Biografia di Federico II

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Colui che passerà alla storia come Federico il Grande venne alla luce a Berlino in una Domenica del 1712 ( e precisamente il 24-1-1712 ) .
Suo padre, Federico Gugliemo, era il secondo principe, dell’illustre e antica casata degli Hohenzollern, che poteva fregiarsi del titolo di re . A ottenerlo (dall’imperatore ) era stato con sottile diplomazia il nonno ( per bene intenderci, il nonno di Federico il Grande), Federico I – il quale, però, innamorato, come la maggior parte dei principi tedeschi del tempo, della cultura francese e volendo imitare gli splendori della corte di Versaille, aveva dissestato le finanze dello Stato con acquisti inconsulti di cose superflue (carrozze di lusso, addobbi, argenterie, diamanti…) e circondandosi di una pletora di parassiti ( cortigiani, paggi, ciambellani e – poteva mai mancare in chi voleva imitare il re sole ? – una favorita ).
Tutto questo ciarpame era stato spazzato via, alla sua morte, dalla mano di ferro del padre Federico Guglielmo ( succeduto al debole nonno) : argenterie, carrozze, ornamenti, erano stati venduti per rinsanguare le finanze pubbliche ; il personale della Corte era stato ridotto ai minimi termini : a quanto era necessario per un re militare e spartano . Quale ambiva essere e quale era Federico Guglielmo ; il quale, peraltro, era una figura complessa, in quanto a indubbi difetti ( era brutale, avaro, prepotente, eccessivo mangiatore e bevitore….) sapeva unire preziose virtù : era energico, meticoloso, leale, animato da un forte senso del dovere verso il suo Casato e verso il popolo su cui era stato chiamato a regnare .

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Presente dappertutto, conosceva ogni villaggio del suo regno, riusciva a sapere tutto di tutti, esigeva spietatamente da ciascuno, civile, militare o funzionario, che facesse il proprio dovere ( che egli prescriveva minutamente !) reprimendo con mano terribile ogni manchevolezza . Per l’esercito aveva le cure di un padre affettuoso ; e soprattutto tra i soldati – che conosceva, si può dire, ad uno ad uno – amava vivere : era il “re sergente” . Peraltro era tutt’altro che un bellicista , solamente sapeva di vivere in un secolo di ferro e voleva poter difendere il suo regno : “La mia massima – diceva – è di non nuocere a nessuno, ma di non lasciare menomare me stesso” .
Aveva sposato Sofia Dorotea di Hannover, figlia di Giorgio I, re di Inghilterra, che, continuamente incinta, gli aveva dato quattordici figli, di cui dieci erano sopravvissuti – di essi la primogenita era Guglielmina , il secondogenito , con tre anni di differenza, Federico .
Sofia Dorotea, istruita, ma pettegola e vanitosa, detestava lo stile di vita militare di cui si compiaceva il consorte e sognava lo spirito e la galanteria della Corte di Francia : essa parlava così bene il francese , che un rifugiato ugonotto le aveva chiesto se capiva il tedesco .
Quale simpatia poteva sussistere tra questa donna raffinata e il suo rozzo consorte, che ( memore dei disastri che aveva causato la francofilia del padre ) detestava tutto ciò ch’era francese : lingua, letteratura, arte, abbigliamento, cucina ; e il cui ideale era dormire sulla paglia d’un granaio, lavarsi all’alba in una tinozza, vestire un’uniforme semplicissima, ispezionare fattorie, libri di contabilità e soldati, rimpinzarsi a mezzogiorno di grossolani piatti tedeschi, russare il pomeriggio sotto un albero e consacrare la serata al tabacco, agli scherzi grossolani e soldateschi e al bere ?
Sofia Dorotea si guardava bene dal contraddire il regale sposo, ma continuamente tesseva piccoli intrighi che, quando venivano scoperti, provocavano in Federico Guglielmo scene di un indescrivibile furore . essa allora si sfogava con le persone del suo ambiente e con i figli e…ricominciava daccapo .
Federico Guglielmo avrebbe voluto far del figlio un saggio governante e un buon soldato : egli era riuscito, con la sua grande energia e laboriosità, a restaurare lo Stato lasciato decadere dall’indolenza del padre ; aveva fatto rifiorire l’industria e l’agricoltura, accogliendo nel regno i perseguitati ugonotti, riformando il sistema fiscale ;aveva con accorte misure creato un efficiente e poderoso esercito : non poteva permettere che un erede imbelle distruggesse la sua opera !
Ed invece vedeva che il piccolo Fritz non cresceva come egli avrebbe desiderato : era pigro, sognatore, svogliato, capriccioso, delicato di salute . Con lui, poi, era troppo riservato e chiuso, come se contro lui covasse una segreta ostilità . Ed era vero : il piccolo Federico subiva l’influenza della madre e della sorella ( maggiore ) , Guglielmina, a cui era legatissimo ( come lei a lui : Guglielmina nelle sue memorie scriverà : “Non c’è mai stato un affetto come il nostro, l’uno per l’altra…Ho amato mio fratello così appassionatamente da cercar sempre di fargli piacere”) .
Dalla madre e dalla sorella Federico aveva imparato ad amare l’arte, la musica, la cultura francese : egli in francese, e non in tedesco, abitualmente si esprimeva ( e continuerà ad esprimersi per tutta la vita: quello che per i nazionalisti d’oltr’alpe è stato il “vindice delle libertà tedesche”, amerà pochissimo la lingua tedesca !) ; di conseguenza era portato a considerare il padre come un rozzo tiranno .
Questi, da parte sua, s’infuriava quando vedeva il figlio con libri francesi e ancor più quando lo scopriva a suonare il flauto . Strumento, questo, che la madre, con uno dei suoi soliti sotterfugi, gli aveva fatto imparare, facendo venire di nascosto dalla Corte di Sassonia un rinomato maestro .E si racconta – e l’aneddoto merita di essere riportato perché illustra l’atmosfera che si era creata tra madre e figlio, da una parte, e padre, dall’altra – che una volta, udendo il re avvicinarsi, Quantz, il maestro venuto dalla Sassonia, si nascose in un armadio e Federico rapidamente cambiò l’abito francese con un cappotto militare, però senza riuscire o dimenticandosi di nascondere i volumi francesi : il re li vide e ordinò ai domestici di portarli a un libraio ( meglio venderli che bruciarli !). Ma i domestici parteggiavano, non per il burbero padrone, ma per il raffinato padroncino : si guardarono bene dall’eseguire l’ordine ricevuto, si limitarono a nascondere i libri e in breve li restituirono al principe ; il quale continuò imperterrito nelle sue letture proibite e nei deliziosi duetti con l’amabile sorella Guglielmina : lui suonava il flauto, lei, il liuto .
Il re fece del suo meglio, con rabbia e con affetto, per fare del ragazzo un guerriero . Lo condusse con sé a battute di caccia, gli ordinò di vivere all’aperto, lo avvezzò al pericolo e al cavalcare rischioso, lo costrinse a vivere di un tozzo di pane e di poco sonno, gli affidò il comando di un reggimento, gli insegnò ad addestrare i suoi uomini, a montare una batteria e a sparare il cannone . Ma i risultati furono deludenti : il ragazzo imparava, sì, perché era intelligente, ma era svogliato, non metteva in quel che faceva la passione, l’entusiasmo .
E così la tensione tra padre  figlio cresceva . Guglielmina nelle sue Memorie  scriverà: “L’ira del re contro mio fratello e me stessa giunse a un culmine tale che, a eccezione delle ore dei pasti, eravamo banditi dalla sua presenza” . Una volta il re “gettò – è sempre Guglielmina che racconta – il suo piatto in testa a mio fratello, che sarebbe rimasto colpito se non si fosse piegato da una parte ; un’altra, lo scagliò contro di me, che mi sottrassi fortunatamente ; quindi torrenti di contumelie seguirono…mentre mio fratello e io gli passavamo accanto per uscire dalla camera, egli ci colpì con la sua stampella . Non gli capitò mai di vedere mio fratello senza minacciarlo col bastone” .
A Potsdam, nella primavera del 1730, se dobbiamo credere a quanto Federico riferì a Guglielmina, il re tentò addirittura di ucciderlo : “Mi mandò a chiamare una mattina . Quando entrai nella camera, mi afferrò per i capelli e mi gettò per terra. Dopo avermi battuto con pugni, mi trascinò alla finestra e mi legò alla gola la corda della tenda . Ebbi per fortuna il tempo di sollevarmi e di afferrargli le mani, ma mentre egli mi serrava con tutta la sua forza la corda alla gola, sentii d’essere sul punto di venire strangolato, e urlai invocando aiuto . Un paggio si precipitò in mio soccorso, e dovette usare la forza per liberarmi” .

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Federico, giunto ai diciotto anni, decise di sottrarsi all’oppressiva autorità paterna fuggendo in Inghilterra, alla corte dello zio Giorgio II .
Egli mise a parte del suo progetto un giovane ufficiale, il tenente venticinquenne Giovanni Hermann Von Katte ( figlio e nipote di due alti e influenti ufficiali ) .
Katte era colto, educato e brillante ; e devotissimo al principe. Dapprima cercò di dissuadere Federico, poi, in un drammatico colloquio che ebbero una notte nel bosco di Potsdam, gli giurò che non lo avrebbe mai abbandonato .
Nel progetto di fuga venne anche coinvolto un paggio, Keith . Questi, però, a un certo punto si lasciò prendere dalla paura e rivelò tutto .
Il furore del re non ha limiti : egli ( è il 12-8-1730 ) fa trasportare Federico alla fortezza di Kustrin ; quella di Spandau, troppo vicina a Berlino, non essendo giudicata abbastanza sicura : “E’ molto furbo –scrive il re – ed userà mille astuzie per evadere” .
Nella fortezza Federico viene assoggettato a una restrizione durissima comportante un isolamento completo . E’ lo stesso padre a stabilire minuziosamente le regole della carcerazione : il principe va vestito di un abito bruno da prigioniero ; alle sette di sera va privato della luce ; tre volte al giorno la porta della sua cella può essere aperta, ma per soli quattro minuti ; i servi senza pronunciare parola devono posargli davanti il cibo tagliato preventivamente a pezzettini ( in quanto al prigioniero non vanno date, evidentemente per timore di un suo gesto disperato, le posate ) .
Viene nominata una Commissione d’inchiesta ; la quale come primo suo atto sottopone a Federico 185 domande vergate dallo stesso re .
Questi mira chiaramente ad ottenere dal figlio una spontanea rinuncia ai diritti successori, facendogli balenare la minaccia di un’esecuzione capitale .Una domanda è in tal senso espli=
cita :“Poiché, violando il vostro onore, vi siete reso indegno di succedere al trono, volete rinunciare alla successione con un’abdicazione che sarà confermata da tutto il Romano Impero, per salvare la vostra vita ?” .
Il giovane principe non perde la testa, non si piega, e alla domanda evasivamente risponde : “Io non annetto molto valore alla vita . Ma la Maestà Vostra non vorrà usare così poca misericordia verso di me” . Peraltro ammette di aver mancato e chiede perdono .
La Commissione prende atto della confessione del principe, ma anche dei gravi torti e delle provocazioni del re . I Paesi Bassi, la Svezia, l’Inghilterra, l’Elettore di Sassonia e perfino l’Imperatore intervengono a Berlino per evitare una tragedia . L’affare non può oltre protrarsi : il 21 Settembre il “colonnello Federico” viene sottoposto a Consiglio di guerra per “tentativo di diserzione” unitamente al paggio Keith ( che però è riuscito a fuggire in Inghilterra ) e al tenente Katte .
Il Consiglio il 27 Settembre decide : condanna a morte Keith e alla prigione perpetua Katte .
Quanto al principe, il Consiglio è unanime : dichiara che i suoi membri, come vassalli e sudditi, sono incompetenti a giudicare sul figlio e sulla famiglia del re .
Federico Guglielmo impreca contro la “viltà” dei giudici ( che invece hanno dimostrato coraggio e senso dell’onore andando contro gli evidenti desideri del loro sovrano ) ; ordina che il Consiglio si riunisca di nuovo e “giudichi altrimenti” . Il Consiglio, riconvocato, non si sposta di un millimetro dalla sua precedente decisione .
Allora il re, che non osa modificare la sentenza del Consiglio per quel che riguarda il figlio, la modifica però per quel che riguarda Katte : condanna questi alla pena capitale aggiungendo alla sua decisione questa “istruzione” caratteristicamente “prussiana” : “Informando Katte della sua condanna, il Consiglio faccia anche presente che Sua maestà è molto afflitto, ma che è meglio vederlo morire piuttosto che vedere la giustizia abbandonare completamente il mondo” .
Il 6 Novembre, alle cinque del mattino, Federico viene svegliato da due ufficiali : essi gli annunciano che Katte sta per essere giustiziato e ch’egli deve essere testimone dell’esecuzione . “Quali orribili notizie mi portate !” – esclama il giovane – “Signore Gesù : prendete piuttosto la mia vita !” .
Già davanti ai giudici Federico aveva dichiarato risolutamente e fermamente di assumersi la responsabilità degli errori di Katte . Lo ripete anche ora, si scioglie in lacrime, si dichiara disposto a rinunciare alla successione per salvare l’amico.
A nulla serve . Scoccano le sette, l’ora dell’esecuzione . Federico, in ottemperanza ad un preciso ordine del re, viene condotto alla finestra della cella . Vede l’amico che, ricevuta la comunione, in piedi, calmo e coraggioso, ascolta, in mezzo ai soldati, la lettura della sentenza . Gli manda un bacio, gli grida di perdonarlo . Katte posa il dito sulle labbra, s’inchina rispettosamente e risponde che non ha nulla da perdonare . Poi, si sottomette al colpo fatale .
Federico cade svenuto . Quando rinviene,  delira ; e nel delirio vede Katte in piedi davanti a lui .

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Una fibra meno forte sarebbe stata stroncata dalla “cura da cavallo” ( il processo, la prigione , l’uccisione del miglior amico), che il re aveva prescritta, per raddrizzare e rafforzare il carattere del suo erede . Federico invece reagisce e reagisce bene : si può dire che, dal momento del suo imprigionamento, inizia in lui una lenta ma radicale evoluzione, che a poco a poco farà emergere e predominare in lui l’aspetto tedesco e hohenzollern della sua natura : la concretezza, l’attitudine ad una visione realistica e chiara delle cose, il coraggio, il senso del dovere verso il proprio Casato e i propri sudditi .Certo, accanto a tale aspetto della personalità, rimarrà quello, diciamo così, artistico-filosofico : Federico continuerà a scrivere poesie, a suonare il flauto, a tenere brillanti conversazioni con Voltaire e altri “spiriti illuminati” ; ma tale secondo aspetto si ridurrà sempre di più, così come si ridurrà sempre più la stima ch’egli tributerà ai “filosofi”, a cui sempre più sarà portato a preferire i soldati e gli uomini d’azione .
Tale evoluzione, però, non avviene tutta d’un colpo .
Appena riavutosi dallo choc dell’esecuzione di Katte, Federico si convince solo che, se vuole uscire dalla penosissima situazione in cui si trova, deve fingere d’essere cambiato, di essere diventato come il padre lo vuole . E, per raggiungere tale scopo, mette in opera tutti gli artifici, che un cervello fecondo può escogitare e un attore senza scrupoli inscenare . Fa ampia contrizione per il passato e promette un completo ravvedimento per l’avvenire . Manda tante lettere quanto il padre consente a riceverne e tutte ripetono lo stesso ritornello : ch’egli è in realtà un uomo nuovo, un secondo Federico Guglielmo, che adora tutto ciò che aveva bruciato e brucia tutto ciò che aveva adorato . Insomma Federico, da ribelle, si trasforma in ipocrita ( si, però un ipocrita che a poco a poco finirà per credere in quei valori a cui prima solo per ipocrisia aderiva ) .
Il furbo re non si lascia ingannare ; però a poco a poco allenta la severità della prigionia . Già una ventina di giorni dopo l’esecuzione di Katte, concede al figlio ribelle di lasciare durante il giorno la sua prigione per partecipare alle sedute della “Camera  della Guerra  e dei Domini” locale : vuole ch’egli impari il funzionamento della macchina amministrativa e i problemi che l’amministrazione di una provincia pone alla sagacia dei suoi governanti ( i problemi che è necessario superare per promuovere lo sviluppo dell’agricoltura, per ottenere una sempre più equa e redditizia tassazione….) .
Peraltro Federico partecipa alle sedute della Camera come semplice “consigliere aggiunto” , cioè in posizione sostanzialmente subordinata, e conserva il suo status  di recluso . Tutti i libri gli sono tolti, ad eccezione della Bibbia e del Vero Cristianesimo ( un libro di edificazione morale, molto apprezzato in quel tempo ) . Geometria e arte delle fortificazioni, classificate tra le distrazioni, gli sono proibite ; e proibiti naturalmente gli sono il giuoco, la musica, la danza, gli abiti estivi e i pasti fuori cella . Tre nobili sono incaricati della sua sorveglianza , con l’assoluto divieto di conversare con lui su argomenti che non siano “la parola di Dio, la costituzione del Paese, le industrie, la polizia, l’agricoltura, i conti, i contratti d’affitto e i processi” .
Federico è costretto da tali severe limitazioni a concentrare il suo interesse sui problemi (spesso complicati ) che l’ attività amministrativa del Paese incontra e tale interesse, prima dettato dalla necessità, a poco a poco si alimenta della curiosità e trasforma Federico in un attento e diligente partecipe delle sedute della Camera .
Informato dei progressi del ribelle, il padre severo un bel giorno ( precisamente il 15-8-1731  – dunque quasi 10 mesi dopo l’esecuzione di Katte ) si reca personalmente a Kustrin per guardarlo, com’egli dice, “nel bianco degli occhi” .
Lo fa venire alla sua presenza e in pubblico gli infligge un severo rimprovero, non scevro da rude affetto : Federico si umilia, bacia i piedi del padre, gli chiede perdono.
Questo l’ottiene, ma non ottiene, dal sempre sospettoso genitore, la libertà totale : solo di un suo ampliamento potrà beneficiare : egli ora potrà recarsi a desinare in città due volte alla settimana invitando due persone ( non di sesso femminile ) .
La vita all’aria aperta nella campagna, il diretto contatto con la viva realtà del Paese , accentuano nel principe la sua positiva trasformazione : sia nel fisico, che diventa più robusto, sia nella personalità, che diventa sempre più sensibile ai doveri, che la sua alta posizione gli impone verso i futuri sudditi e verso il suo Casato .
Quando egli aveva cominciato ad assistere ai lavori della Camera, le sue conoscenze teoriche e pratiche, circa l’amministrazione dello Stato, circa la storia e le future prospettive della sua dinastia e del regno prussiano, erano nulle . “Il principe – scriveva, con evidente meraviglia e contenuta riprovazione, il direttore della camera – conosce alla perfezione la Poetica di Aristotile, ma non sa se i suoi antenati hanno acquistato Magdeburgo giocando a carte o in altro modo” . Ma ora – grazie anche all’ottima influenza del presidente e del direttore della Camera, di cui è costretto ad ammirare la competenza, la probità, il senso di servizio verso il Re e la Comunità – il suo orizzonte si allarga .
Da quell’angolo di provincia, la Monarchia comincia ad apparirgli nel suo vero aspetto : non già come il dominio di un padrone irascibile che conviene placare con l’astuto inganno, ma come una possente istituzione, costruita sul lavoro e il sacrificio di intere generazioni, con il compito di guidare e proteggere i sudditi, di aumentarne il benessere e la cultura . E tutto questo tenendo conto con realismo dell’estrema complessità del tessuto sociale , ché lo Stato non è un’astrazione, come nei libri dei filosofi e dei poeti , ma una realtà fatta, di uomini, donne , nobili, contadini, soldati, borghesi, artigiani, ciascuno con idee e pregiudizi propri ; di terre, su cui la Corona e i privati hanno diritti dal contenuto svariatissimo ; di case, boschi, bestiame, di industrie e di commerci : tutto un mondo svariato e discorde, che invece si deve cercare, per il bene comune, di far marciare ordinato e concorde. E tutto ciò guardandosi  sempre le spalle  dai vicini, perché ciascun vicino è un potenziale nemico, pronto ad approfittare di un passo falso per trasformarlo in catastrofe.
Federico comincia anche ad apprezzare il padre : ha infatti modo di vedere i magnifici risultati che la sua saggia opera – di accoglienza dei profughi, di ripopolamento, di incentivi alla produzione – ha prodotto : una regione, che la guerra dei trent’anni aveva lasciata quasi deserta, era ridiventata fiorente .
Il re è informato dai suoi fiduciari del sempre maggiore e competente interessamento alla cosa pubblica del principe ; direttamente da questi riceve delle relazioni contenenti proposte di miglioramenti, ch’egli trova giuste e sensate : tutto ciò a poco a poco rende, se non idilliaci, sereni i rapporti tra il re e il suo erede.
A renderli però di nuovo tesi è la decisione , unilateralmente presa dal padre, di far sposare il figlio con una principessa austriaca, la principessa di Bevern .
In una lettera del 4 febbraio 1732 il re annuncia al figlio tale sua decisione, ammette che la principessa non si distingue per bellezza, ma seccamente conclude . “E’ una donna che ha timor di Dio e questo basta” . Oscure minacce contro i figli disobbedienti accompagnano la lettera .
E’ giocoforza per Federico sottomettersi alla ( tirannica ) volontà del padre ; e a questi risponde con un’esibizione di assoluta obbedienza : “La principessa può essere come vuole ; io agirò sempre secondo gli ordini del mio graziosissimo padre” .
Quando il re legge questa risposta, esclama : “Questo è il più bel giorno della mia vita” ; chiama il duca di Bevern, che è nella stanza accanto, e i due padri si abbracciano piangendo .
Anche Federico piange, ma di disperazione : il suo ideale è una donna bella, colta e soprattutto piena come lui di esprit de finesse : legare la sua vita ad una principessa che, come gli veniva descritta, era molto religiosa ( ossia bigotta ),modesta e casalinga ( ossia non charmant ) e per di più tutt’altro che bella, è per lui una prospettiva tremenda . “La ripudierò appena sarò il padrone – dice agli amici – Sono forse della stoffa di cui si fanno i buoni mariti ? Amo il bel sesso e il mio amore è incostante : mi do ai piaceri e subito dopo li detesto . Manterrò la mia parola : mi sposerò, ma questo è tutto” .
Lo addolciscono un po’, il denaro che la Corte austriaca gli fa scivolare nelle tasche ( e che egli spende in gran parte per aiutare, la sorella Guglielmina, che, sposata a un principe povero, soffre di penuria di denaro, e le persone ch’egli, con il suo sfortunato tentativo di fuga, ha trascinato nella disgrazia ) e la prospettiva di ottenere, insieme al matrimonio, la completa libertà .
E infatti col matrimonio (che si celebra il 12-6-1733 ) ogni restrizione alla sua libertà cade ed egli può andare a vivere, circondato da una sua personale corte, nel castello di Rheinsberg ( sito nelle vicinanze della città di Ruppin ) .
A Rheinsberg, Federico trascorre gli anni più felici della sua vita ; circondato da artisti ( pittori, musicisti, cantanti…), da “filosofi” e da ufficiali colti .
Ed è proprio lì, nel castello fatato che si è fatto costruire come tempio delle Muse, ch’egli inizia la sua famosa corrispondenza con Voltaire . Il principe e lo scrittore già famosissimo, gareggiano in reciproche cortesie, elogi e complimenti .
La notizia di questa “amichevole” corrispondenza, tra un principe destinato al trono e un filosofo, si diffonde subito in Europa e, se giova a Voltaire alzando ancor più la sua vasta fama, non giova meno a Federico .
Egli, certo, è mosso a tale corrispondenza dalla sua vivace curiosità intellettuale ; ma anche dalla giusta intuizione dell’importanza crescente che, nella nuova società che si va formando, assumono i letterati : legandosi d’amicizia con Voltaire egli si lega a tutti loro ; e loro infatti lo innalzano alle stelle giungendo a riferirsi a lui, nell’enfatico linguaggio loro abituale, come alla “speranza del genere umano”, ne preparano il regno e gli creano attorno un’atmosfera di immenso prestigio.
E i rapporti di Federico con la moglie ? Ahimè , egli, la moglie, non riesce e non riuscirà mai ad amarla ( anche se col tempo prenderà ad apprezzarla ) . Lei, invece, almeno all’inizio, é, del geniale consorte, innamoratissima ; come risulta da una lettera in cui descrive alla madre la vita a Rheinsberg : “Se si vuole cercare l’arte, la vera e giusta filosofia, lo spirito, è qui che si deve ve=
nire ; si trova tutto alla perfezione, il padrone essendo in testa . Non ho mai visto lavorare, com’egli lavora : dalle sei del mattino fino ad un’ora si applica alla lettura, alla filosofia, a tutte le belle cose . Poi pranziamo dall’una e mezza alle tre ; in seguito, beviamo il caffè fino alle quattro, ed egli comincia nuovamente ad applicarsi fino alle sette . Poi la musica fino alle nove . Allora, egli scrive, poi viene al giuoco e ceniamo ordinariamente alle dieci e mezza o alle undici . Si può dire veramente che è il più grande principe del nostro tempo . E’ sapiente, ha tanto spirito, è giusto, caritatevole, generoso, temperante. In breve è la Fenice” .
Fu quella la sola epoca in cui vi fu una certa intimità fra Federico e sua moglie.
Nel settembre 1736 sembrò anche che questa aspettasse l’erede ; ma le speranze in tal senso presto svanirono e il matrimonio risulterà sterile . Moglie e marito finiranno per vivere una vita autonoma, senza recriminazioni, con tanta cortesia, ma senza vero affetto.
I rapporti di Federico col padre, invece, col tempo si addolcirono ( per quanto lo potevano permettere i loro caratteri, non certo portati alle effusioni sentimentali ) .
E, quando il padre stette male e apparve chiaro che stava morendo, Federico si recò, senza essere sollecitato, a Potsdam per assisterlo .
Giungendo a Potsdam (era il 28-5-1740 ) egli trovò il padre, che nella sua poltrona aveva ancora l’energia di assistere ad una cerimonia presso il castello . Il padre lo accolse affettuosamente e, chiusosi con lui nella sua stanza, gli espose con perfetta chiarezza la situazione del regno . Come sempre gli raccomandò di diffidare di tutti ( specialmente del cognato, il re Giorgio II !) e di mantenere forte l’esercito.
Il giorno seguente, il re si fece rileggere le disposizioni testamentarie e quelle per i funerali, che aveva stabilito minutamente e scritte da sette anni . Il 31, prima dell’alba, fece chiamare il principe ereditario, i generali e i capitani del reggimento reale, poi si fece spingere sulla poltrona a rotelle fino all’appartamento della regina e la svegliò dicendo : “Alzati, sto per morire” . E in effetti, poche ore dopo, alle 15, dopo essersi congedato dalla famiglia e dai generali, spirò .
Nei suoi ultimi momenti aveva parlato del figlio con grande benevolenza e soddisfazione . “Non sono dunque fortunato – aveva domandato ai generali adunati al suo capezzale – a lasciare un tal figlio dietro di me ?” .
Forse Federico comprese allora il bene che il rude padre gli aveva voluto ; e comprese anche che un monarca per far veramente del bene deve avere un po’ di ferro nelle vene .

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E’ a tutti noto come Federico, appena divenuto re, approfittò della crisi in cui la morte di Carlo VI aveva lasciata l’Austria, per occupare la Slesia ; iniziando così una lunga, terribile serie di guerre che terminerà praticamente solo con la fine di quella dei sette anni .
Non si deve credere, però, che i numerosi e gravosissimi impegni, civili e militari, che vennero così a sommarsi e a gravare sul nuovo re, lo portassero a sacrificare i suoi interessi culturali . Anche quando era pressato dalle più complicate pratiche amministrative o minacciato dai più gravi pericoli della guerra, egli trovava il tempo e la voglia di sprofondarsi nella lettura di qualche grande poeta e filosofo o di concentrarsi nella industriosa compilazione di versi graziosi o patetici ; e ai suoi ufficiali e soldati poteva capitare di udire il suono sereno e armonioso del suo flauto alzarsi nel campo, in surreale contrasto con la tensione di una vigilia di battaglia .
Il nuovo re non rinunciò neanche a quella corte di letterati, filosofi, artisti eminenti, che già lo aveva allietato a Rheinsberg . E,  quando non era sul campo di battaglia, riservava solo rare apparizioni alla sua reggia di Berlino e la maggior parte del tempo abitava in uno dei tanti castelli, di solito in quello di Sanssouci, che si era fatto erigere secondo il suo gusto classicheggiante per farne altrettanti templi di Apollo e delle Muse .
E lì, novello re Artù, presiedeva tavole rotonde (non di guerrieri, ma ) delle più brillanti intelligenze d’Europa, in cui si toccavano tutti i campi dello scibile umano, con spirito intelligente e dissacratore, ma sempre con eleganza e senza pedanteria, anche se con una eccessiva indulgenza al giuoco pungente dei bons mots, delle arguzie brillanti, delle crudeli maldicenze .
Ma, al di là dell’apparenza delle frasi cortesi, che la politica o più semplicemente il dovere di ospitalità imponevano, qual’era la vera considerazione in cui il re teneva tali suoi ospiti ? li considerava davvero suoi amici, compagni o addirittura suoi maestri ( come talvolta si lasciava andare a dire ) ? La risposta a tale domanda non può essere data con sicurezza, data la difficoltà che trova lo storico a penetrare nell’animo di Federico ( un uomo che Carlyle definì “garbatamente inespugnabile alle indiscrezioni della curiosità umana” e, ancora, con “l’arte di portare garbatamente in mezzo ai suoi simili un mantello di oscurità” ) . Però vari elementi – la conoscenza che Federico aveva della pochezza morale di molti suoi ospiti ( della venalità di Voltaire, della millanteria di Algarotti, dell’avventurismo di Lamettrie…), il giudizio severo ch’egli non esitò a dare su alcuni di loro ( su Voltaire scrisse a un amico : “Il tuo pitocco berrà fino alla feccia del suo insaziabile desiderio di arricchire : avrà tremila talleri . E’ pagare ben caro per un giullare : mai un buffone di corte ebbe tale paga prima d’ora”) -, tutti questi elementi , si ripete, ci portano ad escludere che il grande Aristocratico potesse veramente considerare come amici, compagni e addirittura maestri tali suoi ospiti : erano semplicemente persone la cui frequentazione, da una parte, gli era utile politicamente (nel senso più sopra chiarito ) e, dall’altra, gli procurava ( a un livello di poco superiore a quello dei buffoni di corte ) quel relax di cui aveva assolutamente bisogno dopo la sua stressante attività di governo . E, del resto, non risulta che Federico abbia mai favorito l’ascesa politica o militare di chi frequentava i suoi circoli culturali . Chi di loro lo sperò, rimase deluso .
In buona sostanza il mondo di Sanssouci era il mondo dell’apparenza ; il vero centro di gravità di Federico era altrove : era là dove egli passava ore di duro lavoro, là (soprattutto ! ) dove la sua vita era esposta a pericoli gravi e lui doveva assumersi la terribile responsabilità di decisioni ricadenti su migliaia di uomini . E se mai Federico ebbe degli amici, essi vanno ricercati tra gli ufficiali prussiani come Keyserlink, Prothsenburg, Winterfeld, Fouqué, che con lui condividevano i rischi e le responsabilità sul campo di battaglia.
Ma questo uomo per molti versi così enigmatico, così tortuoso, così calcolatore, fu veramente capace di affetti profondi ? Proprio il carattere enigmatico del personaggio, la cura che ebbe a nascondere la sua vera anima, rendono difficile dare a tale domanda una risposta sicura . Ma, a volerla tentare, si dovrebbe dire che Federico fu capace di un forte senso dell’amicizia ( se non altro lo strazio da lui provato alla morte di Katte lo dimostrerebbe ), di un tenero affetto verso le sorelle e la madre (alla morte di questa cadde per vari giorni in uno stato di vera e propria depressione ), di un attaccamento quasi paterno verso alcuni suoi servitori …e i suoi cani .
E verso la moglie che cosa provò ? Niente più che un cortese rispetto . E, dopo la parentesi di Rheisberg, i rapporti con lei si ridussero alle rarissime apparizioni che insieme a lei faceva in pubblico nella reggia di Berlino diffondendo (dicono coloro che vi assistettero ) reverenza e…freddezza .

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Volendo meglio approfondire il carattere di Federico si deve dire che in lui vi era come una duplice natura .
Una natura (ereditata dalla madre ) dotata di una ricca, sensibile immaginazione, di un “istinto delle combinazioni” complesso e sottile – un istinto che, nel campo politico e militare, lo portava ad escogitare ed impiegare i mezzi più vari e nuovi, a percepire quasi telepaticamente certe situazioni ponendolo così in grado di fronteggiarle tempestivamente ; mentre, nel campo personale, lo spingeva verso la letteratura, la poesia, la musica .
Una natura (ereditata dal padre ) caratterizzata da un vivo senso della realtà ( la realtà così com’è e non come ci piacerebbe che fosse ) – senso realistico che di lui fece l’uomo più freddo, calcolatore, misurato del secolo : nessuno più di lui concepì la politica quale “arte delle possibilità concrete” : la sua mente fervida edificava innumerevoli progetti, studiava tutte le eventualità e tutte le combinazioni, ma il suo senso realistico sacrificava freddamente e impietosamente tutti i progetti e tutte le combinazioni che non si accordavano con la realtà “così com’era” .
Le qualità positive , di cui ora abbiamo fatta menzione ( ricchezza dell’immaginazione e senso della realtà ) erano poi integrate da un sentimento profondo del dovere, da una ferrea autodisciplina, da un coraggio freddo e lucido .
Naturalmente non mancavano nel carattere di Federico gli aspetti negativi , che il lettore attento e perspicace avrà già colto da quanto già abbiamo detto sulla sua vita e che in sintesi possiamo individuare, nel cinismo, nell’insincerità, nella brutalità con cui spesso trattava i suoi simili .
Ma forse, più che le nostre astratte valutazioni, aiuteranno il lettore a meglio entrare nella personalità di Federico gli aneddoti, i flash, le citazioni che seguono.
A proposito  della forza di carattere e dell’autodisciplina di Federico –
Federico dopo la battaglia di Kolin (da lui imprudentemente provocata e rovinosamente perduta) si sente tanto abbattuto da affidare la direzione della ritirata al prudente e metodico fratello Enrico ; ma non passa molto tempo che riprende tutto il suo coraggio e scrive a Montz von Dessau . “Il mio cuore è spezzato, tuttavia non sono prostrato e alla prima occasione cercherò di rifarmi di questo colpo” .
In altra occasione Federico scrive : “Brontolare e lamentarsi significa opporsi alle leggi dell’universo : una sciagura più o meno non muta niente nell’ordine del mondo….chi non sa fronteggiare la sventura, non è degno della felicità” .
A chi gli fa presente i rischi di una situazione risponde : “Si fanno grandi cose solo quando si corrono grandi rischi”
A proposito del senso del dovere che animava Federico –
Nella disastrosa battaglia di Kunersdorf, come già ha fatto in quella di Kolin, Federico si getta nel fitto del combattimento per coprire la ritirata ed evitare il peggio : due cavalli sono uccisi sotto di lui, una pallottola rimbalza sulla sua uniforme e per poco non è catturato dai cosacchi . Respinge però ogni preghiera di ritirarsi dal fuoco con le parole : “Io qui devo fare il mio dovere come qualsiasi altro” .
E’ quello stesso senso del dovere che porta Federico : a dividere con i suoi soldati, con naturalezza e semplicità, tutti gli strapazzi della vita al fronte ( l’umidità, il freddo, le notti insonni, il dormire sulla paglia…) , a costringere stoicamente i suoi piedi artritici negli stivaloni militari , a continuare in quelle ispezioni nelle province ch’egli ritiene essenziali per il loro buon governo, anche quando, negli ultimi anni della sua vita, la gotta e i reumatismi non gli danno pace .
A proposito di tali ispezioni si narra che egli, ancorché costretto da settimane a letto, esattamente il giorno prima dell’inizio del viaggio d’ispezione trovasse la forza di alzarsi e poi, alzatosi, effettivamente si sentisse meglio e spiegasse con sereno stoicismo ai sbigottiti atten=
denti : ” I miei compiti di re esigono impegno e attività, il mio corpo e la mia mente devono adattarsi a questi miei doveri”.
A proposito del carattere autoritario di Federico –
Un alto funzionario dell’apparato giudiziario, che ha deciso un caso diversamente da quanto Federico si aspettava, deve leggere a margine della pratica questo appunto, scritto dallo stesso
re :“Siete un uomo molto onesto, ma un grande asino !” .
Federico riceve un rapporto in cui un ministro velatamente critica la politica dirigistica adottata da lui in economia . Fuori di sé dalla collera, vi scrive in calce :”Sono sorpreso dalla relazione impertinente che mi avete inviato . Scuso i ministri e la loro ignoranza, ma la malizia e la corruzione di chi l’ha concepita devono ricevere una punizione esemplare ; di solito non prendo delle canaglie a mio servizio”
Il carattere autoritario, per non dire tirannico, di Federico è ancora bene illustrato dal suo comportamento nell’affare del mugnaio Arnold ( affare che ben erroneamente viene invece spesso portato a esempio di un suo preteso senso di giustizia ) .
Il mugnaio Arnold fa causa al proprietario del terreno in cui si trova il suo mulino : non è giusto che gli paghi il canone pattuito per il mulino, dal momento che un vicino, costruendo un laghetto, gli fa mancare l’acqua necessaria per il suo funzionamento. In primo e secondo grado i giudici gli dan torto ( l’acqua, sia pure in misura ridotta, arriva !)  e ordinano che si venda il mulino per pagare i canoni lasciati insoluti dal mugnaio.
Questi è però coriaceo : forse che a Berlino non c’è un re che tutela la povera gente ? Il mugnaio ricorre a Federico II . Il re non fa mancare il suo interessamento e, avuto da una Commissione un parere favorevole al mugnaio, deferisce la sua causa alla Corte Suprema di Berlino . Questa studia attentamente la pratica, ma, senza lasciarsi impressionare dal precedente parere della Commissione, anche lei, come i giudici che l’hanno preceduta, dà torto al mugnaio .
A questo punto per Federico la misura è colma : ordina che il gran cancelliere Von Furst si presenti davanti a lui insieme ai tre consiglieri che hanno emessa la sentenza : ed ecco quel che accadde durante l’udienza reale, così come fu annotato da uno dei consiglieri stessi : “Verso le 14 giungemmo a palazzo con il Gran Cancelliere Von Furst, nella sua carrozza . Fummo subito condotti dal re . Sedeva al centro di una stanza, in modo da poterci fissare in volto, e dava le spalle al fuoco che ardeva nel camino . Portava un cappello malandato della foggia di quelli dei predicatori e indossava una sopravveste di panno o di velluto . Non era pettinato . Davanti a lui stavano tre banchetti coperti di un panno verde, e su uno di essi aveva appoggiato i piedi . Una mano, che pareva gli dolesse molto, era infilata in una sorta di manicotto, nell’altra stringeva la sentenza del caso Arnold . Era seduto in poltrona e aveva alla sua sinistra un tavolo su cui stavano numerose carte e due tabacchiere dorate riccamente composte di brillanti da cui, di tanto in tanto, prendeva una presa di tabacco . Nella stanza c’era uno dei consiglieri segreti di gabinetto, che si stava preparando a scrivere . Il re ci fissò  e disse “avvicinatevi” . Noi avanzammo ancora di un passo e ci trovammo a non più di due passi da lui . Chiese a Friedel, Graun e me : “Siete voi quelli che hanno redatto la sentenza del caso Arnold ?” . Rispondemmo con un inchino di si” . Federico iniziò a  interrogare i tre consiglieri e chiese loro, apparentemente rilassato : “Se si intende emettere una sentenza contro un contadino cui si è già tolto tutto quello che gli permetteva di sfamarsi e pagare i suoi tributi, è lecito farlo ?!” .Cosa potevano rispondere i tre poveri consiglieri a questa insidiosa domanda se non “no” ?! Federico domandò ancora : “Si può togliere il mulino a un mugnaio che non ha più acqua e quindi non può più lavorare e nemmeno guadagnare nulla, perché non ha pagato il canone dovuto ? Allo=
ra ? E’ giusto forse ?!” . I tre consiglieri impallidirono a questa seconda domanda pronunciata con voce tagliente e risposero per la seconda volta “no” . A quel punto Federico, che fino a quel momento aveva ignorato il Gran Cancelliere Von Furst, levò minacciosamente il suo bastone ricurvo e gli comandò : “Sparite ! Il vostro posto l’avete già perduto” .
In breve : il re ordina al ministro Von Zedlitz di punire i tre consiglieri. Il ministro legge attentamente gli atti e, convinto che i consiglieri non hanno fatto che il loro dovere, coraggiosamente scrive al re che si rifiuta di condannarli . La risposta di Federico : “Se voi non volete pronunciarvi, lo farò io, e la mia sentenza è questa : questi vigliacchi, intendo i funzionari giudiziari, vengono sospesi dal servizio e condannati alla prigionia in una fortezza, e dovranno risarcire il valore del mulino nonché tutti i danni subiti dal mugnaio Arnold” .  La “sentenza” di Federico ebbe un immenso scalpore : tutti gli spiriti “progressisti” del continente lo acclamarono . A Parigi comparvero dei manifesti, che mostravano il re di Prussia reggere tra le mani una bilancia, che pendeva a favore del popolo. Si, tutto bene, ma la sentenza di Federico era…ingiusta . Non più di nove mesi dopo averla pronunciata, egli stesso lo riconobbe e, quasi a volersi scusare, disse a Neumann, uno degli ussari addetti alla sua persona, di essere stato costretto a dare una lezione intimidatoria affinché i potenti non opprimessero i deboli . “Ovviamente – aggiunse – stavolta sono stato ingannato . Il debole aveva torto. Ma se ritrattassi la mia parola, le vessazioni si inasprirebbero ancora . E’ duro, è ingiusto, ma ora non si può fare diversamente : sono stato troppo precipitoso . Ah, questo Arnold, questo maledetto briccone !” .
E Federico non mutò la sua “sentenza” . Fu solo chi gli succedette sul trono a riabilitare i poveri consiglieri ingiustamente condannati .
Ancora degli aneddoti illustrativi della personalità di Federico e più precisamente del suo spirito realistico e concreto
Quando reduce dalla guerra dei sette anni una delegazione viene a congratularsi con lui, Federico interrompe bruscamente l’oratore ufficiale : “Stia zitto e mi lasci parlare . Ha una matita ? Allora scriva : i signori debbono fare una lista di quanta segala per il pane, quante sementi, quanti cavalli, buoi e vacche hanno bisogno immediatamente per i loro distretti . Ci pensino accuratamente e ritornino domani” .
Come già accennato, Federico riteneva suo dovere procedere a frequenti ispezioni nelle province del suo regno . Un funzionario, che ebbe ad accompagnarlo in una di queste ispezioni, ci ha trasmesso un resoconto delle conversazioni che ebbe a tenere col re durante il viaggio . Eccone uno stralcio :
“Avete più bestiame del vostro predecessore ?”
“Si, Maestà . In questa grangia ho aumentato di quarantotto il numero delle vacche, e in tutte le altre di settanta”
“Bene ! nella regione non avete peste bovina, vero ?”
“ No, maestà” .
“Basta facciate molto uso di salgemma e la peste bovina non ritornerà”
“Si, Maestà, ne faccio uso . Ma il sale da cucina fa quasi lo stesso servizio”
“No, vi sbagliate . Non dovete rompere il salgemma in piccoli pezzi, ma appenderlo in modo che il bestiame possa leccarlo”
“Si, sarà fatto”
“Ci sono altre migliorie da fare nella regione ?”
“Oh, si , Maestà ! Ecco, il lago di Kremm : se l’acqua venisse deviata, otterreste 1800 iugeri di prato che potrebbero venir assegnati ai coloni, e poi tutta la regione diverrebbe navigabile e questo gioverebbe moltissimo alla cittadina di Fehrbellin a alla città di Ruppin” .
“Si, parlatene al mio consigliere segreto Michaelis . Lui sa cosa fare….”
“Sarà fatto, Maestà”
“Anche il generale Von Ziethen ha beneficiato della bonifica delle paludi ?”
“Oh, si . Ha costruito la fattoria che vedete sulla destra e vi ha aggiunto un caseificio, e non avrebbe potuto se le paludi non fossero state prosciugate”
“Mi fa piacere….Come si chiama il funzionario di Ruppin ?”
“Home”
“Da quanto tempo è lì ?”
“Dalla festa della Santissima Trinità”
“Dalla festa della Santissima Trinità…e prima cos’era ?”
“Canonico”
“Canonico? Canonico? Perché diavolo un canonico ha deciso di fare il funzionario ?”
“Maestà, è un uomo giovane, che ha dei mezzi e che considera un onore essere al Vostro servizio”
“E perché il vecchio non è rimasto ?”
“E’ morto”
“Ma la vedova avrebbe potuto conservare la carica !”
“E’ caduta in povertà !”
“Perché, come tutte le donne, non sapeva amministrare i suoi beni ?”
“Maestà, perdonatemi, ma era una buona amministratrice . Soltanto che le numerose disgrazie che l’hanno colpita, l’hanno rovinata . Quelle possono ridurre in miseria anche il migliore degli amministratori . Io stesso due anni fa ho avuto una moria fra il bestiame e lo Stato non mi ha concesso nessuna riduzione fiscale . Anch’io non riesco a risalire la china”
“Figlio mio, oggi ho qualcosa che non va all’orecchio sinistro : non ci sento bene”
“Già, il guaio è che anche il consigliere segreto Michaelis ha proprio il Vostro stesso problema…..”
Il funzionario – che parla stando a cavallo, mentre il re è in carrozza – a questo punto rimane un po’ indietro, teme che il re possa essersene avuto a male per quest’osservazione . Federico invece si sporge dal finestrino cercandolo con lo sguardo . “Su, Fromme, cosa aspettate ! Rimanete accanto alla carrozza ! Ma badate di non essere inopportuno ! Se parlate a voce alta, vi intenderò benissimo” .

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Giunto al tramonto della vita, Federico poteva dirsi soddisfatto.
Aveva, in lunghe guerre, tenuto testa all’Europa contro di lui coalizzata ed era riuscito a far riconoscere la Prussia come  grande potenza .
Dismessa l’armatura del guerriero, ma con la stessa grinta ed energia dimostrata quando l’indossava, aveva provveduto alla ricostruzione dello Stato ( al rétablissement – come diceva egli alla francese ).
Si trattava, di risanare le ferite arrecate dalle crudeli guerre che aveva dovuto combattere, di riportare il regno alla floridezza di cui godeva quando lo aveva ereditato dal padre . Ed egli era riuscito a compiere quest’impresa, che appariva gigantesca, in tempi record : in circa tre anni e mezzo era riuscito ad eliminare le devastazioni che la guerra aveva causato ai suoi territori ( poteva vantarsi di aver ricostruito ben 21000 edifici ! ), in una dozzina d’anni li aveva ripopolati (favorendo con opportuni incentivi l’immigrazione, bonificando paludi e acquitrini…) .
Ora poteva fare il bilancio del suo lungo regno e trovarlo largamente positivo . Alla morte del padre la Prussia era uno Stato con una superficie di 2300 miglia quadrate e una popolazione di circa 2.500.000 abitanti . Trentasette anni dopo, la sua superficie aveva raggiunto le 3600 miglia quadrate e la sua popolazione stava per superare la soglia dei 5.000.000 ; le entrate annue erano raddoppiate e l’esercito quasi triplicato .
Avrebbe ben potuto, il gran re, riposarsi, e tutti lo avrebbero ritenuto un ben meritato riposo !
Egli invece ,anche quando la gotta e la idropisia lo resero in fin di vita, non desistette dal lavorare . Voleva morire al suo posto di combattimento – come già i suoi avi : come il bisnonno, il Grande Elettore, che due giorni prima di morire aveva voluto presiedere un consiglio privato ; come suo padre, che pur torturato dall’idropisia, aveva voluto trascorrere con lui gli ultimi giorni a conferire delle cose del regno .
Il 15 agosto 1785 ( il terz’ultimo giorno di vita, che Dio gli avrebbe concesso ) Federico II si destò verso mezzogiorno . La sua voce era flebile, ma iniziò immediatamente la dettatura degli ordini di servizio e delle varie missive . Dettò istruzioni dettagliatissime per le prossime manovre . Inviò un ordine di gabinetto al presidente della Camera di Konigsberg : “Apprendo che verso Tilsit c’è ancora una vasta palude da bonificare . Quel terreno dovrà appartenere alla mia amministrazione . I contadini che vi verranno insediati dovranno tutti essere proprietari dei loro poderi, non debbono essere degli schiavi !” .
L’ultima lettera di carattere personale fu quella indirizzata alla moglie, la regina Elisabetta Cristina : “Gentilissima dama, Vi sono molto obbligato per gli auguri che vi degnate di esprimermi, ma oggi sono stato colpito da una febbre violenta che mi impedisce di rispondervi per esteso” .
L’indomani, 16 agosto (il penultimo giorno che gli sarebbe stato concesso di vivere !), il re lottò invano per dare la parola d’ordine ai suoi generali in lacrime : ormai non riusciva a parlare in maniera intelligibile .
Passò tutta la giornata seduto sulla sua poltrona, attorniato da servitori, ministri, generali, medici . La moglie, che non era informata delle sue gravissime condizioni, stava nel frattempo dando un ricevimento nel palazzo di Schonhausen !
Alla sera s’addormentò e dichiarò che si sarebbe alzato verso le quattro . Circa a mezzanotte volle il suo cane favorito e ordinò di coprirlo con un piumino . Due ore dopo ( ore due del 17-8-1785 ) spirava nelle braccia del fedele servitore Strutzky .
Egli avrebbe voluto essere sepolto nella terrazza di Sanssouci , ma ora con comandava più : il suo successore, il nipote Federico Gugliemo, ordinò che la sua tomba fosse accanto a quella del padre, a Potsdam .

Oroscopo di Federico II

24 . 01 . 1712     11h 30m LMT      10h 36m GMT
Berlino        Germania
Ascendente, Toro         Sole in Aquario

La carta del cielo di Federico indica che il grande re di Prussia nasce con il sole nell’aquario ma l’ascendente nel Toro . E’ questa in definitiva una felice combinazione perché la concretezza del Toro ( segno di terra ) imbriglia e frena la ( cattiva ) tendenza degli aquariani a costruire castelli in aria e progetti utopici.
E infatti nella personalità di Federico, accanto al re-filosofo, che ama intrattenersi con i suoi amici a Sans-Souci parlando – peraltro con riconosciuta e apprezzata acutezza di giudizio (merito di Venere in sestile con Mercurio ! ) e ampiezza di vedute (merito di Urano in trigono con Nettuno !) – di astratti problemi di metafisica, ci sarà sempre l’amministratore efficiente dello Stato capace di immergersi nei più aridi calcoli di economia e di strategia e di dare prova di quella concretezza che, ad esempio, lo porta ad interrompere l’oratore ufficiale di una delegazione venuta a congratularsi con lui, reduce vittorioso dalla guerra dei sette anni, con queste brusche parole : “Stia zitto e mi lasci parlare . Ha una matita ? Allora scriva : i signori debbono fare una lista di quanta segala per il pane, quante sementi, quanti cavalli, buoi e vacche hanno bisogno immediatamente per i loro distretti. Ci pensino accuratamente e ritornino domani” .
All’aspetto taurino della sua personalità, Federico deve ancora la pazienza con cui riesce a sopportare un destino particolarmente avverso ( nella sua carta c’è il Sole opposto a Saturno : il segno delle persone che debbono lottare contro un ambiente ostile : nel caso di Federico, prima, l’ambiente familiare reso opprimente da un padre dispotico, poi l’ambiente internazionale caratterizzato dal rinnovarsi di continue coalizioni di stati nemici ) . Nella sua vita Federico potrà anche, sotto i colpi di un’avversa fortuna, cedere momentaneamente alla disperazione, ma per subito dopo riprendersi e continuare a lottare : dopo la battaglia di Kolin ( da lui imprudentemente provocata e rovinosamente perduta ) si sente perduto, tanto da affidare la direzione della ritirata al prudente e metodico fratello Enrico, ma non passa molto che riprende tutto il suo coraggio e scrive a Moritz von Dessau : “Il mio cuore è spezzato, tuttavia non sono prostrato e alla prima occasione cercherò di rifarmi di questo colpo” . E’ ancora Federico che in altra occasione scrive : “Brontolare o lamentarsi significa opporsi alle leggi dell’universo ; una sciagura più o meno non muta niente nell’ordine del mondo…Chi non sa fronteggiare la sventura, non è degno della felicità” .
Ma ciò che aiuta Federico a sopportare i colpi dell’avversa sorte, non è solo la tenacia di cui è debitore al suo ascendente nel Toro ( e alla congiunzione tra il suo Urano e il suo Plutone !), ma anche il senso del dovere derivantigli da vari “aspetti” positivi ( soprattutto da un Saturno in trigono con Venere !) . Un senso del dovere che lo porta a dividere con i suoi soldati, con naturalezza e semplicità, tutti gli strapazzi della vita al fronte, i miseri accampamenti di paglia, l’umidità, il freddo, le notti insonni, a costringere stoicamente i suoi piedi artritici negli stivaloni militari, a rischiare la vita cavalcando in ogni importante battaglia sotto il fuoco nemico . Nella battaglia di Kunersdorf, come già aveva fatto in quella di Kolin, si getta nel fitto del combattimento per cercare di coprire la ritirata ed evitare il peggio e respinge ogni preghiera di ritirarsi dal fuoco con le parole:
“Io qui devo fare il mio dovere come qualsiasi altro” . Due cavalli sono uccisi sotto di lui, una pallottola rimbalza sulla sua uniforme e per poco non è catturato dai cosacchi .
Ma domanderà a questo punto il lettore : “E Marte ? non acquista rilievo il pianeta della guerra nell’oroscopo di chi viene considerato uno dei più grandi condottieri militari dell’Occidente ?” . Certo,si, Marte nell’oroscopo di Federico si fa sentire, ma a dir il vero non sempre in maniera armoniosa e felice . E se Federico deve probabilmente a questo pianeta l’ardimento e la capacità di decisione che portarono a tante brillanti sue vittorie ( è di Federico il motto, “Si fanno grandi cose solo quando si corrono grandi rischi”) è sempre a un Marte ( ma male aspettato dalla Luna !) che Federico deve molte decisioni troppo precipitose e imprudenti che gli causarono non poche disastrose sconfitte (sconfitte che furono, sì, superate per il suo coraggio e la sua tenacia, ma anche per lo splendido senso dell’onore e la fedeltà di cui seppero dar prova gli ufficiali e i funzionri prussiani ).

Federico II di Prussia : analisi grafologica di P. Moretti

Volendo anticipare in sintesi l’analisi grafologica di P. Moretti si può dire che Federico era una persona portata al comando e del tutto degna di esercitarlo.
Prima di tutto per la sua intelligenza; che il Grafologo definisce “quantitativamente superiore (grafia larga di di lettere) ; qualitativamente originale in modo spiccato ( grafia disuguale metodicamente )”. La “originalità” del soggetto – ci dice il Grafologo (ignaro di chi esso sia) – si rivela e consiste soprattutto nella sua capacità di escogitare nuove soluzioni e di trovare nuove strade per superare un ostacolo ; ciò che lo rende un interlocutore temibile al tavolo delle trattative : perciò “trattando col soggetto – avverte il Grafologo – bisogna essere molto accorti, perché, quando uno meno se lo aspetta, il soggetto esce in ritrovati nuovi oppure in forma nuova, con i quali incastra l’avversario e lo induce a cedere le armi nella discussione” . E questo anche perché “riesce ad avere – è sempre il grafologo che parla – una esposizione quasi inarrivabile per la scorrevolezza della parola e del pensiero, per la chiarezza dei concetti e dell’espressione, per la nitidezza dell’argomentazione” .
Ma l’intelligenza certo non basta da sola a fare un buon governante . Occorrono la capacità di ponderazione, la capacità di mantenere la calma anche nei momenti più difficili, la capacità di antivedere i pericoli e di scansarli. La scrittura rivela tali qualità in Federico ? Sì, certo ; ci dice il Grafologo : “Si può dire che il soggetto abbia l’abitudine della ponderazione e della calma” ; e ancora : il soggetto sa prendere tutte le precauzioni necessarie “ per non andare incontro a sorprese, che egli antivede e che quindi scongiura” .
In buona sostanza Federico ha tutte le doti per comandare e tra queste, anche….la consapevolezza di ciò. Non c’è quindi da meravigliarsi che la sua grafia denunci che “tende al comando”, “tende a farsi avanti e ad avere l’indipendenza con l’intento di conquistare gli altri” .
Ma Federico ha le doti, non solo per dominare nel mondo politico, ma anche in quello letterario, filosofico, artistico. L’originalità e la finezza dell’argomentare, che lo fanno prevalere al tavolo delle trattative, gli assicurano consenso e ammirazione anche nei salotti . Tanto più che, tra le altre doti, Federico è un “intenditore d’arte” : il soggetto – ci ragguaglia il Grafologo – ha  “disposizione  per la critica  moderata, per tutte le belle arti e sa penetrare la situazione degli artisti nell’esercizio dell’arte e fuori di essa” .
E l’amore ? Federico era un frigido ? Non frigido, ma dotato di senso raffinato anche nell’amore, lo dipinge l’analisi grafologica : “Quanto a sensualità il soggetto tende alla facilità dell’intenerimento sessuale, ma tende nello stesso tempo a scegliersi l’esca” .

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