla direzione dei suoi conventi sia ad uomini navigati ed esperti delle cose del mondo. Il Generale dell’Ordine, giunto da Roma per farle, irritato e ostile, il viso dell’arme,  finirà coll’accordarle tutto quello che lei voleva. L’Arcivescovo di Siviglia le impedisce di inginocchiarsi di fronte a lui e invece si prosterna, lui, ai suoi piedi. Il suo stesso confessore suole dire: “Gran Dio! Gran Dio! Preferirei discutere con tutti i teologi della creazione piuttosto che con quella donna!”.
Ma “quella donna” così ostinata, così decisa, è anche capace di delicatissime attenzioni: verso le monache sotto la sua giurisdizione, ha le premure di una madre verso le figlie; verso i religiosi, che frequentano i suoi conventi , quelle di una figlia verso il padre. Quando sa che il Padre Graziano è caduto dalla mula, subito scrive per consigliare che si leghi con delle cinghie alla sua cavalcatura e premurosa domanda: “ Ha pensato a coprirsi di più adesso che il tempo si è messo al freddo?”. Frate Mariano non sta bene in salute? Bisogna provvedere a che mangi bene, e non gli si deve assolutamente permettere di partire per Roma finché non sia completamente rimesso. Quanto a Don Francesco de Salcedo non deve seguitare a ripetere che diventa vecchio, perché questo le spezza il cuore.
Si sarebbe tentati di pensare alla anziana monaca costretta ad affrontare tante dure battaglie, impegnata in tanti difficili affari, come ad una donna dal viso serio e duro, refrattaria al riso e allo scherzo; ma nulla sarebbe più lontano dalla realtà: Teresa era allegra e gioviale per natura e mantenne tale sua qualità sino alla fine dei suoi giorni: Non era raro che si mettesse a suonare il tamburello e a danzare con le giovani suore dei suoi conventi. Una delle invocazioni che più frequentemente usciva dalle sue labbra era: “O Signore, liberami dai santi musoni!
Che sia riuscita, tra tante tribolazioni, tra tanti dolori, tra tante difficoltà, a conservare uno spirito fresco e gioviale può essere considerato il più grande miracolo di quella grandissima santa!
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Teresa ha ormai sessantasette anni e si sente “vecchissima e debole, quasi inutile ormai, una vegliarda stanca, benché dai desideri ancora vigorosi”.
Sta per finire i suoi giorni, ma Dio le concede di assistere al suo trionfo. Un decreto – che lo stesso Filippo II, a lei sempre favorevole, ha sollecitato – riconosce la Riforma.
La sua fama vola altissima tra i suoi compatrioti, e la folla, che si pigia al suo passaggio, ansiosa di ricevere la sua benedizione, è tanta che spesso le impedisce di scendere dalla vettura.
L’opera è compiuta, ora la Monaca può rendere tranquilla la  anima al suo Creatore :Teresa vola in Cielo il 4 Ottobre 1582.
Aveva scritto in una delle sue più belle poesie ( dal titolo, L’ansia dell’anima per una riunione con Dio ):
Solo con la confianza
Vivo de que he de morir;
porque muriendo el vivir
me asegura mi esperanza:
muerte do el vivir se alcanza,
no te tardes, que te espero,
que muero, porque no muero”.

teresa

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