Biografia

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Il fondatore del movimento Hare-Krishna, oggi conosciuto come Prabhupada, nacque come Abbhay Charande, il primo Settembre del 1896 a Calcutta, in India. Un astrologo chiamato dai genitori, secondo l’uso bengalese, per fare l’oroscopo del neonato, predisse che quando egli avrebbe raggiunto i settant’anni avrebbe attraversato l’oceano, sarebbe diventato una grande personalità spirituale e avrebbe fondato centotto templi.

Nell’attesa di quel termine così lontano, il piccolo Abbhay cresceva nell’agiatezza assicurata alla famiglia dal commercio di stoffe del padre. Cresceva da buon vaisnava ( vaisnava si chiamano gli adoratori di Vishnu, per distinguersi dai scivaisti, adoratori di Shiva ), in un clima fortemente religioso; in particolare modo dedito, secondo la tradizione familiare, al culto di Krishna , il Dio che col suono del suo flauto affascina gli esseri distraendoli dal richiamo dei sensi materiali. Ogni mattina, accompagnato dai genitori o da un servo, si recava nel vicino tempio del Dio e lì adempiva alle due principali pratiche della sua religione: il canto del Maha-mantra ( Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare, Hare Rama Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare ) e l’offerta del cibo alla Divinità. E’ infatti articolo di fede per i Devoti di Krishna che in questa epoca di estrema decadenza, ci si può salvare – non con esercizi di controllo della mente e del corpo, come quelli insegnati dal Raja-Yoga e dall’Hatha-Yoga – ma solo nutrendosi di cibo prima offerto a Dio ( e di conseguenza trasformato in Prasadam – cioè in “Misericordia di Dio” ) e cantando i santi nomi di Dio: a entrambe le pratiche attribuendosi un effetto purificatore; effetto che si produce, si badi, ex opere operato, per usare un termine della teologia cattolica: il Prasadam purifica, il Mantra purifica, indipendentemente dai pensieri e dai sentimenti di chi si ciba ( del Prasadam ) o recita ( il Mantra ).

Una volta cresciuto, la madre avrebbe voluto farne un avvocato, ciò che per un indiano di quei tempi significava recarsi a studiare a Londra; ma il padre, da buon indù ortodosso, non volle sentire ragioni: se Abhai si fosse recato in Inghilterra avrebbe potuto essere influenzato dal modo di vivere europeo. “Comincerà a bere e ad andare a caccia di donne” obiettò:“Non voglio il suo denaro”. Così Abbhay fu avviato ad un’università indiana per conseguire la laurea in farmacia.

Quando ancora frequentava l’università, fu sposato dal padre con la figlia di un commerciante amico. Però, secondo gli accordi presi dalle due famiglie, i due sposi continuarono a vivere separati:

prima di mettere su casa con tutte le relative responsabilità, Abbhay doveva terminare gli studi.

Dunque Abbhay, ancorché sposato, continuò a frequentare l’università: terminò il quarto anno, superò tutti gli esami del corso, ma quando ormai non aveva da far altro che conseguire il sudato premio di tanta fatica, la laurea…la rifiutò: era accaduto che egli era diventato un simpatizzante della causa nazionalista e un ammiratore di Gandhi. Ora, il grande santo e uomo politico indiano, che viveva con la semplicità di un sadhu e portava sempre con sé la Bhagavad-Gita ( il libro che riporta gli insegnamenti di Krishna ), riteneva deleterio il sistema scolastico allora esistente in India, in quanto – ispirato ad una cultura straniera, gestito da stranieri – poteva essere capace solo di trasformare gli indiani in schiavi e marionette dello straniero: invitava quindi gli studenti ad abbandonare i loro studi. Abbhay ritenne suo dovere rispondere a tale invito e sacrificò sull’altare della patria quattro anni di fatiche e di studi. Il padre, sebbene ne fosse contrariato, non deplorò questa decisione; ma, preoccupato del futuro del figlio, gli trovò un posto come direttore commerciale nell’azienda chimica di un suo amico. Incominciò così per Abbhay una vita da “uomo d’affari” e da “padre di famiglia”.

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Prabhupada – così ( e non più Abbhay ) chiameremo d’ora in poi il fondatore del’ISKCON, usando di un titolo onorifico che in realtà gli fu attribuito solo in età molto avanzata – non mantenne per molto il suo interesse per la politica; ben presto si rese conto che il vero problema per l’umanità era religioso e spirituale, non politico.

A renderlo consapevole di ciò ( e a determinare una vera svolta nella sua vita ) fu l’incontro con Bhaktisiddanta Sarasvati Thakura, un guru della Gaudija Math; un’associazione questa che intendeva ristabilire nel suo rigore, senza nessuna compromissione col mondo moderno, la religione di Krshna, così come era stata insegnata e diffusa nel sedicesimo secolo da un santo bengalese, Sri Caitanya.

L’incontro avvenne ( così sembra, qui i biografi di Prabhupada non sono concordi ) nel 1926. A questo incontro Prabhupada si recò cedendo alle insistenze di un amico e non senza esitazioni e titubanze: troppi sedicenti guru l’avevano deluso con la loro mancanza di cultura, superficialità, confusione di idee !

Ma, una volta ammesso col suo amico alla presenza di Bakthisiddhanta, subito sentì di trovarsi di fronte ad un essere eccezionale. “Siete due giovani educati. Perché non diffondete nel mondo il messaggio di Sri Caitanya?”. A questa domanda di Bakthisiddhanta, Prabhupada – che indossava l’abito di kadi bianco, che a quel tempo rendeva riconoscibili i nazionalisti indiani – rispose così come avrebbe risposto qualsiasi altro giovane “politicizzato” del suo tempo: “ Chi ascolterà il vostro messaggio di Caitanya? Siamo una nazione ridotta in schiavitù. Per prima cosa l’India dovrà ottenere la sua indipendenza. Come diffondere la cultura indiana se siamo ancora sotto il dominio britannico?”. Srila Bhaktisiddhanta, alla foga del giovane, replicò con calma che la vera soluzione del problema dell’esistenza non dipende da questa o quella forma di governo; che nessun sistema politico costruito dall’uomo poteva aiutare l’umanità; che la pace dell’anima si può ottenere solo aderendo agli insegnamenti, validi per ogni epoca e sotto qualsiasi regime, che Sri Krshna aveva trasmesso attraverso una catena ininterrotta di maestri autentici.

Prabhupada fu impressionato dall’audacia e dal rigore logico delle tesi sostenute dal guru, che con tanto scetticismo era andato a visitare. Ritornò nei giorni seguenti nella sede della Gaudija Math per incontrare Bhaktisiddhanta e gli latri membri dell’associazione; sempre più convincendosi che la tradizione vaisnava – in cui era stato allevato, ma che, a contatto con l’ambiente universitario, aveva sempre più trascurato – conteneva degli autentici tesori di saggezza, solo attingendo ai quali l’umanità avrebbe trovata risposta ai suoi problemi.

Con tutto ciò non divenne subito membro della Gaudija Math e discepolo di Bhaktisiddhanta. I legami che lo avvincevano alle cose mondane ( alla famiglia, alla professione…) erano tremendamente solidi: ci vollero molti dolori, prove, delusioni, perché riuscisse a romperli. Divenne discepolo di Bhaktisiddhanta solo nel 1932 e prese il sanniasa ( prendere il sanniasa significa rinunciare alla vita di famiglia ) solo ancora più tardi.

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Con il passare degli anni Prabhupada sempre più sentiva crescere in lui l’esigenza di diffondere le idee che stava assorbendo nella sua frequentazione di Bhaktisiddhanta e della sua associazione. Egli cominciò a invitare a casa delle persone con cui leggere e commentare la Bhagavad-Gita ( il libro che contiene gli insegnamenti di Krishna ); poi, preso coraggio, si mise a scrivere un periodico, Back to Gothead ( Ritorno a Dio ), che di persona cercava di diffondere e distribuire.

Ma tanto più Prabhupada si impegna nello scrivere e nel predicare, tanto più precipita la sua situazione negli affari e in famiglia. Le imprese commerciali da lui iniziate falliscono, lasciandolo in un mare di debiti. Come ciò non bastasse, dei servitori infedeli scassinano la sua fabbrica e lo derubano del denaro e di tutto ciò che ha del valore.

Prabhupada vede in ciò un segno di Dio e si rammenta di quel che insegnano le sacre Scritture della sua religione: “Quando Krishna prova una particolare misericordia verso qualcuno, gradualmente gli porta via tutti i suoi beni materiali. Allora i suoi amici e i suoi parenti lo abbandonano, perché lo considerano un miserabile e un povero ed egli è costretto a rimettersi a Lui”

E in effetti la situazione famigliare si fa tesa. Suo suocero si lamenta: “Perché stai sempre a parlare di Dio?”. La moglie non è cattiva, è religiosa come la maggior parte delle donne indiane, ma non ha la vocazione della missionaria. Quando il marito riunisce delle persone per parlare di religione e della Bhagavad-Gita, si ritira con i figli in un’altra stanza a prendere il tè. Prabhupada più volte le ha ripetuto che un vaisnava non deve prendere bevande eccittanti; più volte le ha detto “Devi scegliere o me o il tè. O se ne va il tè o me ne vado io”. La moglie ha sempre gettato le cose in scherzo: “Beh, allora dovrò lasciare mio marito”. Poi un giorno essa commette un grave errore:

vende uno dei libri su cui il marito diuturnamente medita, lo Srimad-Bhagavatam, per comprarsi dei biscotti da tè. E’ la goccia che fa traboccare il vaso: quando Prabhupada torna a casa, cerca invano il suo libro e apprende l’accaduto, si decide: lascia la famiglia: perché lavorare, perché darsi tanto da fare per mantenere delle persone che in nulla condividono le sue idee?! Ciò gli sembra assurdo! E con un senso di profonda determinazione tronca col mondo in cui finora è vissuto.

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Ora anni difficili si presentano per Prabhupada. Fin dall’infanzia aveva sempre avuto del buon cibo e degli abiti adatti, non aveva mai avuto il problema di trovare un tetto che lo riparasse nella notte: ora era quasi ridotto alla condizione di mendicante, costretto a chiedere ospitalità da un tempio all’altro, da una casa all’altra di persone pie e caritatevoli: nel freddo inverno di Delhi non ha neanche una giacca con cui coprirsi.

Ma il suo pensiero dominante non è certo quello di procurarsi buoni cibi e vesti confortevoli; non è per questo che ha lasciato moglie e figli: egli vuole cambiare il mondo! “Signor Mitra – egli dice a un conoscente – non vede che il mondo intero aspetta una rivoluzione spirituale?”.

Ed egli è ben intenzionato a lavorare per essa! Instancabile bussa alle porte di uomini facoltosi o potenti, presenta i suoi manoscritti, spiega la sua missione. Infine con i contributi di alcune persone pie riesce a riprendere la pubblicazione del suo Back to Gothead: egli lo scrive, egli cura i contatti col tipografo, egli, infine, di persona lo distribuisce: se ne parte alla mattina con un certo numero di copie della rivista, va a sedersi in qualche sala da tè e, quando qualcuno prende posto accanto a lui, gli chiede per favore di acquistarne una.

Ma Dio non cessa di provarlo: siccome egli continua a uscire per distribuire il suo quindicinale anche nell’afa dell’estate di Nuova Delhi, quando la temperatura sale a 45 gradi, una volta ha un colpo di calore e sviene per strada. Un’altra volta viene incornato da una mucca e viene lasciato giacere, povero derelitto, ai margini della strada, senza che nessuno lo soccorra.

E’ costretto a un certo punto a rifugiarsi in un tempio di Vrindavana, la cittadina che aveva dato i natali a Krishna, e a rinunciare alla pubblicazione della rivista. Ora Prabhupada si sente veramente sconfitto e, nella solitudine della sua cella nel tempio, verga i versi: “Tutti mi hanno abbandonato, vedendomi nel lastrico – moglie, parenti, amici, fratelli, tutti – Questa è miseria, ma mi fa ridere. Seduto qui, solo, rido”.

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Bhaktisidanta aveva più volte proposto con grande entusiasmo a Prabhupada di far conoscere in Occidente la filosofia della Bhagavad-Gita. Ma Prabhupada, tutto preso dai suoi doveri familiari, non si era mai sentito di corrispondere a tale richiesta. Ora, nella cella del suo tempio in Vrindavana, Prabhupada fece un sogno che lo colpì profondamente: Srila Bhaktisidanta gli appariva e gli faceva cenno di seguirlo. Che altro poteva significare il sogno se non che il suo maestro voleva

ch’egli seguisse le sue istruzioni e andasse a predicare in Occidente?!

Sì, ma, secondo la tradizione religiosa a cui aderiva, chi vuole iniziare un movimento di predica, prima deve accettare il sanniasa, cioè deve fare solenne rinuncia alla vita di famiglia. A questo Prabhupada non si sentiva portato. Fu solo dopo le insistenze dei suoi confratelli (“Abbhay, devi farlo. Senza accettare l’ordine di rinuncia nessuno può diventare un predicatore”), ch’egli si decise, “anche se – sono le sue parole – non ne provava grande desiderio”. Dopo una cerimonia formale di iniziazione, il suo nome diventò, Abbhay Caranaravinda Bhaktivedanta .

La decisione presa fu dolorosa, ma liberò in lui grandi energie. Seguendo il consiglio di un libraio decise di mettersi a scrivere dei libri: questi gli avrebbero procurato in patria l’autorità e, quindi, gli aiuti necessari per andare in America e, una volta qui giunto, la loro vendita gli avrebbe permesso di procurarsi i mezzi necessari per l’attività di predica.

Dimostra il coraggio di Prabhupada il fatto ch’egli decidesse di cominciare la sua attività di autore di libri con la traduzione e il commento dello Srimad Bhagavatam: questa – che è la più autorevole Scrittura vaisnava – consta infatti di ben diciottomila versi: Prabhupada calcolava che, per ultimare l’opera, avrebbe dovuto scrivere più di sessanta volumi; ed aveva già più di sessant’anni!

Nel tempio, nella sua stanza, stava giorno e notte a scrivere, sotto la lampadina che pendeva dal soffitto. La macchina da scrivere posata su un baule, lui seduto per terra. Le pagine si accumulavano ed egli le teneva a posto con delle pietre. Ma guardando fuori della finestra vedeva l’altare e la statua di Krishna: quale luogo migliore per lavorare sullo Srimad-Bhagavatam?

Ma scrivere era solo metà della battaglia, l’altra metà era trovare un editore che accettasse di pubblicare. Dopo vari sforzi riuscì anche in questo; e pubblicò tre volumi che riscossero una certa attenzione dalla critica.

A questo punto si sentì pronto a predicare in Occidente: aveva 69 anni ed era senza un soldo!

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Come procurarsi i soldi per il viaggio in America? Prabhupada si ricorda di Simata Moraji, una vedova, titolare di una compagnia di navigazione con sede a Bombay, che già lo ha aiutato con una generosa elargizione a pubblicare il secondo volume dello Srimad-Bhagavatam: va a Bombay, bussa alla porta della sua agenzia e parla col suo segretario: egli deve andare a predicare negli Stati Uniti e desidera un posto in una nave che vada in quel Paese. Il segretario riferisce alla sua padrona:” E’ tornato lo Swami di Vrindavana. Ha pubblicato i suoi libri con le vostre donazioni e ora vuole un biglietto per recarsi in America a predicarvi”. La signora Moraryi dice di no: “Lo Swami è troppo vecchio per andare negli Stati Uniti e concludere qualcosa. Resti qui a finirvi quello che ha iniziato”. Prabhupada non si dà per vinto e, ottenuto un colloquio diretto con la signora, le ripropone con forza la sua richiesta: “La prego, mi dia un biglietto”. La signora guarda quell’uomo,

con i capelli già bianchi ma determinato, ed è commossa: “Swami, lei è così anziano….Sa quello che pensano i miei segretari? Dicono: “Swami andrà là a morire”.

Prabhupada fa una smorfia come per smentire una sciocca diceria e insiste. “Va bene- si arrende la signora- si procuri i necessari moduli e provvederò al viaggio via mare”.

Prabhupada esce e con un sorriso radioso passa davanti agli impiegati, prima scettici e ora stupefatti.

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Prabhupada salì sul Jaladuta, il piroscafo assegnatogli dalla sua benefattrice, con una valigia, un ombrello e una scatola di cereali ( chissà cosa mangiavano gli americani? forse solo carne: allora egli sarebbe vissuto di patate lesse e dei cereali che si era portato!). A parte, con un altro piroscafo, aveva spedito alcuni bauli pieni di suoi libri. Era il 13 Agosto e mancavano pochi giorni all’anniversario di Sri Krishna. Questa coincidenza gli infondeva coraggio. E di questo egli aveva ben bisogno! Stava per rompere drammaticamente con la sua vita precedente, ed era vecchio. Stava andando in un paese sconosciuto, dove molto probabilmente non l’avrebbero ricevuto molto bene. Essere povero e sconosciuto in India era una cosa: anche in quest’era di estrema decadenza, in cui i suoi capi si allontanavano dalla sua cultura per imitare l’Occidente, era sempre l’India. Aveva potuto incontrarvi miliardari, governatori e il primo ministro semplicemente presentandosi alla porta e aspettando: un sannyasi vi era rispettato – lo Srimad- Bhagavatam vi era rispettato. Ma in America sarebbe stato diverso: sarebbe stato uno straniero, una nullità; là non c’era tradizione di Sadhu, né templi né asrama gratuiti.

L’inizio del viaggio fu terribile. “Pioggia, mal di mare, vertigini, mal di testa, niente appetito e vomito” – annota nel suo diario Prabhupada. Poi in due giorni subisce due attacchi di cuore. Egli pensa che non sopravviverà a un terzo. Ma la notte del secondo giorno ha un sogno: Sri Krishna, nelle sue molteplici forme, sta remando in una barca e gli dice di non temere, di andare con lui. Ciò lo rassicura: e infatti il resto della traversata avviene con un oceano insolitamente calmo.

Prabhupada annota: “Se l’atlantico avesse mostrato il suo solito volto forse non sarei sopravvissuto; ma Sri Krishna si è preso cura personalmente della nave”.

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I primi mesi in America, Prabhupada li visse nella generosa ospitalità di connazionali immigrativi prima di lui. Essi, non solo lo sollevarono dalle spese di vitto e di alloggio, ma gli offrirono anche la possibilità di parlare di Krishna in varie sedi: al Lions Club di Butler, nella scuola di sanscrito del dottor Norman Brown, alla Yogi Societis del dottor Mishra.

Ma Prabhupada non dava molta importanza a delle conferenze tenute un po’ qui, un po’ là: voleva avere una sede fissa, dove la gente potesse venire regolarmente, per prendere il prasadam e cantare Hare-Krishna insieme a lui e insieme a lui leggere la Bhagavad-Gita e lo Srimad- Bhagavatam.

Inoltre il pubblico delle conferenze era formato di persone di solito già avanti negli anni e, comunque, ben inserite, con sostanziale loro soddisfazione, nella società, quindi tendenzialmente conservatrici; persone che venivano ad ascoltarlo solo per una mera curiosità intellettuale : che legame profondo si poteva costituire tra loro e un ribelle come Prabhupada, che aveva voltato le spalle alla moglie, ai figli, alla professione, a tutta la società in cui era nato e cresciuto?!

Prabhupada aveva bisogno di un altro pubblico; e lo trovò nell’ambiente del Paradox. Era questo un ristorante ispirato alla filosofia di Georges Oshawa e alla dieta macrobiotica: il cibo, sano e buono; i prezzi modici; il tè gratis e quanto se ne voleva. Ma più che un ristorante il Paradox era un centro di interessi spirituali e culturali, un luogo di incontro che ricordava certi caffè del Greenwich Village e della Parigi degli anni venti. Vi si poteva passare l’intera giornata senza consumare nulla e nessuno diceva niente. Particolare importante, era frequentato soprattutto da persone i cui interessi volgevano verso le dottrine orientali.

Questo spiega perché quando al Paradox arrivò la notizia che un nuovo swamji era giunto dall’India, molti dei suoi frequentatori si recassero ad ascoltarlo; presentandosi alle conferenze con i capelli lunghi e la barba formavano un netto contrasto con l’originario pubblico di gente “posata” e conservatrice.

Un giorno uno del Paradox offrì allo swami di andare a stare nella sua soffitta: “Io debbo lasciare New York per la California, se vuoi ti lascio gratis la mia stanza; nell’appartamento c’è già un mio amico, David, ma è un bravo ragazzo”. Prabhupada accettò. Mentre si preparava a lasciare la sua residenza dei “quartieri alti”, un conoscente venne a metterlo in guardia: la Bowery – il quartiere in cui stava per trasferirsi – non era luogo adatto ad un gentiluomo, era il posto più corrotto del mondo.MPrabhupada fu irremovibile: il futuro dimostrò che la sua decisione di trasferirsi era dettata da un giusto istinto.

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Effettivamente quello della Bowery era un gran brutto ambiente. Spesso quando Prabhupada usciva, vestito col suo abito colore zafferano, con l’inseparabile ombrello e un sacchetto per la spesa, trovava ammucchiati davanti alla sua porta dei vagabondi addormentati o privi di coscienza ed era costretto a scavalcarne i corpi. Qualche ubriaco, incapace di coordinare i suoi movimenti, andava a sbattergli contro, qualche derelitto gli mormorava qualcosa di incomprensibile o gli ridacchiava

dietro. I più sobri si alzavano in piedi e si profondevano in ampi gesti di cortesia, facendogli strada. Lui passava in mezzo a loro, mostrando il suo apprezzamento per le loro buone maniere.

Prabhupada adeguò con grande intuito psicologico la sua opera di proselitismo a tale ambiente. Inutile svolgere sottili argomentazioni teologiche a giovani usi passare la notte tra il fumo, le discussioni, le donne. Prima di tutto bisognava purificare le loro menti confuse; e per questo la tradizione religiosa, a cui Prabhupada aderiva, offriva due metodi infallibili: il canto del Mantra, Hare Krishna la distribuzione del Prasadam (cibo prima offerto a Dio ). La maggior parte dei frequentatori del Paradox e di consimili locali era musicista o amica di musicisti. Era insomma nel trip della musica : musica, allucinogeni, donne e meditazione spirituale. Ora gli inni religiosi vaisnava, quasi tutti imperniati sulla ripetizione del Mantra, presentano delle bellissime e commoventi melodie; e Prabhupada nelle sue conferenze, dopo poche parole, passava subito a cantarli, invitando il pubblico ad unirsi a lui col suono del tamburo e dei cembali.

La gente della Boweri voleva della musica e lui le dava della musica, ma della musica trascendentale, che non la abbruttiva, ma la elevava e la purificava. Poco importa che molti giovani la cantassero e la suonassero con lo stesso spirito con cui cantavano e suonavano la musica jazz, folk e roc: il Mantra, secondo gli insegnamenti vaisnava, produceva la sua efficacia purificatrice indipendentemente dai pensieri, sentimenti, intenzioni di chi lo ripeteva.

Finito il canto del Mantra , c’era la distribuzione del Prasadam . Prabhupada molta parte del suo tempo la passava davanti ai fornelli per cucinare dei cibi, indiani ma deliziosi e gustosi anche per il palato occidentale: dal, chapati, sabji….

Il Prasadam era offerto gratuitamente e Prabhupada invitava a mangiarne il più possibile. Nessuno poteva rimanere lì seduto a sbocconcellare dal piatto e mangiucchiare educatamente. Se lo Swamji vedeva che qualcuno non mangiava di gusto, lo chiamava e protestava: “Perché non mangi? Prendi Prasadam”. E rideva. Tutto questo determinava una contagiosa atmosfera di allegria e di familiarità.

Lo Swamji era veramente simpatico, il suo cibo ottimo, la sua musica fantastica: perché non frequentarlo?

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A poco a poco si era venuto formando attorno a Prabhupada un gruppo di abituali frequentatori: giovani hippy che lo aiutavano nel preparare Prasadam, nel tenere in ordine i locali, nel battere a macchina e in quelle altre mille faccende che la diffusione dell’ISKCON richiedeva. Sì, perché Prabhupada aveva fondato un’associazione, l’ISKCON appunto; nome che significa, reso in italiano, “Associazione per la diffusione della coscienza di Krishna”. E quei giovani si possono considerare i primi membri di tale Associazione.

Erano essi giovani generosi e volenterosi, portavano rispetto e ammirazione per Prabhupada, ma erano ben lungi dall’avere verso di lui quell’atteggiamento di assoluta obbedienza, dedizione, addirittura adorazione, che in India il chela ha verso il suo guru .

Eppure se l’ISKCON voleva espandersi, superando i presumibili mille ostacoli che sul suo cammino le sarebbero stati posti, occorreva che in tali giovani si operasse un salto qualitativo, che li trasformasse da giovani ribelli e insofferenti di ogni autorità, in persone serie e mature, capaci di sacrificare le loro opinioni, le loro ubbie, i loro capricci per il raggiungimento di un fine che li trascendeva: da hippy dovevano trasformarsi in chela.

Essere riuscito in ciò – nell’ambito di una civiltà che, come quella americana, enfatizza i valori della “libertà di pensiero” e della “democrazia” – dimostra la grandezza della personalità del fondatore dell’ISKCON.

Ce ne renderemo conto meglio seguendo il racconto che, delle prime iniziazioni, ci è stato tramandato dai suoi stessi discepoli. Un giorno Swamji annunciò che presto ci sarebbero state le iniziazioni. “Cos’è l’iniziazione, Swamji” – chiese uno dei ragazzi; e Swamji rispose: “Ve lo dirò più avanti”. La notizia si sparse subito nella piccola comunità; e i suoi membri vi reagirono in modo diverso. Per alcuni l’iniziazione era una cosa seria, altri la consideravano una festa o uno spettacolo interessante.

Wally spiegava a Howard: “E’ solo una formalità. Tu accetti Swamji come il tuo maestro spirituale”. Howard: “Ma questo che cosa comporta?”. Wally: “Beh, nessuno lo sa di preciso. In India è una pratica molto comune. Pensi di non volerlo come maestro spirituale?”

Howard: “Non so. Sembrerebbe un buon maestro spirituale – qualunque cosa sia. Voglio dire, mi piace, come mi piacciono i suoi insegnamenti, perciò in un certo senso è già il mio maestro spirituale. Non riesco a capire che cosa potrebbe cambiare con l’iniziazione”.

Wally: “Neanch’io. Penso che non cambierà nulla. E’ solo una formalità”.

L’otto Settembre, l’anniversario dell’apparizione di Krisna, a conclusione della grande festa celebrativa, dopo aver parlato di vari argomenti filosofici e religiosi, Prabhupada con tutta semplicità disse: “E ora vi spiegherò che cosa significa iniziazione. Iniziazione significa che il maestro spirituale accetta di prendersi cura del discepolo e il discepolo accetta di adorare il maestro spirituale come Dio”.

Fece una pausa. Nessuno fiatò. “Ci sono domande?” – non ce n’erano, perciò si alzò e se ne uscì. I giovani amici di Prabhupada erano rimasti esterrefatti: adorare lo Swamji come un Dio?

“Non ci capisco più nulla” – disse Willy.

“Nessuno ci capisce più nulla” – disse Howard. “Swamji ha appena buttato una bomba”.

Non tutti i giovani amici dello Swamji si presentarono per ricevere l’iniziazione. E, di quelli che si presentarono, non tutti lo fecero con piena comprensione dell’impegno che andavano ad assumere: ci fu chi partecipò al rito per curiosità, chi per non scontentare il fidanzato che vi partecipava, chi per non dispiacere allo Swamji. Però molti si presentarono. Nel rito solenne la serietà si impose anche ai più superficiali; il carisma, la capacità educatrice del fondatore dell’ISKCON seppero col

tempo trasformare i migliori in veri “vaisnava”: “devoti” ( così amano chiamarsi gli aderenti all’ISKCON ) seri, capaci di assumersi delle responsabilità, di prendere coraggiose iniziative.

Così come gli hippy si trasformarono in chela, così il fondatore dell’ISKCON trasformò il nome di Swamji, con cui era stato fino ad allora chiamato, in quello, onorifico e con cui passerà alla Storia, di Prabhupada; nome che significa: “colui che ai suoi piedi ( pada ), quindi come discepoli, ha dei maestri ( prabhu )”.

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Siamo nel 19777, sono passati dodici anni da quando Prabhupada è giunto in America. L’ISKCON, rapidamente diffusasi, ha fatto sorgere i suoi templi si può dire in ogni paese. I libri di Prabhupada sono stampati a centinaia di migliaia e la loro vendita procura all’Associazione un sicuro e sempre maggiore reddito.

Prabhupada ora viaggia in auto lussuosissime, abita in appartamenti faraonici, ha numerosissimi “servi” ( discepoli, cioè, che si disputano l’onore di servirlo: facendogli i massaggi, preparandogli Prasadam , guidandogli la macchina….).

Ma più aumentano gli aderenti all’ISKCON, più anche aumentano i suoi nemici.

Già un’organizzazione anti-sette, ha fatto oggetto dei suoi attacchi, tra gli altri movimenti pseudoreligiosi, anche quello Hare-Krishna ( con tale denominazione si riferisce l’uomo della strada al Movimento fondato da Prabhupada); già alcuni giovani “devoti di Krishna” sono stati strappati ai loro templi da squadre di sequestratori, su istigazione di genitori, che temevano i loro figli plagiati e sfruttati da guru senza scrupoli.

Ora la Procura Generale di New-York è giunta a incriminare il presidente del tempio di tale città (col nome di tempio gli aderenti all’ISKCON indicano le loro sedi) sotto l’accusa di usare pressioni psicologiche, se non veri e propri “lavaggi del cervello” per trattenere nel tempio gli “illusi”, che vi sono voluti entrare per servire Krishna.

Questo processo mette in discussione il diritto dei devoti adulti a rimanere nei templi contro la volontà dei genitori e sfida lo stesso diritto all’esistenza del Movimento. Bisogna reagire!

Appena Prabhupada ne viene a conoscenza scrive ( dall’India, in cui momentaneamente si trova) per dare dettagliate istruzioni ai discepoli su come debbono impostare la difesa: “Per quanto riguarda la discussione sull’autenticità del nostro Movimento, potete usare i seguenti argomenti. La Bhagavad- Gita è stata pubblicata in innumerevoli edizioni. I nostri libri sono più antichi della Bibbia. In India ci sono milioni di templi di Krishna. Fate leggere i nostri libri a giudici e giurie e raccogliete le opinioni di grandi studiosi e professori. Quanto al secondo argomento, la giurisdizione dei genitori sopra i figli, vi dò qualche suggerimento. Forse i genitori sono contenti di vedere i loro figli che diventano hippy? Perché non lo impedicsono? E sono d’accordo i genitori che i loro figli cadano nella droga o nella prostituzione? Perché non fanno qualcosa per impedire questo, piuttosto?”.

In una riunione di “devoti di Krishna”, Prabhupada rimprovera i suoi discepoli: “Voi non capite come dovete far fronte all’attacco”. E infervorandosi prende in esame le varie accuse che sono state mosse all’ISKCON per mostrare come vadano controbattute: “Dicono che il nostro modo di vivere tende ad isolare i devoti dal mondo? Ebbene rispondete: è proprio così, non sopportiamo di stare vicino a voi. Nessun gentiluomo ama vivere porta a porta con un ruffiano. I corvi non amano stare con le anatre e i cigni reali, e i cigni reali non apprezzano la compagnia dei corvi. E’ una divisione naturale: ogni simile ama il suo simile”. E, sempre più combattivo, continua: “Dicono che laviamo il cervello ai nostri membri, ai giovani che vengono con noi? E voi rispondete: si, gli laviamo il cervello, glielo ripuliamo da tutta la spazzatura che vi si è accumulata, leviamo via la disonestà. Il vostro cervello è pieno di spazzatura – mangiare carne, sesso illecito, giuoco d’azzardo. Così, bisogna lavare il cervello. In realtà – continua, rivolgendosi idealmente ai suoi avversari, Prabhupada, la cui indignazione ha rotto ormai ogni freno – secondo la civiltà vedica, voi siete degli intoccabili. Ma noi siamo venuti per prendervi per mano. E allora lavatevi, prima dovere lavarvi. Secondo la civiltà vedica, il cane è intoccabile, ma voi lo considerate il vostro migliore amico. Perciò non bisogna toccarvi. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Dormite col cane, mangiate col cane, che cosa siete? Bisogna lavarvi e strigliarvi bene”.

Alla fine Prabhupada, rasserenato, conclude: “In realtà i loro argomenti non sono gran cosa. E’ solo un piano di Krishna per farci diventare famosi. Tutto questo ci aiuterà a crescere e a espanderci”.

La Corte di Appello di New York infatti dà ragione ai devoti. Non solo assolve il presidente del tempio, ma nella sua sentenza dichiara:: “Il movimento Hare-Krishna è una religione autentica le cui radici in India risalgono a migliaia di anni fa”.

Prabhupada è al settimo cielo; lo si sente mormorare: “Krishna è sempre così meraviglioso. E’ la persona più meravigliosa , e può compiere qualsiasi meraviglia”.

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A metà Maggio del 1977, Prabhupada, la cui salute dava da tempo preoccupazioni, si aggravò decisamente. Le mani e i piedi gli si gonfiarono. Al servitore che gli chiese spiegazioni, rispose seccato: “Perché mi infastidisci? E’ il mio corpo e io non ne sono disturbato”. Ma poi aggiunse:

“Dal punto di vista materiale, non è un buon segno. Puoi preparare un testamento e io lo firmerò”.

Andò a letto, ma improvvisamente, a metà della notte, suonò il campanello e, ai discepoli accorsi, disse: “I sintomi non sono affatto buoni. Voglio partire immediatamente per Vrindavana”.

E’ infatti tradizione vaisnava che chi muore a Vrindavana, la patria di Krishna, non rinasca più e vada a dimorare eternamente nei paesi celesti.

A Vrindavana, negli ultimi giorni della sua vita, Prabhupada – che con l’espandersi del Movimento, si era sempre più isolato nel suo ruolo di guru – ristabilì con i suoi discepoli quei rapporti confidenziali e da “amico ad amico” che aveva con loro intrattenuto nel lontano 1965, quando viveva in una soffitta del misero quartiere della Boweri. Li ammetteva nella sua stanza per tutto il tempo che volevano e, paziente, accettava le loro diete e le altre prescrizioni che gli davano per la sua salute.

Mentre una volta aveva preferito rimanere solo mentre lavorava, ora incoraggiava i suoi discepoli a stargli vicino mentre, disteso nel letto, dettava il suo commento allo Srimad-Bhagavatam. Un discepolo gli leggeva a bassa voce il verso sanscrito, mentre un altro reggeva il microfono davanti alla sua bocca: la sua voce era appena percettibile, ma i suoi pensieri limpidi e la sua memoria pronta e forte.

Spesso diceva ai discepoli che lo circondavano. “Non lasciatemi mai” e “Non posso vivere senza la vostra compagnia”.

Una volta che venne sua sorella a trovarlo, le disse umilmente: “Probabilmente mi sono un po’ inorgoglito a causa della mi opulenza e del successo e adesso Dio ha ridotto in briciole il mio orgoglio. Se non hai più nemmeno il corpo, di che puoi essere orgoglioso?!”

Un discepolo protestò: “Srila Prabhupada, tutto quello che hai fatto, l’hai fatto per Krishna”.

“Può essere, ma in questo mondo si commettono offese anche senza rendersene conto”.

Il discepolo protestò di nuovo: “Tu, la persona più amata da Krishna, come avresti potuto commettere qualche offesa?!”.

“Ho un carattere un po’ focoso – insistette Prabhupada – usavo spesso parole come mascalzone e così via. Non ho mai voluto fare compromessi. In una mano la mazza e nell’altra un Bhagavatam, ecco come ho predicato”.

Vennero a visitarlo dei suoi confratelli della Gaudja Matha e anche a loro chiese perdono:

“Perdonate le mie offese, sono diventato orgoglioso per tutta la mia opulenza”.

Il 14 Novembre 1977 alle ore 19,30, Srila Prabhupada lasciò il suo corpo mortale per tornare al suo Krishna. I suoi discepoli assicurano che anche negli ultimi momenti rimase raccolto, nobile e grave, maestro fino all’ultimo.

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