Biografia di Enrico IV

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Colui che diverrà Enrico IV di Francia nacque il 13-12-1553 a Pau, la capitale del Bearn (una regione ai piedi dei Pirenei ) .
Il nonno materno, Enrico d’Albret, re di Navarra, visconte con potere sovrano del Bearn oltre che signore di altre numerose terre , appena nato lo sollevò e, come rozza profilassi contro un morbo che affliggeva allora il Bearn, gli pose sulle labbra dell’aglio e gli fece odorare del vino ; e avendo il bambino subito tale rude trattamento senza dar segni di insofferenza, da ciò trasse, orgoglioso e felice, l’auspicio, di cui la storia dimostrerà la verità, che il nuovo nato si sarebbe dimostrato nella vita gagliardo e di buon carattere .
E, di un erede gagliardo egli ben sentiva il bisogno : infatti pur potendosi onorare del titolo prestigioso di re di Navarra, di questa regione, posta a cavallo dei Pirenei, egli in realtà possedeva solo i suoi pochi lembi ( sassosi! ) in territorio francese : tutta la Navarra spagnola era stata conquistata nel 1512 dal re Ferdinando d’Aragona . Il padre Giovanni, di natura mite, modesta e dolce, non aveva saputo opporre, alla sfacciata usurpazione, che delle formali proteste . Lui, il nonno del nuovo nato, era di tutt’altro carattere e pur tra molti difetti – la moglie, che non l’amava, lo definiva “sensuale, materiale, egoista, scettico e addirittura cinico” – aveva coraggio e testardaggine .
Ma né questa né quella virtù (ancorché tanto favorevoli al successo mondano ) e neanche il legame che aveva stretto con la casa regnante dei Valois, sposando margherita di Angouleme, sorella del re Francesco I, erano bastati a coronare di successo i vari tentativi da lui fatti per riconquistare la parte usurpata del suo regno.

enricoIV
Ecco perché con tanta ansia aveva aspettato un nipote maschio : sperava che a questi sarebbe riuscita l’impresa a lui fallita .
E ciò sperava anche la figlia Giovanna, madre del neonato ; la quale era come lui coraggiosa ed energica ( anche se sapeva addolcire e per così dire insaporire tali doti con una grazia e una capacità di approfondimento, a lui sconosciute ; e che doveva alla madre, e nonna del neonato – la dolce, pia, sensibile Margherita, tanto bella e tanto colta da essere cantata come la quarta delle Grazie e la decima delle Muse ) .
Sposo di Giovanna e padre del neonato era Antonio di Borbone . Questi, pur essendo imparentato con le famiglie francesi di più alta nobiltà ( i Guisa, i Nevers, i Montpensier…) e pur essendo un Grande di Francia, con diritto, come tale, di sedere nel Consiglio del re, doveva essere considerato, ben s’intende col metro dell’alta nobiltà di allora, “povero” ( essendo i suoi possedimenti non ricchi e, per di più, tra di loro separati ) ; però ricopriva lo stesso nel regno francese una grande e prestigiosa posizione in quanto era il primo principe del sangue, cioè il  primo principe destinato ad ascendere al trono dopo i “figli di Francia” – termine questo con cui si indicavano i figli maschi e legittimi del re, che all’epoca erano quattro – i quattro figli di Enrico II e di Caterina dei Medici : Francesco, Carlo, Enrico, Ercole Francesco (duca d’Alencon ).
Il matrimonio tra Giovanna d’Albret e Antonio di Borbone era stato dettato dalla politica : infatti, la casa reale di Francia temeva che gli Absburgo riuscissero a estendere la loro influenza sul regno di Navarra e a porre così piede oltre i Pirenei ; e, pertanto, cercava in tutti i modi di legare a se con matrimoni la Casa che, sulla Navarra, regnava .
Tuttavia tale matrimonio, anche se, come si suol dire, “d’interesse”, non fu all’inizio infe=
lice .Antonio era avvenente, bonario, coraggioso, ma un po’ leggero e incostante : si integrava quindi bene e armoniosamente con il carattere “forte” e deciso di Giovanna.
Se più tardi tale unione, all’inizio così promettente, si sfasciò, ciò fu dovuto, sì, ai numerosi tradimenti di Antonio, ma soprattutto alle divergenze in materia religiosa che opposero questi (cattolico ) a Giovanna ( aderente invece alla religione riformata ).
Com’è noto la “religione riformata”, come predicata da Calvino in Ginevra, si era diffusa rapidamente in Francia ; e i suoi seguaci – pur essendo una minoranza ( si calcola, il 10 per cento ) della popolazione  francese, essendo però una minoranza attiva, colta, laboriosa, dinamica – vennero a formare un partito potente ( il partito degli ugonotti ), in grado di opporsi validamente a quello cattolico .
Fu a tale partito degli ugonotti che Antonio di Borbone ritenne a un certo momento di aderire ; e la sua conversione al calvinismo fu seguita dalla moglie .Ma mentre la conversione di questa divenne col tempo sempre più convinta, quella di Antonio, verosimilmente mai troppo sentita, col tempo venne meno : egli abiurò a quella, che ormai era per Giovanna la vera e sola religione, e ritornò al Cattolicesimo .
Nulla più della religione è capace di suscitare l’amore e di accendere l’odio ; e ciò si dimostrò vero anche per qual che riguarda i due coniugi un tempo felici . Le liti accesissime per convincere l’uno a passare nel campo e nella religione dell’altro, a poco a poco degenerarono in un odio così forte e feroce, che Antonio cercò di tendere agguati alla moglie per ucciderla (o almeno questa lo sospettò –  ciò che dice lo stesso il punto a cui erano giunti i loro sentimenti e i loro rapporti ) .
Non va neanche detto che i due si separarono . Giovanna si ritirò nel Bearn, dove divenne punto di riferimento e leader degli ugonotti ( non solo locali ) . Antonio, che conduceva vita da soldato, partecipò alle guerre fratricide che insanguinavano allora la Francia e morì per una ferita da archibugio buscatasi durante un assedio .
Ma le discordie, di cui ora abbiamo parlato, avvennero parecchi anni dopo quella nascita di Enrico da cui abbiamo prese le mosse . Dobbiamo quindi riprendere il filo del nostro discorso e parlare dell’infanzia e della giovinezza del futuro re di Francia .

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Enrico IV, passa i suoi primissimi anni di vita nel Bearn, affidato alle cure di una parente ( il nonno è morto due anni dopo la sua nascita!) . Vita, il più del tempo, all’aria aperta a contatto di una natura aspra e selvaggia . Vita in completa promiscuità con domestici, valletti, palafrenieri, cani da caccia, cavalli, muli , tra tenerezze e complicità di servi, scherzi grossolani e linguaggio rozzo di domestici . La vita che conducono tutti i bambini di alto lignaggio quando non sono a Corte .
Lo si fa studiare ; ma poco . Perché in tal senso aveva dato istruzioni il nonno d’Albret, timoroso che rinascessero nel nipote quei gusti letterari che aveva tanto disprezzato nella moglie ; perché così desiderava anche la madre, che voleva fare del figlio  un uomo retto  e coraggioso capace di riconquistare al suo Casato i territori usurpatigli e non un letterato . Con tutto ciò, l’essenziale ( di storia, di matematica, di francese, di latino e anche id greco ) gli fu insegnato e noi saremmo in errore se pensassimo ad Enrico come ad una persona incolta ed ignorante : al contrario egli nella maturità, già lontano dagli studi giovanili, era capace di rettificare e completare una citazione la=
tina . Ci ragguaglia un cortigiano : “Non si poteva storpiare il latino davanti al re : egli subito se ne accorgeva” .
A circa otto anni ( siamo nel 1561 ) Enrico viene portato a Corte , un po’ come ospite, un po’ come ostaggio .
E a Corte egli ha come compagni di gioco i figli del re e i rampolli della più alta nobiltà . Con cui tratta familiarmente, senza nessuna formalità ; come ci dimostra il seguente aneddoto riportato ( con un tono un po’ scandalizzato ) dall’ambasciatore di Spagna . Riferisce dunque l’ambasciatore al suo signore, che un giorno Caterina dei Medici e il cardinale di Ferrara erano intenti a parlare tra di loro quando videro con sbigottimento la porta d’improvviso spalancarsi per fare passare una ben strana
(  e irriverente!) processione : in testa c’era Enrico di Navarra mascherato da cardinale, seguivano il secondogenito del re, Carlo (il futuro re di Francia!) vestito da vescovo e altri bambini travestiti da monaci, abati, sacerdoti . Il cardinale naturalmente si indignò di fronte alla sacrilega messinscena .E Caterina fu naturalmente costretta a scusare il comportamento dei monelli .
Ma quali sono i rapporti tra Caterina e colui che è destinato a subentrare nel trono ai figli ?
Dobbiamo pensarli non cattivi, almeno formalmente ; dal momento che Enrico parlerà nella sua maturità di Caterina con grande comprensione e la difenderà dai suoi detrattori – cosa che difficilmente avrebbe fatta se, bambino, avesse da lei subito, non si dice dei maltrattamenti, ma anche dei semplici sgarbi .
E tuttavia c’è chi dice che Caterina nutrisse verso il suo piccolo ospite un vero e proprio odio . E questo in seguito ad una predizione fattale dal famoso scienziato e occultista Nostradamus nel corso di una “seduta” da lei voluta . Ecco come viene narrato il suo svolgimento . In una camera buia, al centro di un cerchio sta la regina . Di fronte a lei, sul muro, uno specchio . Nostradamus, che è ebreo e versato nella Cabala, ha segnato ai quattro angoli i nomi di Dio in ebraico . Ora egli salmodia alcune formule magiche e, portento! prende forma nello specchio la figura del primogenito della regina, Francesco . Questi fa un giro . Nostradamus avverte che ogni giro indicherà un anno di regno . Quindi siccome Francesco ha già regnato un anno, ciò significa che sta per morire . L’immagine di Francesco scompare, nello specchio si delinea ora la figura del secondogenito Carlo . Questa volta i giri sono quattordici , a significare che Carlo regnerà quattordici anni . Quindi è la volta del terzogenito, Enrico : i giri sono quindici : lui siederà sul trono quindici anni . Ora Caterina si attende che compaia la figura del suo quarto figlio . Ma al suo posto nello specchio fatale appare il volto di Enrico di Navarra : i giri per lui sono ben ventidue . Dunque quel bambino , che la Medici ospita, sarà l’usurpatore del trono dei suoi figli e regnerà per ben ventidue anni !
La storia ci dice che così effettivamente fu ; ma non ci assicura che così fu veramente predetto .

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Il tempo dei giochi infantili per Enrico termina presto ; la madre, succeduta nella patria potestà al padre morto nel 1562, con una astuzia si riprende il figlio, sottraendolo alla dorata cattività nella Corte, e se lo porta nel Bearn .
Siamo nel 1563, Enrico ha solo tredici anni . La sua educazione deve proseguire ,e in effetti prosegue, veramente spartana : mangiare poco, dormire su un duro giaciglio, alzarsi presto e coricarsi tardi, continue esercitazioni fatte nei giorni più freddi dell’inverno e durante i più terribili temporali . Non vengono risparmiate le pene corporali : nessun re francese è stato più frustato di Enrico IV .
Ma la guerra – la terribile guerra civile tra ugonotti e cattolici – incalza . Anche  chi ha soli 15 anni come Enrico, deve parteciparvi . E Giovanna ( siamo nel 1568 ) porta il figlio a La Rochelle e consegnandogli la prima armatura davanti alle truppe – che vedono in questo principe del sangue, erede certo del trono di Navarra e possibile erede di quello di Francia, il loro capo naturale – gli dice : “Tutta l’Europa ha gli occhi fissi sudi voi ; voi cessate di essere un infante . Andate ad apprendere, sotto Condè, a comandare” .
E sotto il Condè, prima, e poi, alla sua morte, sotto il Coligny, Enrico compie il suo apprendistato militare . Viene ammesso ai consigli di guerra e gli si permette di esprimere il suo parere (che, purtroppo, non sempre è seguito!) .
Partecipa ai combattimenti, in prima fila ed esponendosi al rischio di essere ucciso . E col suo comportamento coraggioso si conquista l’ammirazione delle truppe e viene ad esercitare su di esse un ascendente, che solo Napoleone in seguito saprà eguagliare. Egli ha quella naturale capacità di sollevare il morale dei deboli e di esaltare il coraggio dei valorosi, quel senso del comando, nello stesso tempo rigido e familiare, quell’allegrezza capace di mantenersi tale anche nei più difficili momenti, che fanno il grande condottiero .
Ma fortunatamente  anche le guerre hanno una fine o almeno una tregua ; tregua che i regnanti cercano di rinsaldare intrecciando legami matrimoniali tra gli ex-contendenti . Ed è proprio con tale scopo e con tale speranza che la regina di Navarra e la regina di Francia decidono di sposare Enrico con Margherita, la sorella del re .
Margherita di Valois non è forse “bellissima” come la descrive ad Enrico sua sorella Caterina – resa parziale da un grazioso cagnolino che la futura cognata accortamente le ha regalato ; ma è certamente dotata di fascino : quando parla, quando si muove, la sua grazia, il suo garbo destano nelle donne l’ammirazione e negli uomini sentimenti non meno vivi anche se più terreni e non molto rispettosi dei Divini Comandamenti . E’ elegante, meticolosamente truccata, profumata, depilata : è insomma, oggi diremmo, molto sexy . E, pur non essendo accorta e avveduta come la madre, non è per nulla un’oca : scriverà delle Memorie che riscuoteranno l’apprezzamento di un intenditore come Richelieu .
Margherita,  come Enrico, è facile agli innamoramenti, e, quando le propongono il matrimonio, il suo cuore è tutto preso dal bello, raffinato, coraggioso, Enrico di Guisa . Ma i fratelli e la madre hanno modi assai efficaci per convincerla (“mi hanno assicurato – scrive l’ambasciatore spagnolo – che la regina ha presa a schiaffi la figlia e che altrettanto ha fatto il re, picchiandola al punto da farla svenire”) e la povera, gentile, influenzabile Margherita alla fine consente alle nozze . O almeno consente di partecipare alla cerimonia nuziale, perché, a dir il vero, il fatidico “si” al prete celebrante il matrimonio, non uscirà mai dalle sue labbra ( e questo sarà il motivo che porterà – già Enrico regnante sulla Francia e desideroso di un nuovo, più importante legame – all’annullamento del vincolo ) . Quando le verrà rivolta la rituale domanda, essa (poverina!) si guarderà intorno come per cercare soccorso . Sarà un colpetto leggero e rabbioso del fratello, il re Carlo IX, a forzarla a chinare il capo ; e l’accomodante cardinale celebrante le nozze fingerà di vedere in ciò una manifestazione di consenso e darà la sua benedizione ( tra il sollievo dei presenti, che già temevano una drammatica conclusione della giornata con la fuga della sposa!) .
Quanto a Enrico egli non crea nessuna difficoltà e nessun problema alla madre : egli è molto pratico, per nulla sentimentale : “questa o quella per me pari sono” , tanto, ben sa dove cogliere il suo piacere anche fuori dal letto coniugale .
Ma la regina di Navarra non vedrà le nozze del figlio : poco dopo la conclusione delle (estenuanti!) trattative, da lei condotte con quella abile e per nulla malleabile negoziatrice che è Caterina dei Medici, muore . Probabilmente per la stanchezza e l’esaurimento del suo fisico troppo provato . Ma non sono pochi gli ugonotti che attribuiscono la sua improvvisa scomparsa al “veleno italiano” : non è forse vero che la povera regina di Navarra poco prima di morire ha comprato dei guanti da un mercante (fiorentino come la Medici ) ? non è forse vero che tali guanti potevano essere resi letali da un veleno abilmente e criminosamente, su di essi, cosparso ? Molti ugonotti a tali domande rispondono di si .
E, questo, è uno dei tanti sospetti che avvelenano l’aria di Parigi quando il  re di Navarra (succeduto nel trono alla madre), vestito a lutto, vi entra, accompagnato dal principe di Condè, dall’ammiraglio Coligny e da millecinquecento gentiluomini di fede ugonotta .E purtroppo erano sospetti che, prima, l’attentato al Coligny, poi, le stragi di San Bartolomeo dovevano dimostrare fondati .
Si discute tra gli storici se le stragi di tale notte ( o, meglio, iniziate in tale notte, perché proseguirono poi per giorni, diffondendosi da Parigi a tutta la Francia ) erano state da lungo tempo programmate o se invece erano state il frutto di un’ improvvisa decisione, dettata alla Corte e alla fazione dei Guisa, dal timore che gli ugonotti meditassero una sanguinosa rappresaglia contro i cattolici, per vendicarsi dell’ attentato contro il loro capo, il Coligny .
Certo è che Margherita di Valois, la novella sposa di Enrico, era, dei progetti della Corte, totalmente tenuta all’oscuro : nessuno si fidava della sventatella. Solo qualche ora prima dei tragici fatti lei ne ebbe un qualche (pauroso!) sentore .
Ecco come nelle sue Memorie ce ne dà il perché . “Mi trovavo dalla regina – racconta Margherita – ed ero seduta su un cofano accanto a mia sorella che vedevo molto triste . La regina, che stava parlando con altri, mi vide e mi disse di andare a dormire . Stavo per farle la riverenza quando mia sorella mi prese per il braccio e mi trattenne piangendo . “Mio Dio, sorella –disse – non andate” . Io mi spaventai moltissimo” .
Ma la regina ripete l’ordine e Margherita si ritira nel suo appartamentino . “Appena entrai nel mio salottino – prosegue il racconto – mi misi a pregare Dio di prendermi sotto la Sua protezione e di salvarmi , non sapevo da cosa o da chi . Mio marito, che già si era messo a letto, mi chiamò perché mi coricassi . Ubbidii e trovai il letto circondato da trenta o quaranta ugonotti che non conoscevo (…) Per tutta la notte questi non fecero che parlare dell’incidente capitato all’ammiraglio, decidendo che l’indomani avrebbero chiesto al re la punizione di Guisa e che, se fosse stata negata giustizia, se la sarebbero fatta da loro.Io, che avevo nel cuore le lacrime di mia sorella, non riuscivo a dormire per l’agitazione che lei mi aveva messo addosso…” .
Le ore passano e all’albeggiare Enrico si alza ; è inquieto, loquace, dice che attenderà il risveglio del re Carlo e gli chiederà udienza ; ma mentre sta così parlando, la terribile carneficina già da parecchie ore è cominciata .
Il re, quando Enrico si reca da lui, lo trattiene, per evitargli la morte, nel suo appartamento . E così il re di Navarra sarà uno dei pochi ugonotti ad aver, in Parigi, salva la vita .Sì, la vita salva ; ma  la vita, se non di un recluso, di un “sorvegliato speciale” : il re di Navarra viene ad essere un ostaggio troppo prezioso perché la Corte gli possa permettere di allontanarsi da Parigi .
In quei giorni, che sono di pericolo e di umiliazione, Enrico troverà un’amica e un’alleata nella moglie . E’ il momento dunque di parlare dei rapporti di Enrico con questa .
I due novelli sposi non provano nessuna attrazione reciproca ; è dubbio anche se si frequentino sessualmente (anche se sembra di si – ma , certamente, non per amore e neanche per una vera attrazione sessuale, ma solo perché….sono giovani e sensuali : proprio così Margherita spiegherà i loro abbracci al tribunale chiamato ad indagare sulla validità del matrimonio : “Eravamo entrambi giovani il giorno delle nozze ed entrambi così inclini alla sensualità che sarebbe stato veramente impossibile trattenersi”). Certo è che i due sposi in una cosa si trovarono subito d’accordo : nel lasciarsi un’illimitata, reciproca libertà sessuale : entrambi ebbero numerosi amanti, che nessuno dei due si preoccupò di nascondere all’altro : la loro fu una “coppia aperta” ante litteram .
Ma se tra Enrico e Margherita non vi fu amore, vi fu, si ripete, una solida e buona amicizia . Quando Enrico riuscirà a fuggire da Parigi e a raggiungere il suo regno, non avrà nessuna difficoltà ad accogliere presso di sé Margherita (anche se chiaccheratissima, e a ragione : la Valois contò un’innumerevole serie di amanti ) .
E, se è vero che Enrico, d’accordo col suo re omonimo (Enrico III ), fratello di Margherita, sarà costretto dalla vita scandalosa di questa a relegarla in un castello, è anche vero che, diventato re di Francia, ancorché ormai libero da ogni vincolo morale e giuridico verso la Valois, non si opporrà che questa rientri a Parigi e ritorni a frequentare la Corte . Dove Margherita avrà una posizione di prestigio e di rispetto : la nuova moglie di Enrico, Maria dei medici, non solo non si rifiuterà di frequentarla, ma la tratterà da amica e arriverà al punto di chiederle pareri sull’educazione del delfino . Grata al suo ex marito e alla sua nuova moglie della loro familiarità, Margherita, che non aveva avuto figli, tratterà come tale il Delfino : lo vizierà, per lui non baderà a spese : un giorno, portandolo con sé alla fiera di Saint Germain, gli comprerà una spilla del valore di ben trentamila scudi. Un cortigiano racconta di averla vista, una mattina, giocare per terra col bimbo davanti al letto dei genitori .
Ma torniamo a parlare della situazione di Enrico subito dopo la strage di San Bartolomeo . Egli  ha abiurato dalla religione riformata e si è riconvertito al cattolicesimo : per aver salva la vita? Probabile –  sennonché egli non si limita ad aderire alla religione cattolica : egli milita anche nelle file del partito cattolico e addirittura prende misure ostili e  combatte contro i suoi antichi compagni di fede e di lotta .
Con un editto ristabilisce il cattolicesimo nel Bearn ; con una lettera invita la città di La Rochelle ad arrendersi all’esercito cattolico . Di più, partecipa di persona all’assedio di questa città ; e c’è chi assicura di averlo “visto tirare spesso e volentieri con un archibugio a miccia” contro gli assediati.
E “naturalmente” non ha nessuna remora a frequentare amichevolmente i massacratori dei suoi camerati, o, meglio sarebbe dire ex-camerati . Egli si dimostra particolarmente amico con Enrico di Guisa ( uno degli organizzatori della strage di San Bartolomeo!) ; tanto che un contemporaneo può scrivere : “Questi due principi dormivano, mangiavano e facevano insieme le loro feste in maschera, balletti e caroselli (…) Egli ( il duca di Guisa ) aveva una grande familiarità con il re di Navarra, che chiamava suo signore, mentre il re lo chiamava suo compare” .
Raramente si è visto qualcuno voltar gabbana così disinvoltamente !
Come reagiscono gli ugonotti a tanta “disinvoltura” del re di Navarra ? Con immutata fede nella sua lealtà . I suoi “tradimenti” sono spiegati con la coercizione fattagli da chi lo tiene prigioniero e si continua a vedere in lui l’ugonotto, “il compagno buono e coraggioso” dei tempi delle lotte contro i cattolici . Due soldati guasconi, combattenti a La Rochelle in campi opposti, si parlano ; e il protestante domanda al cattolico : “Come sta Enrico, il nostro compagno buono e coraggioso ?” .

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Ma la verità è che , se non la divisa cattolica, la prigionia (ancorché dorata ) in cui si trova astretto, pesa molto su Enrico. Egli tenta a più riprese la fuga e, nel 1576, questa finalmente gli rie=
sce .  Raggiunge il Bearn e da qui ha inizio la sua ascesa lunga e tribolata al trono di Francia .
Dopo vent’anni – vent’anni sempre in movimento, sempre con le armi in pugno  – finalmente la meta ambita , la corona di Francia, è raggiunta : nel febbario !594 è incoronato, nel marzo sempre del 1594 Parigi gli apre le porte, nel settembre 1595 il Papa gli dà l’assoluzione .A questo punto, per rendere definitivamente stabile e sicuro il trono su cui si è assiso, gli occorre solo un’erede : infatti la sua unione con Margherita di Valois è stata sterile .
Prima cosa quindi, ottenere l’annullamento del matrimonio con la Valois . Non è un problema : si paga il giusto prezzo alla giudiziosa consorte a che dica al tribunale ecclesiastico le cose che debbono essere dette ( e che del resto sono cose vere : il vizio del consenso senza dubbio c’era stato ed eclatante!) e l’annullamento è ottenuto .
Seconda cosa, trovare una nuova moglie : e a ciò ci debbono pensare i ministri.
Ma mentre questi si danno il loro bel d’affare per trovare una moglie al re, l’occhio di questi, ondivago come sempre, è caduto su una sedicenne astuta e provocante, Henriette d’Entreguez . La quale, ben consigliata dal parentado, prima, si rifiuta sdegnata allo spasimante quasi cinquantenne (Enrico è nato nel 1553 e il suo incontro con Henriette è del 1599) ; poi, si dichiara disposta a rinunciare alla sua illibatezza …..se le vengono dati centomila scudi .
Il re,  smanioso, batte cassa dal suo ministro, l’austero Sully ; ma questi , di solito comprensivo verso i capricci del suo re, questa volta punta i piedi : centomila scudi ?impossibile ! i forzieri sono quasi vuoti e quel poco che c’è serve a rinnovare l’alleanza con gli svizzeri .
Il re, però , per la bella sedicenne,  ha veramente persa la testa e il ministro deve cedere . Non senza prendersi il piacere maligno di disporre accuratamente sul tavolo, davanti al re, i centomila scudi . “Perdio! – è costretto a riconoscere Enrico contemplando tutta quella esposizione d’oro – ecco una notte ben pagata” .
Paga dunque ; però…non ottenendo ancora quel che sperava. Henriette avanza una nuova pretesa : vuole che il re le rilasci una dichiarazione scritta in cui si impegna a sposarla se entro una certa data gli darà un figlio maschio . Il re, ormai del tutto rincitrullito dalle grazie della bella Henriette, accondiscende anche a tale richiesta ( e se ne pentirà amaramente!) e solo allora la piccola peste gli si concede .

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Mentre il re perde la testa dietro la scaltrita sedicenne, Sully , il suo fedele ministro, usa al meglio la sua per concludere felicemente con la ricca Casa dei Medici l’accordo per il matrimonio tra la nipote del granduca, Maria, e il suo re . Alla fine l’accordo è raggiunto e il Sully lo annuncia fieramente a Enrico . Il quale però non manifesta la gioia, che ci si sarebbe aspettati da lui all’idea della ricca dote che sta per arrivargli, ma, preso da febbrile agitazione, cammina avanti e indietro, nervosamente rosicchiandosi le unghie ( è questo uno dei suoi minori difetti!) : Henriette, la bella fanciulla che ha impalmato, attende un figlio e …se fosse maschio ? Ma la proposta di matrimonio con la Medici è troppo allettante e  conveniente : Enrico cancella dalla mente la fatale promessa e, accada quel che accada, decide per la firma del contratto di matrimonio .
Quando si fa coraggio e ne dà notizia a Henriette  ( che vive al Louvre, trattata come una regina ) la reazione di questa è (naturalmente!) astiosa : “Quando verrà dunque al vostra grassa banchiera ?” . “Quando avrò sgombrata la mia corte da tutte le puttane” – risponde il re irritato . Ed è questo solo uno dei tanti litigi di cui fu intessuta la tempestosa unione tra Enrico e la sua bizzosa amante !
Le cose però sembrano aggiustarsi : il figlio, che Henriette dà alla luce, muore subito : il re si può ritenere liberato dalla sua promessa . E con animo più sereno può recarsi ad incontrare la “italiana”, Maria dei Medici , che è a lui già legata da un matrimonio per procura e che, già sbarcata sul suolo francese, si muove col suo seguito per la strada di Parigi .
La prima impressione non è positiva : quando il re la vede (a Lione, nel Dicembre 1600 ) lo si sente mormorare : “mi hanno ingannato, non è affatto bella!” . Ma certe volte la vista è un senso che inganna , e il re, dopo aver evidentemente esercitato durante la notte altri sensi oltre questo, la mattina seguente è in grado di rettificare il suo precedente giudizio : “Mia moglie ed io siamo stati entrambi molto sorpresi, io di averla trovata più bella e aggraziata di quanto non avessi creduto, e lei, mi sembra, di avermi trovato più giovane di quanto non avesse pensato e di quanto potesse supporre, vedendo la mia barba bianca””. E, dopo aver detto ciò, si vanta davanti alla regina che arrossisce, ma approva ridendo, di “aver ingaggiato la battaglia in tre riprese”.
Ma se al re la placida e rotondetta Maria non dispiace ; non per questo cessa di piacergli la pepata e snella Henriette : in fondo un pasto per essere completo necessita di cibi di vario sapore !
Ma come tenersi tutte e due le donne e tutte e due nella stessa casa ? Enrico trova, all’apparentemente  insolubile problema, una soluzione – una soluzione del tutto degna di lui . Maria si è appena sistemata nel suo appartamento del Louvre, ch’egli le si presenta davanti insieme alla giovane Henriette : “Questa giovane è la mia amante – dice placidamente alla stupefatta moglie –e vuole oggi essere vostra umile serva” . E poiché la ”serva” abbozza una vaga riverenza molto lontana da quella profonda di Corte, alla quale la regina ha diritto, il re mette bruscamente la mano sulle sue spalle, e la forza a inginocchiarsi e a baciare, come vuole l’etichetta, il bordo del vestito della regina . Così il menage a tre è felicemente instaurato . E,  per rendere ancor più chiaro il ruolo di gallo nel pollaio che si riserva, Enrico, mentre le due donne, superato il primo momento di imbarazzo, si mettono a parlare, fa ostentatamente, sotto i loro occhi, una corte serrata a una damigella d’onore di Maria . E qualche giorno dopo dirà loro, che “non l’aveva trovata vergine” .
Non è da credere che Maria si rassegni sempre docilmente ai tradimenti dell’augusto consorte : le baruffe tra i due coniugi ( sempre originate dalla disinvolta concezione della fedeltà coniugale che il re ha ) sono frequentissime . E non raramente il re ne porta i segni quando si alza dal talamo coniugale : le unghie di Maria sono forti e appuntite . Molto spesso Sully, il fedele ministro, quando entra nella camera da letto del suo re per parlargli di importanti affari di stato ( libertà questa che gli permette un’antica confidenza col sovrano ), ha l’imbarazzo di trovare i due reali sposi in lite rabbiosa e allora deve intromettersi per cercare di placarli, ascoltando le rimostranze dell’uno e i rimproveri dell’altra, gettandosi talvolta anche in ginocchio per pregarli di far tra di loro la pace .
Peraltro il re, a parte le sue infedeltà, è un buon marito o, almeno, un marito premuroso : scrive alla moglie lettere affettuose, le chiede consigli, si preoccupa della sua salute .
Quando trova Maria inquieta per il suo prossimo parto, la tranquillizza promettendole : “Non temete, sarò una delle vostre levatrici” .
Ed effettivamente durante tutto il tempo in cui Maria è “in travaglio” non l’abbandona un istante ; e la sua non è una presenza passiva, ma sorveglia che tutto proceda bene e conforta e dà consigli alla partoriente : le dice : “Mia cara fate tutto ciò che la vostra levatrice vi dice . Gridate, affinché la gola non vi si gonfi” .
E quando la levatrice scopre  il neonato mostrandogliene il sesso, egli si avvicina alla moglie commosso : “Madame rallegratevi, avete sofferto molto, ma Dio ci ha dato quel che desideravamo : abbiamo un bel figlio maschio!”. E la levatrice racconterà che nel dire questo “il suo viso è inondato di lacrime grosse come piselli” .
L’affetto del re per la consorte balza fuori anche da numerosi aneddoti, che sulla sua vita si raccontano . Tra i tanti ci piace riportare ( anche per le note di comicità che contiene ) quello relativo ad un infortunio capitato alla coppia reale al ritorno da una passeggiata .
Dovendo attraversare la Senna in un punto in cui manca un ponte, la carrozza reale va imbarcata su un grosso traghetto a fune . Però destino vuole che un cavallo, salendo sul traghetto, cada, e che, con la sua caduta, sbilanci violentemente la carrozza : la regina e la principessa Conti vengono proiettate in acqua . Il re, uscito a fatica dalla malconcia vettura, subito si preoccupa di sua moglie : “Salvate la regina” grida e si tuffa nel fiume, sempre senza smettere di gridare e di incitare al salvataggio della reale consorte . Questa, che non sa nuotare, in effetti è andata a fondo : fortunatamente un gentiluomo di corte riesce ad afferrarla per i capelli quando riaffiora e aiutato dal re la trae a riva . Più sfortunata della sua regina è la principessa Conti : qualcuno vedendo agitarsi fuori dell’acqua un suo braccio e scambiandolo per quello della regina, la tira a sé ; ma quando si accorge dell’errore, senza tanti complimenti la lascia andare a fondo, per andare alla ricerca e in aiuto della graziosissima persona della consorte del re . Fortunatamente la principessa, nonostante tale comportamento, a dir poco disinvolto, si salva .E i passeggeri della carrozza ormai inutilizzabile, tutti salvi ma bagnati fradici, si dirigono a piedi in direzione di Parigi . L’avventura però non fa perdere il suo buon umore a Enrico ; il quale dichiara ridendo che questo modo di “fare la cura delle acque” l’ha guarito di un mal di denti che lo tormentava : “Non ho mai trovato un rimedio migliore !……Del resto – aggiunge – avendo mangiato troppo salato a pranzo, ci hanno dato da bere…” .

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Se Enrico non è un marito ideale, è però un padre attento e tenero . Egli adora i suoi figli . E  li alleva tutti insieme, senza distinguere tra figli legittimi e figli bastardi, figli di questa e figli di quella favorita : a un certo punto si troveranno a vivere insieme, affratellati dallo stesso sangue reale che viene loro dall’identico padre, i figli di ben cinque donne : il “gregge di Saint-Germain” – così si riferirà alla strana compagnia la regina, con dispetto misto a ironia .
Su questo strano gregge il re veglia equanime, imparziale e soprattutto affettuoso . E trema quando una “pecorella” sta male . “Sono molto preoccupato – scrive nel 1608 – perché i miei figli sono tutti malati : mia figlia De Verneuil ha il morbillo (…) Mio figlio Orleans ha una febbre continua” . E conclude sospirando : “Giudicate voi se con tutto ciò non devo essere in pena” .
Ma chi ama , castiga . Ed Enrico non esita, per educare i figli, a far uso di severe pene corporali ; anche con il Delfino .
Un giorno, per aver schiacciato crudelmente la testa di un passero, il futuro Luigi XIII viene frusta=
to . La regina protesta : la punizione é eccessiva . “Madame – le risponde il re –pregate Dio che io viva, perché maltratterà voi, quando non ci sarò più io” ( e in ciò si dimostra buon profeta : Luigi XIII tratterà la madre con grande durezza, anche se con qualche buon motivo ) . “Ah ! –insiste la moglie – non trattereste così i vostri bastardi !” . “Quanto ai miei bastardi – le replica il re – mio figlio li potrà frustare se faranno gli sciocchi : ma lui non avrà nessuno che lo frusti” .
Ma il volto arcigno poco si addice a Enrico ; ed egli ama giocare con i figli come un qualsiasi papà borghese . Un giorno l’ambasciatore di Spagna , in tenuta di gala, entra nella camera in cui deve avere udienza dal re, e che vede ? il re che cammina a quattro zampe portando il Delfino a cavalcioni, mentre la regina si gode la scena . Il re non si scompone : “Avete figli, signor ambasciatore?”. “Si,  sire” . “In questo caso – dice Enrico, riprendendo i suoi esercizi equestri – comprenderete se finisco il giro della stanza” .
Molto gustose sono le scenette di vita familiare che il medico degli infanti reali registra nel suo diario .
Ad esempio, in data 2 settembre 1604, egli annota : “Il re porta il Delfino a svegliare la regina ; gli mostra i giardini, i canali e le carpe, dà a queste un po’ di pane”. E in data posteriore di due giorni : “Alle cinque, il re ritorna dalla caccia . Il Delfino corre a braccia aperte incontro al re che arrossisce di gioia e di piacere ; lo bacia e lo abbraccia a lungo (…) lo conduce nel suo studio, lo porta a passeggio” .
Un giorno il Delfino entra nella camera dei genitori con un tamburo a bandoliera e il cappello in testa . Ed ecco quel che accade, nelle parole del nostro attento diarista  :“Toglietevi il cappello” – gli intima scherzosamente Enrico . Il bambino non vuole toglierselo , il re glielo toglie a forza ed egli ne è contrariato ; poi il re gli porta via il tamburo e le bacchette : ancora peggio ! “Il mio cappello, il mio tamburo, le mie bacchette !” . Il re – è sempre il medico che racconta – per fargli dispetto, si mette il cappello in testa . “Rivoglio il mio cappello !” . Il re glielo sbatte sulla testa, eccolo in collera . Il re lo prende per i pugni e li solleva in aria come per stendere le sue piccole braccia in croce . “Ehi! Mi fate male ! Ehi, il mio tamburo ! Ehi, il mio cappello !” . “La regina gli restituisce il cappello, poi le bacchette . Fu  – conclude ,divertito, il diarista – una piccola tragedia” .
Enrico non ha ritegno a mischiare i figli nella propria vita intima . Un mattino, mette il Delfino tutto nudo nel proprio letto, fra sé e la regina, per dargli de visu una sorta di lezione di educazione sessuale. Il bambino vede e poi…riferisce . Così che il sapido narratore delle scene precedenti può annotare nel suo diario che il Delfino va dicendo che “papà l’aveva molto più lungo del suo” e che era “lungo così” , facendo segno a metà dell’avambraccio .

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Enrico ebbe una vita sentimentale estremamente vivace : oltre alle due mogli (Margherita e Maria ), oltre alle quattro “amanti” con cui allacciò legami durevoli e significativi (Corisande, Gabrielle, Henriette, Charlotte ) ebbe un’infinità di amorazzi con donne della più diversa estrazione sociale
( contadine, borghesi, aristocratiche..) .
Meritò quindi senza dubbio l’appellativo di vert-galant (parola intraducibile, che può rendersi approssimativamente con “libertino”, “sempre-pronto” ) di cui i suoi sudditi, con ironia mista ad orgoglio, lo gratificarono .
Ciò però non significa che il libertino Enrico  fosse anche un gran seduttore e un grande amatore . Tali qualità , che noi saremmo portati ad attribuire a chi ebbe così tante donne, gli sono invece negate da Enrico dal Tallemant , il quale di lui scrive : “Questo principe ha avuto una notevole quantità di amanti, ma non era poi un grande amatore, infatti veniva sempre tradito dalle donne . Si diceva ridendo che le sue armi erano spuntate .  La signora di Verneuil lo chiamò un giorno “capitano buone intenzioni”…..”
Del resto che, almeno negli ultimi anni, le prestazioni sessuali del re lasciassero a desiderare e ch’egli fosse costretto, per rafforzarle, a ricorrere a degli afrodisiaci, risulta chiaramente dalle seguenti righe da lui vergate all’indirizzo di una sua amante ( di Henriette, per la storia) : “Mia capretta – scrive l’incorreggibile libertino – ho preso una medicina per essere più gagliardo, per potervi accontentare . E’ la mia più grande preoccupazione, perché io non voglio altro che piacervi e rafforzare il vostro amore (….) . Vi vedrò prima che voi partiate da Parigi, e vi amerò, non come si deve, ma come potrò”.
La verità è che Enrico è un uomo invecchiato anzi tempo : l’ambasciatore di Venezia scrive di lui nel 1600 : “Il re ha tanti capelli bianchi, che a quarantotto anni ne dimostra sessanta, segno delle prove e delle fatiche subite” .
E la sua salute – mai troppo buona (dato che anche in età giovanile soffriva di febbri improvvise, che lo tenevano immobilizzato per giorni ) –negli ultimi anni di vita peggiora : nel 1597 ha una grave crisi di fegato ; negli anni successivi, febbri debilitanti lo assalgono portandolo in punto di morte ; nel1906 ha un attacco di gotta . Dal 1906 in poi il suo stato di salute si aggrava ancora : soffre di emicranie, di dissenteria, la milza gli provoca un “umore melanconico” ed è “sempre molto stanco” .
L’insonnia lo tiene sveglio per intere notti, durante le quali i gentiluomini di camera, per dargli sollievo, si avvicendano nella lettura . “Sono otto giorni – scrive nell’aprile a Henriette – che non dormo e il sangue è così caldo che sono continuamente inquieto” .
Inutile dire che il re soffre le pene e le malattie dei libertini : una blenorragia gli fa per lungo tempo temere una impotentia generandi , e non meglio precisate , ma verosimilmente di origine sessuale , “infiammazioni urinarie” lo perseguitano .
Eppure quel re così malandato di salute, non manca di energia ; tutt’altro ! Non riesce mai a star fermo . Anche gli affari del regno li discute camminando lungo le gallerie del Louvre e delle Tuilleries .
E ha sempre fretta : “Sbrigatevi, sbrigatevi” ( “Hatez, hatez” ) sono le parole con cui continuamente incita i suoi servitori e i suoi ministri .
Personalmente dorme pochissimo, qualche ora solamente per giorno e a degli orari disordinati . Semplicemente quando il sonno lo sorprende si va a “rinfrancare un’ora in letto” . Il medico dei regali infanti, che tante notizie preziose ci dà sulla vita di Corte, ci racconta che il re, quando veniva a trovare i figli a Sanit- Germain, domandava qualche volta al Delfino di lasciarlo coricare nel suo letto : “Egli vi si addormentava profondamente, per poco dopo rialzarsi fresco e riposato” .
Inutile dire che questo uomo dinamico è anche uno sportivo . Apprendiamo dal Sully che le “ sue ordinarie occupazioni sono i violenti e faticosi esercizi” come il montare a cavallo, esercitarsi con la spada, l’archibugio, la picca, l’alabarda, saltare, nuotare, correre, danzare ( e qui il Sully aggiunge malignamente “soprattutto quando lo guardano delle belle ragazze”), praticare tutti i tipi di caccia soprattutto i più penosi e rischiosi, come quelli dell’orso, del lupo, del cinghiale .
Enrico, come tutti gli sportivi, ama la vita all’aria aperta, ama i campi e i giardini . Suole ripetere : “Io mi trovo meglio in campagna che in città”
E, siccome le sue funzioni lo costringono a vivere in questa e non in quella, egli cerca di crearsi di quella almeno l’illusione . Sotto il suo regno tutte le residenze reali, le Tuilleries, Saint-Germain, Fontainebleau e Monceaux si abbelliscono di verde, di fiori, di fontane e di giochi d’acqua . In Parigi vengono creati – ed è una grande novità – degli spazi fioriti e verdeggianti ingentiliti da fontane e vasche d’acqua . In tutta la Francia, lungo le strade, i crocicchi e le piazze, si piantano – ed è anch’essa una novità destinata a perpetuarsi – degli olmi e dei platani .
Ma poteva adattarsi all’etichetta di Corte un uomo così amante della vita libera e semplice ? No, non lo poteva ; e in effetti sotto il suo regno il fastoso cerimoniale, che i Valois avevano introdotto a Corte, anche se non fu abolito, fu grandemente ridotto. Il lever du rois , la cerimonia più importante della Corte, che sotto Enrico III di Valois aveva assunto forme simili all’adorazione (con i gentiluomini genuflessi davanti al re ! ), sotto Enrico IV di Borbone praticamente viene omesso . I parenti entrano liberamente nella camera del re mentre egli vi dorme con la moglie . Sully, se vuol dire qualcosa al suo re, entra, solleva le cortine del letto e si mette a discutere di quel che gli preme .
Regna al Louvre, tra il re e i suoi cortigiani, un cameratismo franco e gioviale . Ciascuno può avvicinarsi e interpellare il re con la più grande libertà . Sul punto è totale la differenza di stile tra il Bearnese e suo nipote Luigi XIV : alla Corte di questi un gentiluomo potrà soggiornare anche per anni senza che il re si degni neanche di notarlo ! Il Bearnese invece familiarizza con tutti . E’ la sua natura . Egli é affabile, sorridente, pieno di gaiezza e di buon umore : “di dolce natura” – lo definisce l’ambasciatore veneziano.
Ma, come ricorda uno dei suoi cortigiani, tali gentili familiarità, non impedivano che un’ora dopo egli facesse sentire, a coloro che aveva di esse favorito, “ch’egli era il padrone” (“qu’il estoit le maitre”) . Perché, nonostante tali amichevoli modi di fare, egli restava re al cento per cento (“très rois”) e nei riguardi di chi lo scontentava sapeva usare un tono imperioso e mostrare dell’alterigia (“de la hauteur”)

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Ma anche quel re allegro e alla mano aveva i suoi nemici . E quel che permetterà loro alla fine di nuocergli, sarà indirettamente connesso a un affaire de coeur, in cui quell’impenitente dongiovanni si lascerà invischiare alla tenera età di cinquantasei anni .
Il dardo di Cupido scocca mentre il re attraversa la galleria del Louvre ( primi mesi del 1609 ). Nella galleria,  delle giovani di nobile famiglia stanno provando una danza . L’occhio del re
( sempre attento quando si trova di fronte a certi spettacoli ) cade su una delle ragazze . è bionda, bellissima e sembra quasi che voglia dirigere proprio verso il suo cuore il giavellotto di cui per finzione scenica è armata .
Ha solo 14 anni ; ma che conta ? La notte seguente il re coricato accanto a Maria non riesce a prendere sonno , l’immagine della fanciulla lo tormenta : la vuole, l’avrà.
All’alba chiama a sé il fidanzato della fanciulla e lo convince a rinunciare a lei ; poi completa il suo piano : fa sposare la ragazza, che ha in lui suscitato così violenta passione, a suo nipote, il principe di Condè, che notoriamente predilige i ragazzi alle ragazze e quindi non dovrebbe creare ostacoli al suo amore .
Sennonché  succede l’imprevedibile : il Condè, forse perché la bellezza della ragazza impalmata l’ha convinto dell’innaturalezza dei suoi gusti, rifiuta di dividerla col re . E fugge con lei nelle Fiandre ; ottenendo asilo dall’arciduca Carlo, che ne è il governatore in nome del re Cattolico di Spagna . Ma il focoso Vert-galant non si arrende facilmente : dichiarerà finalmente agli Asburgo quella guerra che da lungo tempo sta meditando, marcerà sulle Fiandre e…si riprenderà la donzella delle sue brame .
Il casus belli  ( che non può mai mancare per giustificare, davanti a Dio e agli uomini, un’aggressione ) è dato dalla successione di un piccolissimo e insignificante staterello tedesco ; successione che si contendono, da una parte, gli elettori del Brandeburgo e di Neuburg, di fede protestante ma nonostante questo appoggiati dalla cattolica Francia, dall’altra, l’elettore di Sassonia, di fede cattolica e sostenuto dall’imperatore asburgico .
Ma com’è possibile che un re cattolico, come almeno a parole si dice Enrico IV, muova guerra a un altro re cattolico, in difesa degli interessi di due stati protestanti ? com’è possibile che gli ugonotti, persa la guerra in Francia, abbiano ora la loro rivincita in Europa grazie alle armi francesi ? La cosa muove ad indignazione non pochi dei sudditi cattolici del re di Francia : si viene così formando il “terreno di cultura” adatto per il ripetersi del gesto assassino, che diede la morte a Enrico di Valois colpevole, come ora Enrico di Borbone, di non avere a cuore l’interesse cattolico .
E’ Venerdì 14 maggio 1610 ; giorno che gli astrologi hanno predetto infausto per il re . Questi è in preda alla malinconia : strani e tristi presentimenti lo tormentano . Il capitano delle guardie, vedendolo così abbattuto, gli dà un rispettoso ma fatale consiglio : “Vedo che Vostra maestà è triste e pensierosa : forse farebbe meglio a prendere un po’ d’aria” .
“Bene – dice il re – fate preparare la mia carrozza . Andrò all’arsenale a trovare il duca di Sully che è indisposto e oggi fa il bagno” ( il bagno, infatti, in quel tempo, era considerato come un mezzo curativo da usarsi, come tutte le medicine, con parsimonia e solo quando si stava veramente male !) .Poi il re si reca in camera ; e lì trova un biglietto : “Sire, non uscite stasera !” .
Contro ogni logica, invece di prostrarlo, questo avvertimento gli restituisce energia e coraggio . Dopo tutto è stato altre volte minacciato, ha subito già due attentati e non gli è mai successo nulla : la sua buona stella l’ha sempre protetto : possibile che ora l’abbandoni ? Va a salutare la regina e qui i dubbi lo riprendono e le domanda : “Mia cara devo andare o no ?” . Poi’, nonostante che la consorte, sempre più allarmata dal suo strano comportamento, voglia convincerlo a restare, si dirige verso la carrozza . Vi sale rifiutando la scorta militare : l’accompagneranno solo quattro gentiluomini . Un quarto d’ora più tardi – così racconteranno a Maria – la carrozza deve fermarsi per un ingombro . Nei pressi c’è un gigante vestito di verde, un uomo venuto da Angouleme, un fanatico cattolico di nome Jean–Francois Ravaillac . Egli coglie l’occasione che il Cielo (secondo lui !) gli porge, salta sulla carrozza e affonda due volte il coltello nel corpo di Enrico : uno dei colpi raggiunge la carotide . “Sono ferito…non è nulla” – geme il re. Invece vivrà appena il tempo di giungere al Louvre .
Quando Maria vede il corpo esamine del consorte, si dispera :“Il re è morto” – urla – il re è morto” . Ma il cancelliere Sillery la corregge : “Vostra Maestà mi perdoni, ma in Francia i re non muoiono”. E, indicando il Delfino :”Ecco il re, signora” .

Oroscopo di Enrico IV *
13 . 12 . 1553        01h  30m LMT        01h 32m GMT
Pau                       Francia
Ascendente, Cancro        Sole in Capricorno
Angolarità ravvicinata di Marte (FC), peraltro in esaltazione, e distanziata di Giove ( AS ) che riceve anche un aspetto valorizzatore del Sole e di Mercurio, Bilancia all’ascendente e Venere in trigono con l’MC ; la luna in Ariete è vicina al Discendente .
Esiste una continuità di tendenze fra la dominante marziana e la co-dominante giovenale in modo che il carattere di Enrico IV – malgrado l’apporto del Capricorno e della Bilancia – è fatto tutto di un pezzo : è un bilio-sanguigno nel temperamento, un collerico nel carattere e un primario, accentuato dall’angolarità della Luna in Ariete ; in una frase, un uomo in carne ed ossa !
Dal suo aspetto fisico s’indovina facilmente che è un tipo Marte-Giove . E’ dotato di una costituzione vigorosa : l’Ercole francese , diranno di lui i contemporanei . Nella sua persona non vi è alcun segno di maestà : un rude guerriero, ecco l’impressione offerta da quel volto magro, che si prolunga in una barba brizzolata, illuminato da due occhi ironici e dominato da un lungo naso sensuale . L’abbigliamento va bene con la fisionomia : cappello a larga tesa ( per proteggersi dal sole e dalla pioggia ) , deformato dall’uso e rovesciato spavaldamente all’indietro ; corsetti sporchi, segnati dall’impronta della corazza ; stivali consumati, vesti logore . Quale contrasto con la raffinatezza Venere-Luna-Leone di Enrico III !
Quanto al carattere, egli è come appare : prima di tutto “aveva la passione della guerra , amava le cavalcate, l’urto violento che consacra il trionfo della forza fisica e la tattica di coordinare i movimenti per garantirsi la sorpresa e la vittoria . Si compiaceva del rischio e dei pericoli . In queste occasioni era animato da una vita intensa ; era più fremente, più beffardo che mai ; il suo sguardo emanava lampi di una luce singolare, la sua eloquenza brillava senza sforzo e spingeva gli incerti verso questo banchetto : la battaglia” ; “…la chiarezza delle vedute, la presenza di spirito e la rapidità di decisione di Enrico si accompagnavano alla febbre di lotta e non lo facevano deflettere, qualunque fosse la rudezza della prova” .
Con questo carattere Marte-Giove egli era fatto per la carriera di capo-banda e dava libero corso agli affetti e ai sentimenti . Fino al momento di salire al trono farà vita di campagna, correrà dietro alle operazioni campali e alle ragazze, alle avventure e a quella vita pericolosa, e rozza fino all’estrema grossolanità, che gli darà un’impronta definitiva (Marte con tonalità capricorniana ) . Saprà dimostrare il suo genio nel plasmare gli uomini e si farà la reputazione di grande capitano dell’epoca .
Bisogna anche  mettere sul conto di Marte ( assistito da Giove ) – un Marte che dispone contemporaneamente della Luna in Ariete, di Venere nello Scorpione e, per esaltazione, del Sole e di Mercurio in Capricorno ! – il temperamento, passionale, imperioso e bollente del Vert-Galant : un donnaiolo di umore gaio, così incapace di vivere senza amori da non sentir più né la fame né la sete . Molto note sono le sue avventure con Fosseuse, Corisande, Gabrielle d’Estrées, Henriette d’Entragues, Mlle de Bueil e Charlotte de Montmorency, la famosa ragazzina di quindici anni che fu il suo “demone di mezzogiorno” .
Ma, al di sopra di tutte queste manifestazioni, la definizione chiave di questo Marte-Capricorno è forse la seguente : una rude volontà.
Una volontà che Giove assiste e sostiene.
La personalità giovenale è facilmente identificabile nel gentiluomo di campagna, pieno di sete di vivere e di buon umore, gioviale, socievole, esuberante, sempre in movimento, in indirvieni, chiacchierone, motteggiatore, vivo e giovanile nei modi, padre sensibile e affettuoso che giuoca con i figli e porta la corona con semplicità . Questo giovenale a sfondo capricorniano appare nel re campagnolo da tenore di vita modesto, disdegnoso dell’etichetta e molto vicino all’idea patriarcale della monarchia . Così appare anche nelle manifestazioni concrete dell’intelligenza e fa mostra di un realismo abile e astuto. Farà una conoscenza personale, diretta e vissuta del proprio regno, spesso rinnovandola con vari sopralluoghi . Questo primario non entra affatto nei dettagli delle cose:  prende le decisioni con una prontezza sconcertante e generalmente felice . Non è uomo di dottrina e tanto meno è ligio al protocollo : le riunioni di consiglio non sono altro che passeggiate in una galleria, conversazioni in un giardino con Sully, o con Villeroy, Sillery o altri….”Riceveva non solo al Louvre ma dovunque si trovasse, con gli amici e perfino con l’amante . Aveva la risposta pronta e scherzava volentieri ; parlava innanzi tutto della caccia, dei suoi amori, di guerra e di costruzioni, poi costringeva l’interlocutore a discuterne con altrettanta disinvoltura . Era molto familiare ma si adirava con facilità e lanciava frecciate pungenti che andavano a segno . Dopodiché, guariva le ferite dell’amor proprio con qualche amabile battuta e riprendeva a conversare sugli argomenti molto generici del giuoco e della caccia al fine di lasciar meditare con agio l’interlocutore circa i suoi propositi” .
Nonostante la mentalità duttile e varia, adattabile alle circostanze e agli interlocutori, egli ebbe soprattutto, e in modo spiccato, il gusto per il comando : consultava il proprio Consiglio nel modo da lui preferito : quando e come voleva . Questo Marte-Giove-Capricorno nutrì il concetto più elevato e più nobile della funzione monarchica ; seppe comandare e rinsaldare la monarchia assoluta. Attraverso la nota Bilancia realizzò, in modo graduale, dolce e prudente, il suo costante ideale di essere padrone onnipotente del regno .
Possiamo facilmente notare le apparenti discordanze dei vari elementi del tema : la bravura con Marte e la leggerezza con Venere e Bilancia ; la passione per la guerra, col primo, e la grande opera pacifica, con le seconde (Editto di Nantes e trattato di Vervins ) ; l’atteggiamento primario dell’uomo di tutti i giorni con Marte-Giove-Luna e, col capricorno, la fedeltà nell’opera di grande politico . L’autore di questo tema riuscì a fare una sintesi pienamente riuscita di quest’ampia costellazione di tendenze .

Le note astrologiche su Enrico IV sono del grande astrologo Barbault e sono state tratte dal suo Trattato pratico di astrologia (edito da Astrolabio ) .

Enrico IV : analisi grafologica di P. Moretti.

Il giudizio che il Moretti dà dopo l’esame della scrittura ( di Enrico IV, ma che, come detto in prefazione, ignorava essere di Enrico IV ) è sostanzialmente negativo . Negativo, non sull’intelligenza, non sulle doti di statista o, se vogliamo, di “arrampicatore sociale” di Enrico IV, ma sulla sua personalità morale .
Ma andiamo per ordine.
L’intelligenza del soggetto esaminato , risulta al Grafologo “quantitativamente sopra la media ; qualitativamente di non poca originalità” . Inaspettatamente rivela anche una propensione di Enrico IV per l’arte . Ma  il soggetto ha una  carica di forte aggressività verso gli altri (con le parole del Moretti : “Il carattere del soggetto è fortemente fondato su di un temperamento di contraddizione”) e anche tali sue attitudini (artistiche ) sono condizionate e, per così dire , distorte da tale suo carattere ; e così egli “riesce bene per una letteratura” , ma per una “letteratura polemizzante”, “riesce bene per una oratoria” , ma per una “oratoria arrogante”,  e (naturalmente!)  – stiamo citando sempre il Moretti –“ riuscirebbe per una letteratura satirica , sadica, e per lo stesso motivo tende a gustare rappresentazioni, in cui vi sia abbondanza di passioni in cozzo tra loro, di fatti tragici e, dedicandovisi, riuscirebbe a scrivere drammi e tragedie, nei quali trionfi il sadismo” .
Il carattere di Enrico IV , quale risulta dalla sua scrittura, è infatti quello di un sadico ( è di quelle persone che “sorridono di un sorriso soddisfatto – dice il Moretti – quando un loro avversario è preso nelle branche della disgrazia” ). Sadismo che rivela anche nei rapporti sessuali in quanto egli “tende ad una sessualità che ha la spinta a godere di essa e , dopo di averne goduto, a sentire fastidio e a vendicarsi di tale fastidio con la persona che ha servito da esca per la sua sensualità” : insomma ha una carica distruttiva verso la donna con cui ha avuto il rapporto sessuale .
Ma Enrico IV ha almeno doti di statista ? Sul punto il Moretti è possibilista e ritiene che l’autore della scrittura ( che, si ripete, il Moretti ignorava essere Enrico IV ) “potrebbe riuscire come statista, sebbene la facoltà per questo sia inceppata da tendenze opposte”. Certo Enrico IV ha le qualità, e molte, se non dello statista, dell’arrampicatore sociale e del politicante ; e infatti il Grafologo rileva  nella sua scrittura una forte tendenza alla doppiezza e al compromesso : egli “promette, nega sulla stessa cosa con una facilità sbalorditiva e tende a ridere sopra le sue affermazioni e negazioni” e
“ tende a mostrarsi remissivo se la remissività gli è necessaria” .

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