Biografia

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Ramekrishna é una grandissima Personalità spirituale vissuta nel XIX secolo in Bengala.

Vivekananda é quel Suo discepolo che diffuse maggiormente il Suo insegnamento in Occidente.

Ramacharaka é un’avvocato di Boston che diventò discepolo di Vivekananda,

La biografia di Ramakrishna che segue é tratta dal libro Grandi personalità spirituali d’Oriente e d’Occidente” scritto dall’Avv. Luigi Maria Sanguineti:

Ramakrishna nacque a Karnarpukur, un piccolo villaggio del Bengala, ombreggiato da banani e manghi e circondato da stagni e risaie. La sua nascita fu annunciata ai suoi genitori, una pia copia di bramini, da sogni e visioni profetiche.
Il padre, già sessantenne, si trovava in pellegrinaggio a Gaia – il luogo santo che conserva l’impronta di Vishnu – quando sognò il Dio che gli prediceva la nascita di un figlio in cui Egli si sarebbe incarnato. Tornato a casa, trovò la moglie tutta raggiante: era incinta e una visione avuta davanti al tempio di Shiva le aveva annunciato che lei avrebbe data la vita a un Dio.
Colui che doveva essere venerato come una nuova incarnazione di Rama e di Krishna, nacque il 18 febbraio del 1836 ed ebbe il nome di Gadadhar (Portatore di scettro), uno dei tanti appellativi di Vishnu.
Gadadhar crebbe,  intelligente, precoce, dotato di una sorprendente memoria, pieno di salute e di vivacità; dimostrando predisposizione soprattutto per la pittura, il canto e l’arte in genere. A sei anni ebbe la sua prima estasi: camminava lungo un sentiero tra le risaie, tranquillamente mangiando il riso soffiato che portava in un paniere, quando, alzando gli occhi, vide uno stormo di gru bianche sullo sfondo di nubi scure che stavano rapidamente estendendosi nel cielo. La bellezza del contrasto gli fece perdere la coscienza: cadde svenuto. Più tardi raccontò di essere stato invaso da una gioia indicibile.
L’entrata, all’età di nove anni, nella casta brahmana – come gliene dava privilegio il lignaggio – rinsaldò in lui la vocazione religiosa, che già aveva manifestato: leggeva le vite dei grandi santi indù, organizzava e recitava drammi sacri, passava  lunghe ore nel tempio in adorazione delle Divinità.
E, quando il fratello maggiore, Rankumar – trasferitori a Calcutta per sovvenire alle gravi difficoltà economiche in cui la famiglia era caduta per la prematura morte del padre – lo invitò a studiare e ad aiutarlo nella conduzione di una scuola di sanscrito da lui aperta, egli fermamente rifiutò; alle sue rimostranze rispondendo che il suo solo desiderio era di acquisire la saggezza capace di mettere la pace nel cuore.
Tale decisione, non dettata da infingardaggine, ma  dovuta ad una nobile aspirazione, piacque al Cielo, che preparò al giovane Gadadhar l’occasione  che gli avrebbe permesso di darle piena soddisfazione.
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A quell’epoca viveva a Calcutta una ricca vedova, appartenente alla casta dei sudras ( l’ultima delle caste indiane, quella dei servi ). Si chiamava Rani Rasmani ed era apprezzata per la sua intelligenza, le sue varie attività di beneficenza e la sua devozione a Dio. Sostenuta nei suoi progetti dal cognato, Mathur Babu, Rani Rasmani aveva fatto costruire nel 1847 un tempio dedicato alla dea Kaly, nella sua forma di Bhavatarami: la Salvatrice dell’universo, che – come avrà a spiegare Ramakrishna – ha il potere di liberare i suoi eletti da ogni traccia di egoismo e di immergerli nell’assoluto, il Dio senza forma: l’Atmam- Brahman.
Rani Ramani e Mathur Babu per far costruire il tempio avevano spesa una fortuna; ma, essendo dei sudras, non riuscivano a trovare un bramino che accettasse di esserne il prete: di vivervi e di celebrarvi le sacre funzioni.
Chiesero anche al fratello maggiore di Gadadhar, Rankumar, e questi, dopo alcune esitazioni, finì per accettare. Rankumar volle con sé il fratello minore e Gadhadar si trasferì con lui nel tempio della Dea. Lo fece a malincuore perché non gli sembrava bene che un bramino officiasse nel tempio di un  sudra. Ma il rispetto dimostrato per Rankumar da Rani Rasmani e da Mathur Babu, e soprattutto la solitudine santa del luogo, la sacra atmosfera del tempio e dei suoi dintorni, a poco a poco, vinsero i suoi scrupoli. E, quando, dopo un anno, il fratello morì, egli accettò di rimpiazzarlo;
chiamando come suo aiuto il nipote Hriday ( che più tardi si dimostrerà di inestimabile aiuto per lo zio, assistendolo e provvedendo a lui nelle sue esperienze religiose, spesso pericolose quando si prolungavano ).
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Nel tempio di Kali ha inizio una pericolosa ma entusiasmante avventura spirituale per Ramakrishna ( con tale titolo – in realtà solo più tardi ricevuto – d’ora in poi a Gadadhar ci riferiremo ).
Ha venti anni. E’ prete. E’ nella casa della Dea, degli Dei. Ogni giorno di più ne sente la misteriosa ma viva presenza. Gli parlano, si manifestano a lui con la concretezza degli uomini di carne ed ossa.
Una sera, terminati i riti, egli non può dormire. A un tratto sente un passo leggero e un tintinnio di sonagli. Guarda: una giovane,  bellissima fanciulla, con i capelli sciolti sulle spalle, con le caviglie ornate di anelli, sta salendo sul terrazzo. Giuntavi, si ferma a guardare il Gange, pensierosa e triste. E’ Sita, l’infelice moglie di Rama, che ha passate tante notti in attesa del suo amato sposo lontano. E queste visioni si ripetono. Egli ormai non vive che per esse: quando la Dea a lui si nasconde, la vita per lui perde ogni senso e subentra la disperazione: la disperazione dell’amante che è lontano dall’amata, una disperazione tanto più forte, quanto più grande è il sentimento d’amore che all’amata lo lega. Nel caso di Ramakrishna, una disperazione totale, lancinante, che gli impedisce anche di ragionare. Egli supplica la Dea di ritornare a benedirlo della sua presenza, la supplica piangendo come un bambino. Certe volte batte la testa al suolo e singhiozza così disperatamente che la gente crede ch’egli abbia veramente perduta la madre carnale.
Un giorno, mentre è sommerso dal dolore al pensiero che la visione divina non si ripeterà più, si accorge di una grande spada che è appesa nel santuario. Deciso a finirla, si lancia come un folle per trafiggersi e in quel momento…la Madre Divina gli si rivela. Allora il tempio e tutte le altre cose svaniscono dai suoi occhi. Al loro posto un oceano di coscienza senza limiti, infinita, abbagliante.
Tanto lontano quanto può giungere il suo sguardo, onde brillanti, sorgenti da tutti i lati, che si avventano su di lui con un terrificante fragore, come per inghiottirlo. Egli non può più respirare, cade svenuto. “Ciò che avveniva nel mondo esteriore – dirà ricordando tale esperienza – io l’ignoravo, ma in me un fiotto continuo di felicità ineffabile, del tutto sconosciuto, si riversava e io sentivo la presenza della madre Divina”. Sulle sue labbra, quando riprende conoscenza, una sola parola: “Madre”.
Ma queste visioni erano reali o non erano piuttosto il frutto di una fantasia eccitata? Ramakrishna conosce anche il tormento del dubbio; ma per risolverlo a chi può rivolgersi se non alla Madre Divina? “Esisti Tu, Madre, o sei una finzione creata dal mio spirito, una visione poetica senza alcuna realtà? – Le domanda rotolandosi come un pazzo per terra.
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Agli occhi del mondo il comportamento di Ramakrishna spesso non può non apparire sacrilego. Una volta, davanti all’altare, invece di offrire i fiori alla Dea, se ne adorna la testa. Un’altra volta, prende del cibo offerto alla Dea e lo dà ad un gatto affamato.
Ramakrishna molti anni dopo spiegherà di essere stato condotto a tali gesti dalla percezione – che lo colpiva d’un tratto con i caratteri di un’assoluta evidenza – che la Divina Madre “era in ciascuna cosa, che ogni cosa è piena di Coscienza”. E un giovane assistente, che era presente all’episodio dei fiori, ebbe in effetti a confidare che, il viso dell’officiante, nel momento irraggiava tanta luce, ch’egli ebbe paura ad avvicinarsi a lui. E tuttavia si trattava di azioni, in sé e per sé, sacrileghe. Inoltre la tensione nervosa del giovane prete è al  massimo. E alcuni suoi atti fanno temere una perdita dell’equilibrio mentale.
Il Pantheon indù conosce come simbolo del perfetto servitore di Dio, Hanuma, il re delle scimmie che aiutò Rama quando mosse alla conquista di Ceylon. Ramakrishna si propone di imitarlo e sempre più finisce per identificarsi con lui: si mette a mangiare solo frutta e radici, i suoi movimenti sempre più somigliano a quelli di una scimmia. Fortunatamente una visione della madre Divina libera il giovane prete dall’incubo. Molti anni dopo lo stesso Ramakrishna, misurando l’abisso che, in questo periodo della sua vita aveva così rischiosamente costeggiato, si domanderà come ne aveva potuto sfuggire.
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Rani Rasmani e Mathur Babu certamente erano impressionati dal comportamento, da definirsi almeno non ortodosso, del giovane prete. Ma tanto evidente era la sua sincerità, la sua purezza, tanta luce si rifletteva dal suo volto, ch’essi finirono per nutrire per lui l’affetto di due genitori per il figlio e il rispetto di un discepolo verso il Maestro ( un Maestro che, all’occasione, sapeva dimostrarsi severo: un giorno, durante la funzione del tempio, Rani Ramani prega distrattamente: Ramakrishna legge in lei i pensieri frivoli che la occupano e la schiaffeggia pubblicamente: generale indignazione degli assistenti, ma Rani Ramani china la testa e nobilmente ammette di aver ricevuta la giusta punizione dalla Madre Divina ).
Tuttavia Rani Ramani e Mathur Babu – quando con la sensibilità che l’affetto crea, si accorgono che il loro protetto va verso il crollo nervoso – cercano di correre ai rimedi; e non trovano di meglio di fargli incontrare due giovani fanciulle nella speranza che una vita sessualmente “normale” gli riporti l’equilibrio. Ma quando le due fanciulle entrano nel tempio, con la recondita intenzione di sedurre il giovane prete, questi vede in loro una manifestazione della madre dell’Universo e cade in estasi mormorando il Suo nome. Anche la madre di Ramakrishna è preoccupata per lui e lo chiama a sé. Ramakrishna ubbidisce e ubbidisce anche quando la madre gli chiede di sposarsi: Ramakrishna ha 23 anni, la sposa, Sara Devi, ne ha cinque: naturalmente la loro convivenza verrà ritardata in attesa che la sposa raggiunga una maggiore età.
Ma quando questo avverrà, la loro sarà un’unione di anime, il loro sarà un matrimonio mai consumato. Egli, alla sua sposa, fattasi oramai donna, spiegherà con sincerità che considera tutte le fanciulle come una manifestazione della Madre Divina e che questo è l’unico sentimento che lei gli ispira. Tuttavia aggiungerà, con grande senso di responsabilità verso la giovane donna che il destino ha a lui unita: “Se voi desiderate attirarmi nel mondo dell’Illusione, dal momento che sono il vostro sposo, condiscenderò a questa vostra volontà”. Questa offerta generosa troverà una risposta altrettanto generosa da parte di Sarada Devi: essa dirà che il suo dovere di sposa era di incoraggiare, e non di distogliere, il marito dai suoi nobili compiti e lascerà Ramakrishna pienamente libero di seguire la sua vocazione.
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Quello che liberò il giovane prete dalla follia religiosa, che di lui si era impossessata, e lo fece ascendere a più purificate esperienze, fu un incontro provvidenziale che ebbe al suo ritorno al tempio dalla visita alla madre.
Una Bramina, sui cinquant’anni ma ancora bella, drappeggiata nella veste arancione delle sanniasi, avendo come unico bagaglio due vestiti e alcuni libri, bussò un giorno alla porta del tempio. Appena che vide il prete di Kali, non poté trattenere le lacrime: “Figlio mio – disse – siete voi che cercavo da tanto tempo”.
Raamkrishna le descrisse le sue esperienze, quelle sue visioni che la maggior parte delle persone consideravano sintomo di follia. E lei lo rassicurò: “Figlio mio, in questo mondo, ciascuno è folle.
Gli uni vanno pazzi per i soldi, gli altri per le creature umane, gli altri per il lusso o la fama. Voi, voi siete folle di Dio”, La Bramina era un’adepta delle discipline tantriche. Mentre il Vedanta Advaita insegna che ciò che è al di fuori dell’Io non ha reale esistenza e, pertanto, consiglia di non assecondare gli impulsi che ci portano a godere del mondo esterno; il Tantrismo, non solo riconosce a questo mondo una reale esistenza, ma istruisce i suoi seguaci in tecniche che comportano, non una rinuncia agli istinti, ma una loro intensificazione ( dato che un istinto intensificato, assolutizzato, con ciò stesso si purifica, si dignifica: eleva l’uomo tanto quanto l’abbrutisce l’istinto normale, non purificato).
Come si può comprendere, le tecniche tantriche sono estremamente pericolose e spesso portano chi le segue alla pazzia, alla morte o alla degenerazione morale.
Proprio in tali tecniche la Bramina prese ad istruire Ramakrishna ; indicandogli con la autorità del maestro e l’apprensione della madre, i pericoli che esse presentano e i metodi che le Sacre Scritture comandano per evitarli. Con meraviglia notò il rapido apprendimento del suo allievo, la facilità e la sicurezza con cui egli percorreva gli ardui sentieri indicati dai Tantra. E giunse alla conclusione di trovarsi di fronte ad una Incarnazione di Dio ( un Avatar).
Quando il giovane prete confidò a Mathur la convinzione, che nei suoi riguardi si era fatta la Bramina, Mathur scosse la testa: egli riconosceva l’eccezionale spiritualità del suo protetto, ma esitava a credere ch’egli fosse un Avatar, come Krishna e Rama. Tuttavia convocò i due più celebri teologi dell’epoca, Vaihnavcharan e Gauri, a che dessero sul punto il loro parere. Vennero i due  pandit, tutti e due scortati da professori e devoti. Ed,  esaminato Ramakrishna, concordarono con la Bramina: quel giovane prete, che tranquillamente stava in mezzo al circolo da loro formato sorridendo innocentemente e masticando spezie con la più grande semplicità, era un’Incarnazione di Dio. Vaishnavcharan solennemente proclamò che Ramakrishna aveva attinto il Mahabhava, segno certo di una rarissima manifestazione divina nell’uomo.
Gli assistenti, che erano abituati a trattare così familiarmente con il giovane Officiante, a questa dichiarazione divennero muti dallo stupore. Ramakrishna, guardando Mathur, se ne uscì a gridare come un bimbo: “Quale sorpresa! Egli dice
questo, anche lui. Io sono proprio contento di apprendere che dopo tutto io non sono malato”. A Gauri – che, richiesto da lui di dire che cosa l’aveva portato alla sua conclusione, aveva risposto “Il mio cuore ne ha avuta l’intuizione e le Scritture me l’hanno confermata” – egli si limitò a dire: ” Bene, siete voi che parlate così, ma, credetemi, io non ne sapevo nulla di tutto questo”. Nonostante tale autorevole verdetto, Ramakrishna restò quel che era sempre stato, il più semplice degli uomini; e, quando si parlava di lui come di un Avatar, mostrava fastidio. Egli desiderava rimanere uno scolaro tutta la sua vita e volentieri ai suoi allievi .ripeteva: “Più vivo e più mi istruisco”.
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La permanenza della Bramina nel tempio durò tre anni: tre anni in cui lei insegnò a Ramakrishna tutto quello che sapeva. Ma la Madre Divina non permette ai suoi prediletti di riposarsi: Ramakrishna doveva passare oltre lo stadio delle visioni, dei rapimenti estatici del dualismo. Condurlo a tanto fu il compito di un grande maestro del Vedanta Advaita ( il Vedanta Advaita, lo abbiamo già visto, è quel sistema filosofico che nega la dualità: il mondo esterno e Dio concepito come persona – la Dea Kali, che Ramakrishna adorava con tanto trasporto – non hanno una reale esistenza ), Totapuri – così si chiamava questo maestro – arrivò al tempio della Dea verso la fine del 1864; e, resosi conto della grande elevazione spirituale del giovane prete che lo accolse, gli propose di iniziarlo alla dottrina della non-dualità (Advaita). Il prete di Kali accettò ( ma – sublime contraddizione – solo dopo averne chiesto il permesso a quella stessa Dea di cui si apprestava a realizzare la non-esistenza!).
Ecco il racconto dell’iniziazione nelle parole di Ramakrishna stesso: ”L’uomo tutto nudo ( Totapuri) ) mi domandò di staccare il mio spirito da tutti gli oggetti e di fissarmi profondamente nell’Atman. Ma, a dispetto di tutti i miei sforzi, io non potevo traversare il mondo del nome e della forma e condurre il mio spirito allo stato incondizionato. Io non avevo nessuna difficoltà a staccare il mio spirito da tutti gli oggetti, salvo che dalla forma tanto familiare della Madre radiosa, essenza della pura conoscenza, che appariva davanti a me come una vivente realtà. Il suo sorriso incantatore mi sbarrava la strada dell’al-di-là. Io cercai a più riprese di concentrare il mio spirito sull’insegnamento dell’Advaita. Ma ciascuna volta la forma della Madre me lo impediva. Io dissi a Totapuri:”E’ impossibile, io non posso elevare il mio spirito allo stato incondizionato per trovarmi faccia a faccia con l’Atman”. “E’ necessario”, ordinò con autorità Totapuri”. Poi – stiamo proseguendo nella narrazione della grande esperienza mistica di Ramakrishna – il grande maestro dell’Advaita, visto un pezzo di vetro, lo prese, ne infossò la punta tra le sopracilia del suo allievo e gli ingiunse: ”Concentra il tuo spirito su questa punta”. Ramakrishna obbedì e, quando nuovamente gli si presentò l’immagine della Madre Divina, servendosi del suo pensiero come di una spada, la divise in due. Mentre, superato quest’ultimo ostacolo, il suo spirito si immergeva nella beatitudine del  samadhi, il suo corpo rimaneva sulla terra, inerte, quasi  come un cadavere, per tre giorni. Totapuri, egli stesso sorpreso da tale eccezionale risultato, gridò: ”E’ mai possibile che egli abbia ottenuto in un solo giorno ciò che a me è costato quarant’anni di sforzi?!”.
Totapuri rimase nel tempio undici mesi; e in tale periodo insegnò, sì, ma anche imparò cose che arricchirono di molto la sua visione spirituale. Un giorno che con il suo giovane amico parlava del Vedanta, un inserviente venne a prendere, per accendersi la pipa,  della brace dal fuoco sacro (  che sempre doveva essere tenuto acceso ). Totapuri, incollerito dal gesto sacrilego, si alzò  e fece per picchiare il servo. Sri Ramakrishna, allora, si mise a ridere, dicendogli: “Che disonore! Voi mi stavate spiegando che l’unica realtà è Brahman e che il mondo è un’illusione e siete sul punto di picchiare un uomo in un accesso di collera!”. Totapuri, confuso, non seppe che rispondere: era infatti poco logico da parte sua irridere,
come frutto di illusione,  ai riti, alle danze, ai canti, che Ramakrishna faceva in onore della Dea e, poi, cadere vittima di questa stessa illusione commettendo un atto di violenza.
Capitò, poi, che un attacco di dissenteria fiaccasse a Totapuri tanto le forze da impedirgli anche di meditare. Egli volle allora liberarsi di quel corpo, che gli sembrava essere ormai diventato un peso inutile per la sua anima, e decise di gettarlo nel Gange. Entrò dunque nel fiume per annegarsi, ma una forza più grande della sua lo costrinse a riguadagnare la riva. Ed, ecco, d’improvviso una grande luce lo avvolse ed egli vide, da tutti i lati, la presenza della Madre Divina: vide che Essa era in tutte le cose, anche nel Brahman che egli per tutta la vita aveva adorato: prima di lasciare il tempio egli volle prosternarsi con Ramakrishna davanti all’immagine della Dea.
Così Questi ebbe più tardi a riassumere il senso delle esperienze religiose da lui fatte con Totapuri: “Quando io penso all’Essere Supremo mentre, in stato di assoluta quiete, nulla crea, nulla conserva, nulla distrugge, io a Lui mi riferisco come a Brahman. Quando invece io me lo rappresento, mentre, attivo, crea, preserva e distrugge, io lo chiamo Çakti o Maya o Prakriti, il Dio personale. Ma, la distinzione così stabilita tra i due aspetti, non significa una vera differenza. Il Dio personale e il Dio impersonale sono una sola e medesima cosa: come il latte e il suo biancore, il diamante e il suo splendore. E’ impossibile concepire l’uno senza l’altro. La Madre Divina e Brahman sono tutt’uno”.
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La vita di Ramakrishna, come quella delle più grandi Anime, fu priva di avvenimenti esteriori di un qualche interesse: tutto si svolse nella sua interiorità: “Un buon camino – diceva Emerson – trasforma tutto in fumo”: nelle grandi Anime, ciò che può venire dall’esterno si trasforma tutto in pensiero, senza dar luogo a quelle avventure, battaglie, amori, che rendono così varia, per l’uomo mondano, la vita di coloro che elegge come suoi eroi.
Ramakrishna praticamente passò tutta la sua vita nel tempio; a contatto con gli Dei, anche se mai dimentico degli uomini (“Madre – sarà la sua costante preghiera – non rendermi insensibile, non fare di me un asceta dal cuore duro, lasciami in contatto con gli uomini”). Morì di un cancro alla gola il 6 Agosto 1886. Tra i più atroci dolori (del suo corpo mortale ), il suo viso risplendeva di gioia : l’anima sua serena e gaudiosa, era staccata dal corpo e non toccata dalle sue sofferenze : né più né meno che si fosse trattato del corpo di un’altra persona.
Narendra, il suo discepolo prediletto, volle chiedergli, prima che morisse, se veramente doveva considerarlo come un’incarnazione divina. A tale domanda Ramakrishna alzò la testa e con solennità dichiarò: “Colui che era Rama e Krishna, è ora in questo corpo Ramakrishna, ma non nel senso vedantico”

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