Ignazio di Loyola – Biografia

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Il fondatore della Compagnia di Gesù nacque, ultimo di una numerosissima figliolanza, nel 1491
( secondo alcuni, secondo altri nel 1494 ). Nacque da una famiglia nobile, ancorché decaduta, in una provincia della regione basca – nella Spagna fiera e orgogliosa di Isabella di Castiglia e di Ferdinando d’Aragona: la Spagna che aveva trovata in sé la forza di espellere il corpo a sé estraneo dei “mori”, per riconquistare così la sua piena unità religiosa e culturale.
Ignazio ancor bambino rimane orfano della madre. Anche il padre gli viene prematuramente a mancare, ma non prima di averlo indirizzato alla carriera di corte e delle armi.
Ignazio inizia tale carriera al servizio ( come paggio ) di Juan Velasquez de Cuellar, un lontano parente che ricopre presso il re la prestigiosa carica di contador major ( tesoriere capo ); e la prosegue al servizio ( come soldato ) del viceré di Navarra.
Il futuro santo passa quindi i primi anni della sua vita in ambienti di corte ( acquisendo nella frequentazione della raffinata, anche se severa, aristocrazia spagnola, quel costume di squisita cortesia, di affabilità, di delicatezza, che tanto colpirà chi avrà a trattare con lui nelle vesti di Generale della potente Compagnia di Gesù ).
Come cortigiano egli partecipa senza dubbio a balli e tornei; sì, ma a parte ciò, quale vita conduce? commette delle sregolatezze, si macchia di gravi mancanze morali?
Ben poco di certo si sa sul punto. Ignazio, giunto alla maturità, si limiterà a dire che “fino all’età di 26 anni era stato un uomo preso dalle vanità del mondo e che principalmente si compiaceva nell’esercizio delle armi con un grande e vano desiderio di guadagnare la gloria”. Avrà anche a confessare, contrito, a un discepolo che una volta aveva commesso un furto e, cosa più grave, aveva lasciato, senza minimamente intervenire, che per esso venisse punito un innocente. Quest’episodio, però, attiene probabilmente alla prima infanzia. Volendoci invece riferire a un’età, sì, giovanile, ma in cui già il carattere del futuro uomo  si è formato e si può valutare, si può solo dire ( ed è cosa questa storicamente accertata ) che nel 1515 ( quindi avendo egli già più di 20 anni ) fu sottoposto a processo per un qualche eccesso. Di che cosa si trattava? Non si sa: alcuni pensano al rapimento di una donna, altri al rapimento e alla bastonatura di un avversario del clan dei Loyola. Di sicuro c’è che il processo fu insabbiato e questo potrebbe significare che Ignazio godeva di alte protezioni ma indica anche che il delitto addebitatogli non era particolarmente grave: si può sicuramente escludere che si trattasse di un omicidio.
Questo processo e il fatto, riferito da un biografo a lui vicino nel tempo ,ch’egli era solito pregare la Santa vergine prima di ogni duello, fanno pensare a un giovane  troppo rissoso,  troppo pronto a sguainare la spada, insomma a un giovane ambizioso e ribollente di energie – energie che avrebbero potuto portarlo a fare sia un gran bene che un gran male.
Per fortuna dell’anima sua, quando egli era ancora sulla trentina degli anni, intervenne nella sua vita un fatto, un fatto doloroso e drammatico, che lo stornò con decisione dalle vie del male per volgerlo a quelle che l’avrebbero condotto ad essere uno dei più grandi santi della Cristianità – e con ciò veniamo a parlare del ferimento occorsogli a Pamplona.
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Pamplona, come tutti sanno, è una città della Navarra. Regione questa, allora, teatro di accaniti combattimenti tra l’esercito spagnolo e quello francese ( che voleva riconquistarla per il re di Navarra – legato alla dinastia dei Valois – a cui, un pò con l’astuzia e un pò con la forza, re Ferdinando D’aragona l’aveva pochi anni prima sottratta ),
La città di Pamplona era stata investita da un esercito francese numeroso e soprattutto munito di un’efficace artiglieria. E la guarnigione spagnola, abbandonata la città, indifendibile, al nemico, si era ritirata nella cittadella. Per accorgersi, però, che anche questa non poteva essere difesa, dato che i suoi bastioni erano incompiuti e scarseggiavano le munizioni e le vettovaglie. Si riunisce un consiglio di guerra: tutti gli ufficiali sono d’accordo nel dichiarare che la resistenza è senza scopo e la resa inevitabile. Tutti fuorché il più giovane tra loro, Ignazio: egli fa appello al sentimento cavalleresco e proclama dovere di tutti andare a morte certa piuttosto che deporre vergognosamente le armi. Il suo entusiasmo trascina gli altri: si decide la resistenza.
Ignazio si porta nel punto più pericoloso ed esposto della fortezza. Quando i francesi ( vittoriosi ) entrano nella cittadella lo trovano in un lago di sangue e con una gamba fracassata da una palla di cannone. Cavallerescamente lo curano ( anche se, come vedremo, maldestramente ) e lo fanno scortare fino al castello dei Loyola.
Giunto l’infermo a questo ( con un viaggio dolorosissimo: non esistevano a quel tempo mezzi di trasporto molleggiati e continui erano gli scossoni che il grande invalido doveva sopportare!), i medici chiamati al suo capezzale si accorgono che le ossa infrante sono state malamente connesse
( dai maldestri medici militari dell’esercito francese ): quindi bisogna sconnetterle. Lo si fa, ma anche la nuova operazione non giova, perché le ossa si ricompongono un’altra volta falsamente e un osso sporge dal ginocchio. E’ questo solo un difetto estetico; ma intollerabile per un giovane ambizioso come Ignazio ( egli non vuole rendersi ridicolo o, peggio, ripugnante, quando nei tornei passerà in parata davanti alle belle dame: ben si sa, in una persona a cavallo è il ginocchio che più balza all’occhio!): egli ordina ai medici di eliminare il difetto: l’osso viene messo a nudo e segato: un vero macello! e tutto senza anestesia. Ma Ignazio tutto stoicamente sopporta, senza emettere un grido, un lamento, solo limitandosi a stringere i pugni. E non è finita: dopo qualche tempo ci si accorge che la gamba ferita è rimasta più corta di quella sana. E Ignazio si sottopone ancora a una tortura : quella di ripetuti stiramenti ( fatti con l’applicazione di pesi o con corde e pulegge ) della gamba malata nel tentativo di correggerne il difetto ( tentativo che riuscirà solo a metà: tutta la vita egli conserverà una leggera claudicazione che, più tardi, a Roma, correggerà portando una scarpa con suola alta ).
Finiti i dolori dei vari interventi chirurgici, ecco incombere sul convalescente Ignazio, pesanti come il piombo, le ore interminabili della noia. Per colmarle egli chiede  gli si porti l’Adamis de Gaula, un libro di gesta cavalleresche molto in voga nelle corti del tempo. Ma i parenti di Ignazio sono nobili di provincia: tutta la loro biblioteca consiste in due libri, la Vita Christi  e la Legenda Aurea – dal contenuto intuitivo il primo, consistente in una raccolta di vite di santi, il secondo.
Sotto la pressione di un vuoto interiore insopportabile, Ignazio si accontenta e comincia a leggerli. Ma più volte…li mette da parte: tutte quelle “penitenze”, “macerazioni”, “opere di umiltà” di cui sono pieni, gli provocano una violenta avversione. Poi, a poco a poco, l’animo del combattente idealista e generoso che è in lui, viene attratto da alcuni aspetti eroici presenti nelle vite dei santi: San Domenico, che offre ad una madre di farsi vendere come schiavo per procurarle il denaro necessario per il riscatto del figlio; San Francesco, che impavido si reca nel campo del feroce Solimano per svergognarlo con una dimostrazione del coraggio cristiano, non compiono essi gesta degne dei più grandi cavalieri? e i premi che essi hanno, con tali gesta, conseguiti – l’essere stati ammessi alla visione della Regina del Cielo, l’essere stati serviti da schiere di angeli – non sono superiori a quelli che può sperare di ottenere un cavaliere vincendo un torneo o dando mostra di valore in battaglia? forse che il sorriso della più bella dama, della stessa regina di Spagna, tiene il confronto col sorriso della regina del Cielo, adorna di tutte le grazie, fornita di tutte le potenze ?!
L’ambiziosissimo Ignazio sempre più si rende conto di quanto più vantaggioso e nobile sia per lui servire il Re dei Cieli anziché qualche re della terra, per grande e potente ch’esso sia. E il pensiero di dedicarsi interamente a Dio lo esalta e lo attrae sempre di più.
Esaltazioni dovute alla malattia, esaltazioni di un soldato ingenuo e ignorante – dirà l’uomo colto dei nostri tempi con un sorriso di superiorità. Che può replicare il credente a tale spregiativa osservazione?!
In primo luogo, che l’ingenuità e anche l’ignoranza possono essere anche considerate come positive, se sono qualità di un’anima che, vergine di vano sapere e di malizie mondane, sa aprirsi, con freschezza e senza pregiudizi, a inusitate esperienze.
In secondo luogo, che Ignazio si esalta, sì, ma ha anche la capacità di porre distanza tra sé e lo stato di esaltazione che vuole possederlo: egli – e questa sarà la caratteristica di tutta la sua vita spirituale – guarda con diffidenza agli impulsi che insorgono nel suo animo: essi non nascono da soli, qualcuno li fa nascere e li ispira: chi? Ecco che Ignazio procede, per scoprirlo,  ad una scrupolosa a attenta auto-analisi. E così egli può notare due cose: che il pensiero di dedicarsi a Dio causa in lui stati d’animo caratterizzati da un’intensa felicità; che, però, quasi immancabilmente, tali stati di felicità sono seguiti da stati di depressione.
A questo punto va oltre, scava oltre dentro di sé, e scopre che gli stati depressivi nascono in lui come di rimbalzo dalla rinuncia ai piaceri dei sensi, al peccato ( che il servizio  Dio inevitabilmente implicherebbe): è come se tali stati depressivi fossero fati nascere in lui da una forza che vuole ch’egli si dedichi al male e che rifugga dal Sommo Bene.
Da ciò Ignazio deduce che nel suo animo ci sono come due eserciti, quello di Dio e quello dell’eterno nemico di Dio, che se ne contendono il possesso; non solo, ma che questa lotta, che si verifica nel microcosmo del suo cuore, si verifica anche nel macrocosmo: anche nell’universo i due eserciti, quello di Dio e quello di satana, si stanno dando battaglia.
Ignazio è un cavaliere: non può rimanere neutrale, deve schierarsi con uno dei due.. E Ignazio decide di rinunciare a satana e alle sue opere e di diventare un cavaliere nell’esercito di Cristo Re.
La generosa risoluzione  di rinunciare ad ogni ambizione terrena, ad ogni concupiscenza carnale – fatta da un giovane nel pieno della vita, di una vita in cui si aprivano tentatrici prospettive di gloria e di ricchezza – riceve una straordinaria ricompensa: una notte, mentre è a letto ma sveglio, gli appare la Santa Vergine con in braccio il Bambino Gesù.
Cosa anche questa indicativa della serietà della conversione di Ignazio, egli non attribuisce senz’altro alle forze del bene tale visione: potrebbe ben essere stata causata dal maligno. Solo il fatto, che, dal momento in cui ebbe tale visione, ogni tentazione della lussuria venne per sempre a cessare in lui ( ed era un giovane di 30 anni!) convinse Ignazio ch’essa proveniva dal Cielo e non dalle tenebre.
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A guarigione avvenuta, Ignazio lascia il castello avito – destinazione Gerusalemme: suo proposito infatti è di convertire gli infedeli che ora occupano la città santa o di subire il martirio.
Ma non dobbiamo pensare che quello che parte per tanta impresa sia un novello San Francesco, umile, scalzo e con solo un saio indosso. No, Ignazio parte come un hidalgo che si muove per una qualche cavalleresca impresa: su un mulo, sì, ma armato, indossando le vesti sgargianti del cortigiano, accompagnato per un tratto da due servi e promettendo al fratello – che, al momento del commiato, lo invita a non deludere le speranze in lui riposte dal Casato – che si mostrerà degno dei suoi antenati e del nome dei Lyola.
E, come un cavaliere, pronto a difendere l’onore della sua dama, Ignazio si comporta quando un “morisco” ( così erano chiamati spregiativamente gli arabi battezzati ) , incontrato per la strada, pretende negare la verginità di Maria: egli vuole sfidarlo, sennonché il “morisco” fiutando disgrazia scappa via in fretta e furia.
L’uomo vecchio è duro a morire! E quando Ignazio inizia la sua nuova vita di questo “uomo vecchio” conserva in sé ancora moltissimo! Era prima un ambizioso e ancora egli è un ambizioso: l’unica differenza è che prima voleva diventare un grande cavaliere, ora vuole diventare un grande santo;  era un rissoso e ancora egli è un rissoso: l’unica differenza è che, prima, era pronto a sfoderare la spada per  qualche bella dama di corte, ora, lo è per la Santa Vergine del Paradiso
Saranno le prove estreme a cui si sottoporrà a Manresa, che manderanno in frantumi la sua vecchia personalità, facendo sbocciare, dall’antico cavaliere,  un santo.
Manresa era una cittadina vicina a un famoso santuario – il santuario di Montserrat – in cui, subito dopo la partenza, Ignazio si era recato per una confessione generale dei suoi peccati.
Fatta la confessione, Ignazio aveva sentito il bisogno di un ritiro spirituale prima di accingersi al lungo e pericolo viaggio per la Terra Santa; e aveva scelto, come luogo adatto a tale scopo, appunto la cittadina di Manresa.
Lì, senza più armi, senza più vesti sgargianti, ma con indosso una semplice tunica da pellegrino di stoffa grezza, come calzari solo dei sandali, una zucca essiccata per fiasca, Ignazio si dà per un anno circa a severissime penitenze. Vive, l’antico cortigiano, gran parte del suo tempo in un’umida grotta, dormendo sul nudo terreno e avendo un sasso o un pezzo di legno come guanciale; nutrendosi di qualche radice e di qualche pezzo di pane nero e secco che ha mendicato in città. Ogni giorno si flagella a sangue e spesso si batte il petto con un sasso tanto da prodursi delle piaghe.
Tali eccessi finiscono per minare la sua salute ( e per morto addirittura una volta lo danno i medici chiamati a curarlo da delle pie donne che, stremato, l’hanno raccolto ) e, peggio ancora, essi finiscono per indurre in lui un grave squilibrio psicologico: egli vive col continuo tormento di essersi dimenticato di confessare qualche peccato, e, più atterrito dal timore di Dio che attirato dal suo amore, perde il gusto di pregare ,giungendo, disperato,  a pensare al suicidio.
E’ sull’orlo di un abisso; a salvarlo da questo sarà la sua capacità di introspezione psicologica.
Partendo dalla giusta intuizione che il male ( quell’indebolimento del suo fisico, che gli impediva di compiere le grandi gesta progettate per la maggior gloria di Dio, quella perdita dell’equilibrio interiore, che gli aveva tolta la gioia della preghiera rivolta a Dio ) non poteva venire che dal male, si mise a cercare la radice maligna delle sue eccessive penitenze ( e quindi delle sue infermità e quindi della perdita del suo equilibrio psicologico ) e la trovò in una fuorviata e malsana ambizione: egli era stato mosso alle sue penitenze, non dal desiderio di piacere a Dio, ma dalla volontà di emulare i grandi santi ( come in tempi posteriori avrà a raccontare al discepolo Gonzalez, egli aveva voluto fare quel che “avevano fatto San Francesco o San Domenico” ).
Questa scoperta condurrà Ignazio a rifuggire ,e per tutta la vita, da ogni eccesso nelle penitenze. Egli diventerà col tempo uno dei santi più equilibrati della storia, un “maestro degli affetti”, come lo celebrò Cocleo, il noto umanista avversario di Lutero. Un “maestro degli affetti” capace di riifutarsi, considerandole come tentazioni del maligno, anche a quelle esperienze mistiche che lo assalissero intempestive, impedendogli di concentrasi nel lavoro ( in quel lavoro che egli espletava diuturnamente ad maiorem gloriam Dei ) – e questo in base alla ferma convinzione che Iddio non impedirebbe mai  a un suo servo di compiere un’opera buona o di attuare un proposito veramente utile.
Al termine del suo soggiorno a Manresa, la purificazione operata da Ignazio della sua personalità dai vizi che la deturpavano – anche da quelli che ingannevolmente si erano camuffati da virtù – ebbe il suo premio in una grande esperienza mistica: mentre era nei pressi del fiume Cardoner ( che costeggia Mansera) ) egli vide la Santissima Trinità, Cristo Signore, la Santissima Vergine. Li vide con gli occhi del corpo fisico o con quelli dello spirito? Dominus scit, solo Dio lo sa: con queste parole – già usate dall’apostolo Paolo richiesto della vera natura dell’estasi che, sulla via di Damasco, l’aveva elevato al terzo Cielo – rispondeva, con la sua solita circospezione, Ignazio a tale domanda. Certo è, invece, che l’esperienza mistica vissuta in riva al fiume Cardoner, fu per Ignazio di fondamentale importanza. E ciò in quanto ne ebbe arricchito, non solo l’anima ma anche la mente. Nel suo corso infatti egli attinse la comprensione profonda dei più grandi misteri della fede
( come Dio creò il mondo, come Gesù è nell’ostia consacrata, come la Divinità pur essendo “una” è anche “trina” ) – tanto che egli potrà dire in seguito che apprese più durante tale visione che durante tutti i lunghi anni passati nello studio della teologia. Da questa esperienza, com’egli ebbe poi a dire nacque insomma “un altro uomo”: un Ignazio, che non solo vuole servire Dio, ma sa anche servirLo  con sapienza e profonda conoscenza delle cose umane e divine.
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Verso fine febbraio del 1523 il “nuovo” Ignazio lascia Manresa per il progettato viaggio in Terra Santa – viaggio che compirà senza un soldo in tasca, rifiutando ogni donativo che superasse il fabbisogno giornaliero, solo fidando  nella Divina Provvidenza.
Giunto a Gerusalemme ( a quei tempi in mano ai Turchi ) dopo infinite peripezie e durissime privazioni ( spesso digiunando e dormendo all’addiaccio, una volta perfino cadendo, per la strada, esamine, stremato dalla fame e dalla fatica ), vorrebbe rimanervi per convertire gli “infedeli”. Ma il Superiore dei Francescani ( al cui Ordine è rimessa la custodia dei Luoghi Santi) gli impone di tornare ed egli ubbidisce.
Tornato in Europa, Ignazio continua a sentir urgere in sé l’esigenza di approvechar a las animas, aiutandole a raggiungere la salvezza eterna: essendo andate deluse le speranze di un apostolato tra le popolazioni dell’Africa musulmana, egli predicherà a quelle dell’Europa cristiana.
Sì, ma perché la predica abbia possibilità di successo tra le popolazioni del “civile” e colto Occidente, occorre che chi la fa sia “istruito” e in possesso di “titoli” accademici ( che gli diano la necessaria autorevolezza ).
Ignazio pertanto decide di mettersi a studiare.
Prima di tutto bisogna imparare la lingua dotta, il latino: di conseguenza noi lo vediamo, a Barcellona, frequentare una scuola di grammatica, avendo come condiscepoli degli irrequieti ragazzini ( lui ha 33 anni!) e cercando, volenteroso, di costringere la sua mente, poco addestrata allo studio, all’apprendimento delle declinazioni e delle comparazioni della lingua di Cicerone.
Nel 1526, terminati gli studi di grammatica, si cimenta con la logica di Scoto, la fisica di Sant’Alberto Magno, la teologia di Pietro Lombardo.
Inizia tali studi in Spagna, frequentando, prima, l’università di Alcalà, poi, quella di Salamanca; ma ben presto è costretto ad emigrare a Parigi: Perché? Perché egli non si limita a studiare, ma anche si dà alla predica nelle strade, coadiuvato da alcuni giovani che hanno subito il fascino del suo carisma ( ma che a Parigi poi non lo seguiranno). Ora siamo nell’epoca della Riforma, questo gruppetto di persone, laiche ma tutte indossanti un identico saio fatto di sacco così come se fosse una divisa,  che spiegano le Sacre Scritture con tono ispirato, come può non far sorgere nell’autorità ecclesiastica il sospetto di una nuova setta luterana? E lo fa sorgere, infatti; e Ignazio con i suoi compagni é inquisito sotto l’accusa di eresia: gettato in sordide celle solo dopo parecchie settimane viene liberato: liberato, sì , ma con la proibizione di darsi alla predica.
Ora Ignazio ha sopportato con la solita forza d’animo il carcere ( a un alto prelato che, visitandolo mentre vi è rinchiuso, si informa della sua salute e del suo morale, risponde con indomita energia: “Vi assicuro che a Salamanca non vi sono tanti ceppi e catene quanti vorrei portarne per amore di Dio”), ma non sopporta, ritenendolo ingiusto, il divieto di predicare. E, proprio per sottrarsi ad esso, decide di proseguire i suoi studi a Parigi ( città che ha fama di essere tra le più “liberali” ). Lì vi prende il diploma di “maestro in artibus” ( una sorta di laurea in lettere ) e lì inizia i suoi studi per acquisire il dottorato in teologia ( applicandosi sulle opere della Scolastica e in particolare su quelle di San Tommaso – di cui sarà sempre un grande estimatore ).
E’ un buon studente, Ignazio? Non tanto; e non già perché gli faccia difetto la buona volontà, ma perché gli manca la serenità necessaria per applicarsi sui libri. Infatti per vivere è costretto, di giorno, a mendicare ( mendicare per le strade, si vuol dire ) e, di notte, a dormire in una sorta di asilo per mendicanti e pellegrini ( l’Ospizio di San Giacomo ). Solo dopo parecchio tempo riesce a procurarsi delle sovvenzioni da dei mercanti delle Fiandre e ad assicurarsi così dei pasti più regolari e un alloggio più decente ( presso il collegio di Santa Barbara, di cui occuperà una stanza insieme ad altri studenti ).
Vita durissima, dunque, quella di Ignazio, ma con la soddisfazione di vedere a poco a poco affiancarsi a lui, disposti a condividerne gli ideali, dei giovani – primi tra questi, i suoi compagni di camera, Pierre Favre e Francesco Saverio.
Come riesce Ignazio a convertire questi giovani ( che, si badi, sono tutt’altro che degli ingenui e degli incolti: quasi tutti sono studenti e studenti di materie che, come la filosofia e la teologia, richiedono sagacia e spirito critico) ? qual’è il segreto del suo efficace apostolato? una particolare abilità dialettica? No, questa può servire a prevalere in una disputa accademica, ma non a trasformare in ardenti apostoli delle persone che possono essere, sì. anche religiose, ma di una religiosità quieta, addomesticata, che convive benone con la ricerca dei piaceri e degli onori mondani.
Certo Ignazio dice delle parole per convincere quei giovani; ma sono parole dette da chi ha la capacità di penetrazione psicologica necessaria per leggere nel fondo dell’animo dell’interlocutore i problemi esistenziali che lo angustiano; sono parole sapienti, che di tali problemi sanno dare la soluzione.
Uno dei compagni di camera di Ignazio, Pierre Favre, di umilissimi natali ( è di famiglia contadina)  è riuscito a diventare uno studioso e un erudito di cui gli stessi professori, su punti controversi, chiedono il parere. Sì, ma l’occhio acuto di Ignazio scopre che, dietro a tutta questa sapienza, si nasconde uno  spirito inquieto e tormentato: vede il pastorello dodicenne che, in mezzo al suo gregge, fa voto di perpetua castità e vede questo stesso pastorello, diventato stimato erudito, incapace a far fronte agli impulsi e alle tentazioni che gli vorrebbero far tradire tale voto. Ignazio diagnosticata la malattia sa anche indicarne la medicina: il Favre ritrova l’equilibrio e la serenità: sarà uno dei più validi collaboratori di Ignazio nella creazione e direzione della Compagnia.
Cero Ignazio dice delle parole ( per trasformare un tiepido credente in un eroico combattente per la fede ); ma sono parole dette da chi ha dentro di sé il sacro fuoco, il fuoco dello Spirito Santo, sono parole che, come una torcia ne accende un’altra, sanno trasmettere tale sacro fuoco a chi le ascolta e sanno infiammarne il cuore (“sul popolo s’influisce più con l’ardore dello spirito e degli occhi che con scelte parole” –ammonirà sempre Ignazio ).
Francesco Saverio, l’altro compagno di camera di Ignazio, è un giovane brillante, solo capace
( apparentemente ) di pensare ai divertimenti, ai soldi, alla carriera; ma una volta, mentre egli si infervora tutto parlando dei suoi ambiziosi progetti per l’avvenire, Ignazio lascia cadere, come soprappensiero, il famoso ammonimento del Vangelo di San Matteo: ”Che giova all’uomo guadagnare tutto il mondo, se poi perde l’anima sua?”. Dette da me, da una persona qualunque come me, tali parole suonerebbero stonate e addirittura ridicole ( in quel contesto ), ma dette da Ignazio! dette da lui si depositano nell’animo del giovane “superficiale”, per molestarlo come la pietruzza messa nell’ostrica perlifera, costringendolo così a quella riflessione che ne farà la perla della Compagnia di Gesù, ne farà un santo, San Francesco Saverio.
Sì, le parole possono servire ( a convertire delle anime al bene, e, quando già fanno il bene, al meglio); ma solo se sono dette da chi ad esse fa seguire dei fatti ( conformi!).
Ignazio predica il Vangelo, l’amore del prossimo; ma non si limita a ciò: egli con costanti, eroiche opere di carità dimostra d’amare davvero il suo prossimo, d’amarlo , davvero, più della sua stessa vita.
Anche quando ancora è studente, Ignazio si reca negli ospedali e lì, non solo assiste i malati, ma provvede ai lavori più umili e ripugnanti: lava i pavimenti, le lenzuola lasciate sporche e infette, seppellisce i morti.
Non lo trattengono né la ripugnanza per certe infermità né il timore del contagio; sentimenti che, comprensibili e umani, egli sa con un atto della sua ferrea volontà superare. La vista di quel malato lo disgusta? Reagisce precipitandosi ad abbracciare, prima lui, e, poi, tutti gli altri malati della corsia. Al termine di una misericordiosa visita ad un appestato lo assale l’angoscia parendogli di sentire nella mano che lo ha toccato un principio di dolore? Reagisce portando risolutamente la mano alla bocca: se c’è il contagio, sarà totale!
Come può, un’anima che ha in sé della generosità, resistere al richiamo di un tale uomo, come non può accogliere il suo messaggio, anche se duro, anche se severo?!
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Col tempo tra Ignazio e sei dei giovani che gravitavano intorno a lui si determinò un particolare affiatamento e una particolare coesione ; e presero a riunirsi insieme con assiduità per intrattenersi su cose spirituali ed elaborare progetti per l’avvenire.
Ben presto i sette ebbero il desiderio di sigillare con un voto, con un solenne giuramento la risoluzione di non più separarsi. Questo avvenne il 13 Agosto 1534 ( e a tale data molti fanno risalire la nascita della Compagnia di Gesù, anche se questa avvenne formalmente solo più tardi in seguito a un decreto papale – così come in seguito meglio vedremo ): il 15 Agosto 1534 i sette, decisi ad essere compagni in un entusiasmante avventura spirituale, dopo aver sentita la Santa messa ed essersi comunicati, fecero voto di castità e di povertà e solennemente si impegnarono a recarsi insieme in Terra Santa per convertirvi gli infedeli o, se tale viaggio risultasse, per una qualche ragione, impossibile, a recarsi a Roma per porsi al servizio del Papa.
Il primo progetto ( quello dell’apostolato in Terra Santa) non avendo potuto realizzarsi per lo scoppio di una guerra tra i turchi e la cristianità, i sette, fedeli al secondo impegno assunto, si mossero da Venezia ( città in cui si erano recati per vedere se riuscivano a imbarcarsi per la Terra Santa ) alla volta di Roma, con l’intenzione di consacrarsi a quei compiti che la Chiesa avrebbe voluto loro rimettere.
E fu proprio durante questo viaggio ( compiuto a piedi! ) che Ignazio, in una località detta La Storta – località distante solo una quindicina di chilometri da Roma – ebbe la famosa visione di Gesù insieme a Dio Padre.
Giunti a Roma i sette compagni (si badi “compagni” e non altro – Ignazio é ancora primus inter pares : sarà eletto formalmente a  capo della Compagnia solo in seguito) decidono di trasformare in congregazione il gruppo da loro formato e, in ricordo della visione de La Storta, di dare a tale congregazione il nome di Compagnia di Gesù  ( questo è, almeno secondo la tradizione, la spiegazione del nome dato al nuovo Ordine ).
Lo statuto ( la Formula Instituti ) di tale nuova congregazione fu elaborato ( da Ignazio ) nel 1539; ma, strano a dirsi, la bolla ( Regimini militantis Ecclesiae ) con cui il Papa l’approvava fu emessa solo il 27 Settembre 1540: ci volle alla Chiesa quasi un anno e mezzo, di tergiversazioni e di titubanze, per dare il suo placet all’Ordine che ne sarebbe risultato il più strenuo difensore! Quam parva sapientia regitur mundus !
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Siamo nel 1556, il numero dei membri della Compagnia, che nel 1540 ( l’anno della sua nascita ufficiale ) era di dieci ora è già di circa mille.
I gesuiti hanno rivelato un dinamismo travolgente: hanno aperto scuole, ospedali, ricoveri per prostitute ravvedute. Come veri soldati di Cristo Re – soldati disciplinati, coraggiosi, efficienti, intelligenti – sono pronti ad accorrere in qualsiasi posto la difesa della fede lo richieda: in Irlanda per sostenere la Cattolicità vacillante sotto la pressione di Enrico VIII, in Germania per recuperare all’ortodossia le popolazioni protestanti.
Apprezzati per l loro acutezza e per la loro profondità di pensiero, sono ricercati sia quando da una cattedra si devono confutare con sapienza e abilità tesi eretiche, sia quando in un Concilio ( il Concilio di Trento ) si deve dar soluzione a delicati problemi teologici.
La loro finezza nel risolvere delicati problemi morali, ne fa presto i confessori e i consiglieri spirituali di tutte le corti della Cattolicità. E ciò dà loro un potere enorme: in un’epoca in cui ogni decisione si concentra nella persona del Sovrano, aver modo di influire su questo (e  lo si può facilmente nel segreto del confessionale )  significa avere nelle mani il destino di interi popoli; aver poi modo di apprendere ( per le confidenze che è facile carpire nel confessionale) le decisioni che stanno maturando nelle corti di tutta la cattolicità, significa far diventare il Papato ( a cui, tramite il Generale della Compagnia, giungono le relazioni dei vari confessori ) la potenza più informata del mondo e quindi quella meglio in grado di orientare la politica del mondo.
Ma il fondatore di questa sempre più potente Compagnia di Gesù, dov’è, che cosa fa?
Ignazio sta fermo a Roma; egli è stato nominato Generale (  il primo Generale della Compagnia di Gesù )e  suo dovere è di coordinare e dirigere l’attività dei suoi discepoli (senza muoversi dal centro della ragnatela che questi stanno intessendo in tutto il mondo ).
Ogni residuo di debolezza umana sembra cancellato in lui: il suo dominio sui sentimenti è diventato assoluto. Da vero “maestro degli affetti” egli sa essere nell’arco della stessa giornata, a seconda che gli interessi della Compagnia lo esigano, ora severo ora mite, ora rude ora gentile, ora taciturno ora affabile.
Quanto più l’Ordine cresce, tanto più egli sembra sparire, lasciarsi inghiottire  dall’impersonale disbrigo di pratiche amministrative. Egli ci tiene a passare inosservato ( non permette che i pittori lo ritraggano, dice poco sulla sua vita ); e quasi inosservato, senza creare nessun intoppo, nessuna difficoltà alla macchina burocratica che dirige, lascia il suo corpo per presentarsi al suo Creatore.
E’ una sera del 30 Luglio 1556, un Giovedì. La giornata é stata particolarmente laboriosa giacché occorreva preparare la corrispondenza per Spagna, Portogallo, Brasile, India orientale, Giappone
(dato che l’indomani il messaggero sarebbe venuto a ritirarla ). Lettere particolarmente delicate erano destinate ai re di Spagna e di Portogallo. E si era dovuto scrupolosamente calcolare l’effetto di ogni parola affinché Filippo si inducesse ad ordinare ai suoi vescovi fiamminghi di permettere lo stabilimento dell’Ordine nei Paesi Bassi e Giovanni III desse finalmente un congruo appoggio alla missione mandata da poco in Abissinia.
Già da alcuni giorni Ignazio si era sentito poco bene; ma non per questo si era astenuto dal lavorare. Ancora nel pomeriggio era rimasto a lungo a tavolino , prima, per scrivere un’ultima lettera, poi, per studiare alcune pratiche.
Ed ecco improvvisamente, mentre sta ancora lavorando, gli viene in bocca un gusto amaro e sente che deve morire. Chiama allora il suo segretario e gli chiede di correre in Vaticano per impetrare per lui la benedizione papale.  Il segretario fa notare che vi é ancora una marea di lettere da preparare per l’indomani: “Vostra Paternità si sente proprio così male? Non si può rimandare a domani?”. Ignazio di rassegna: “Mi sarebbe piaciuto più oggi che domani; tuttavia fate quel che Vi par meglio”.
La posta per la Spagna partirà in perfetto orario; ma Ignazio morirà – tra il Giovedì (30 Luglio ) e il Venerdì (31 Luglio 1556) – senza la benedizione papale, senza la Estrema Unzione!

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