Suicidio

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Si può definire come un omicidio in cui soggetto agente e paziente si identificano. Capovolgendo una famosa tesi del Durkheim (1) si può affermare, che ogni società in maggiore o minore misura viene ad ammetterne la liceità.

Per convincersi di ciò, non occorre necessariamente pensare a quei comportamenti ( di carattere eccezionale ) che sono ritenuti leciti, ancorché finiscano per condurre immediatamente o in breve tempo il loro autore alla morte ( medico che va a curare i colpiti da malattie contagiose, soldato che va a sicura morte per contrastare il nemico…); basta por mente alla moltitudine di quelle scelte, della cui liceità morale nessuno dubita, quantunque abbiano il risultato di accorciare la vita di chi le compie: chi si scandalizza se uno prende un analgesico, fuma tabacco, beve un liquore? Eppure chi prende l’analgesico, fuma tabacco, beve liquori accorcia la propria vita. Si dirà: l’accorcia di poco. Non importa! Quel che importa é il principio; e il principio é che una persona ha scelto di rinunciare a qualche ora o a qualche giorno ( o a…qualche anno ) di vita, pur di cogliere un piacere o di evitare un dolore.

E non basta: si pensi a tutti coloro che pongono a rischio la propria vita in sports pericolosi.

Si dirà: chi pratica il paracadutismo ( l’alpinismo…) non si espone a morte certa. Ma questo non rileva: nessuno dubita che sia un omicida chi attenta alla vita altrui, anche se non é certo che dalla sua azione consegua la morte ( Tizio spara e vi sono 50 probabilità su cento che colpisca il suo bersaglio umano: poco importa, é lo stesso omicida ), così non si può dubitare che sia un suicida, chi pone a semplice rischio la propria vita.

Abbiamno sentito il bisogno di chiarire tutto questo prima di esporre le posizioni pro e contro il suicidio, per avvertire lo studioso che anche in chi é ”contro” vi é molta ipocrisia e molta ambiguità. In realtà solo uomini della levatura di Gandhi – che, non solo mai avrebbe profanato il suo corpo con tabacco e liquori ( e dolciumi e tutti i cibi-veleno che ogni giorno noi piccoli-uomini ingeriamo ), ma serenamente rifiutò l’analgesico quando dovette sottoporsi ad un intervento chirurgico – possono parlare contro il suicidio.

Ciò premesso passiamo a dire che il suicidio é ammesso – ed é naturale – da quelle scuole che si ispirano all’edonismo e all’utilitarismo: cirenaici, epicurei, materialisti dell’ottocento, tutti ammisero il suicidio.

Di contro le scuole di ispirazione religiosa ( Pitagorismo, Platonismo, Neo-platonismo….) ne contestarono la liceità. Ed é a tutti noto che il Cristianesimo ( dopo iniziali incertezze, messe a tacere dall’autorità di Sant’Agostino ) eresse una radicale e assoluta proibizione della morte volontaria.

A quanto ora detto fanno eccezione due scuole – a cui si deve riconoscere ( sia pure con qualche “distinguo” ) una ispirazione religiosa – ma che ciò nonostante ammisero il suicidio; trattasi dello stoicismo (2) e del buddhismo. Ma tali scuole riconobbero all’uomo il diritto di togliersi la vita, non tanto come via per sfuggire al dolore, quanto come garanzia e usbergo per la propria libertà interiore (3).

A questo punto può essere utile evidenziare le ragioni portate contro l’ammissibilità

del suicidio, per saggiarne la consistenza.

I) Il suicidio é un atto contro la polis, in quanto la priva di un membro utile.

Questo argomento contro il suicidio fu per primo avanzato da Aristotile (4). E non si può negare che abbia un certo fondamento: la polis mi istruisce, mi alleva, mi cura e con ciò é come se investisse dei capitali su di me ed io, giunto all’età in cui potrei “renderle” qualcosa, brucio tutto questo capitale uccidendomi. Ciò non pare giusto. E tuttavia il rimproverare al suicida l’antisocialità, il danno ( si ripete, indubbio )che arreca alla collettività, appare, di fronte alla tragicità del suo gesto, troppo banale e meschino. E assurdo anche, se uno Stato ammette – come quasi tutti gli Stati oggigiorno ammettono – il diritto di espatrio: forse che chi emigra non priva la sua patria di un membro utile?

II) Il suicidio reca offesa alla Divinità: questa ci ha data la vita, solo questa ce la può togliere.

Quest’argomento fu messo, soprattutto, in rilievo da Platone. Nel Fedone, Socrate dice: “Noi uomini siamo in una specie di carcere e quindi non possiamo liberarcene da noi medesimi e tanto meno svignarcela”. E ancora: “Dei sono coloro che hanno cura di noi e (….) noi uomini siamo in possesso degli Dei”: per cui non possiamo toglierci la vita: infatti “se qualcuno di tua proprietà si uccidesse, senza che gli avessi dato mai alcun segno che eri tu a volere che si uccidesse, non ti adireresti con costui, e, se avessi modo di punirlo, non lo puniresti?”.

A questa argomentazione, che cosa si può rispondere? Che é infantile e nulla più. E per non ripeterci, sul punto rinviamo a quanto diciamo nella voce Omicidio ( per controbattere l’analoga argomentazione, contro l’omicidio, portata ).

Nostra opinione.

Noi , seguendo l’argomento di Sant’Agostino, riteniamo che il suicidio non sia che una sottospecie dell’omicidio. E pertanto riteniamo valide contro quello ( sostanzialmente ) le ragioni che portano a proibire questo. Rinviamo pertanto a quanto detto nella voce “Omicidio” (3).

Noi riteniamo altresì che, così come sono ammessi dei casi in cui é lecito sacrificare la vita altrui ,così debbono ammettersi dei casi in cui é lecito sacrificare la vita propria (6).

Quando questo sia il caso é difficile dire; però una sorta di cartina di tornasole rivelatrice della liceità del suicidio é lo stato d’animo in cui lo si affronta. Si é animati da pensieri positivi e nobili nell’accingersi all’ultimo passo? (7)Ebbene lo si compia. Si é preda ai cupi pensieri della disperazione? Non si muova il piede: si ricordi l’insegnamento tradizionale che, come é il nostro stato d’animo al momento del trapasso, così é il nostro destino nell’oltretomba e nella vita novella che a questo seguirà (8).

Note

(1) Infatti il noto sociologo, in un libro diventato famoso ( Le suicide, Parigi, 1897), sosteneva che in ogni società esistono,sì, correnti suicidogene ma sempre minoritarie, e tanto più minoritarie quanto più la società é bene integrata e vitale.

Per il Durkheim dunque il diffondersi di filosofie suicidogene é un segno di decadenza. E tale tesi potrebbe essere anche accolta; però, se riferita, non alle correnti di pensiero che ammettono la liceità del suicidio, ma a quelle che spingono al suicidio.

Sul punto va notato che in una società indubbiamente sana come quella giapponese, la liceità del suicidio non é mai stata in pratica contestata. Eppure, la percentuale dei suicidi in essa presente, non supera quella dell’Occidente. Sul che si può leggere, Maurice Pinguel ( La morte volontaria in Giappone, Garzanti, 1985 ); il quale può affermare: “Il Giappone, checchè se ne pensi – malgrado non sia mai stato sottoposto all’anatema cristiano o musulmano del suicidio – non é affatto “il paese del suicidio”. L’Ungheria, la Danimarca, l’Austria hanno tassi molto più alti”.

(2) Seneca, il grande stoico romano ( nel suo De Providentia, VII,7-9 ) presenta addirittura come il più grande dono, che all’uomo abbia fatta la Divinità, quello di permettergli di lasciare il mondo quando egli più non voglia starci: patet exitus: “Dovunque non vogliate combattere, vi é sempre possibile ritirarvi. Non vi é stato dato nulla di più facile del morire”.

Nello stesso ordine di idee un Plinio ( Nat.hist., XXVIII,1 ) può proclamare: “Ex omnibus bonis quae homini tribuit natura, nullum melius esse tempestiva morte: idque in ea optimum, quod illam sibi, suisque praestare poterit”.

(3) Ciò risulta bene dal seguente passo dell’Evola. Il grande Pensatore, rilevato ( in Cavalcare la tigre, p. 319 ) il carattere virile e agonistico dello Soicismo e del pensiero di Seneca, continua: “Dati i presupposti dianzi indicati in fatto di visione generale della vita, non v’é dubbio che tale decisione ( idest, la decisione di togliersi la vita ) Seneca non la riferiva a casi in cui la morte sia cercata perché una data situazione appare insostenibile: proprio allora l’atto non sarebbe lecito, di fronte a se stessi. E qui non occorre aggiungere che ciò vale in egual misura per tutti coloro che fossero spinti a togliersi la vita da motivi affettivi e passionali, perché questo equivarrebbe a riconoscere la propria passività e impotenza di fronte alla parte irrazionale della propria anima. Infine lo stesso vale per casi in cui intervengono motivi sociali. Sia il tipo ideale stoico che l’uomo differenziato non permettono che tali motivi li tocchino intimamente, che la loro dignità sia comunque lesa da quanto si lega alla vita consociata. Non potranno dunque essere mai spinti a porre fine alla propria esistenza per via di motivi del genere, fatti rientrare dagli stoici nella categoria di “ciò che non dipende da me”. Come un’unica eccezione può considerarsi il caso di un’onta, non di fronte ad altri, di cui non si può sopportare il giudizio e il disprezzo, ma di fronte a se stessi, per un proprio crollo. Considerando tutto questo, la massima di Seneca può solo avere il senso di un risalto dato

all’ interna libertà di un essere superiore. Non si tratta di ritirarsi perché non ci si sente abbastanza forti dinanzi a date prove o circostanze, si tratta piuttosto del diritto sovrano – che sempre ci si dovrebbe riservare – di accettare, o meno, queste prove od anche di porvi un limite quando non se ne veda più il senso e dopo aver dimostrato sufficientemente a se stessi la capacità di affrontarle. L’impassibilità resta dunque il presupposto, e il diritto a “uscire” é giustificabile come una delle possibilità da considerare, in pura via di principio, solo per statuire che la vicenda in cui si é impegnati ha il nostro assenso, che noi in essa si é realmente attivi, che non si fa solo di necessità virtù”.

(4) Maurice Pingueel ( La morte volontaria in Giappone, p.18 ): “Aristotile ricorda che la sovranità della città prevale su quella particolare che l’individuo si arroga rendendosi padrone della propria vita: l’uomo che si uccide – egli dice – commette un atto ingiusto contro lo Stato”.

Anche San Tommaso, tra le ragioni che militano contro la liceità del suicidio, elenca ( in Summa theol. II q 64 a 5 ) l’offesa alla comunità ( le altre ragioni di illiceità – merita di menzionarle data l’autorevolezza della fonte – sono : il costituire il suicidio una violazione della legge naturale di carità, che impone di amare se stessi; il rappresentare esso un’offesa a Dio, che ci ha data la vita e che solo ne può disporre).

E’ noto che il nostro diritto – mentre configura come reato l’istigazione o l’aiuto al suicidio ( art. 580 c.p. ) e l’omicidio del consenziente ( art. 579 c.p.) – considera non punibile il suicidio.

Non fu sempre così: secondo il diritto attico, al suicida si tagliava la mano ( cfr. V.E. Paoli , voce Omicidio – diritto attico, in Noviss. Dig. it., vol. XI, p. 818); secondo il diritto romano, si privava, naturalmente con effetto retroattivo, il suicida del potere di disporre dei suoi beni ( cfr. V. Brasiello, voce Crimina in Noviss. Dig. It , vol V, p.1 ss.).

Gli ordinamenti moderni di solito non puniscono il suicidio e autorevolmente ( Altavilla, Il suicidio nella psicologia, nell’indagine giudiziaria e nel diritto, Napoli, 1932 ) si spiega ciò con mere ragioni di politica criminale, prima fra le quali quella di evitare che, per timore di incorrere nei rigori della legge, il suicida, preordinando con più cura i mezzi da usare, giunga con più elevato grado di probabilità, allo scopo che si prefigge.

(5) Possono essere tenute presenti anche alcune osservazioni fatte sotto la voce “Eutanasia”.

(6) Evola spiega la condanna ( peraltro da parte sua non assoluta ) del suicidio partendo dall’idea tradizionale, secondo cui non si nasce per caso in una data famiglia, in un dato ambiente, non si viene calati per caso in un dato corpo, in una data personalità, ma in seguito ad una libera scelta che la nostra anima compie al momento di scendere nel ventre materno: “A questa stregua la vita quaggiù non può essere considerata come una cosa che si possa gettar ad arbitrio e nemmeno come un brutto caso di fronte a cui vi sia il solo divario di una rassegnazione credente o fatalistica ( si é visto che, di massima, a tanto si riducono gli orizzonti dell’esistenzialismo moderno ), oppure di una continua prova di resistenza quasi a fondo perduto ( come accade secondo una linea di un esistenzialismo opaco, privo dello sfondo di una trascendenza ). Come in una avventura, in una missione, in una prova,in una elezione o in un esperimento, la vita terrena appare essere qualcosa per cui, prima di trovarsi nella condizione umana, ci si é decisi, accettandone in anticipo gli stessi eventuali lati problematici, squallidi o drammatici, lati che specie in un’epoca sul tipo dell’attuale possono venire particolarmente in rilievo. In questi termini può definirsi e accettarsi un principio di responsabilità e di “fedeltà” senza riferimenti esterni, eteronimi” (Cavalcare la tigre, p. 323 ).

Però é lo stesso Evola a notare, che “ ad ammettere quel progetto che predetermina il corso essenziale dell’esistenza individuale perfino il suicidio potrebbe essere pensato come uno dei particolari atti già in esso contemplati, tanto da avere solo apparentemente il carattere di una iniziativa arbitraria della persona” ( Ivi, p. 324 ).

Il grande Filosofo deve concludere che “in definitiva per una decisione può venire una qualche luce solo dal grado che si é raggiunto in una effettiva integrazione di se stessi, nei termini in precedenza detti, come saldatura della persona con l’essere. E’ certo che nel presupposto di una integrazione del genere, anche se non assoluta, l’uccidersi potrebbe conservare il significato di un’estrema istanza che sigilla la propria sovranità, in termini ben diversi da quelli di Kirillov: perché sarebbe sovranità non della persona, ma sulla persona. Resterebbe solo la responsabilità insita nel poter affermare che ad agire é appunto il principio che non é la persona ma che ha la persona. Però in ben pochi casi il ricorso a questa istanza può presentare un carattere positivo e intelligibile, per l’uomo che a noi interessa. Ognuno sa che prima o poi la fine verrà, per cui di fronte ad ogni contingenza vale meglio decifrarne il significato riposto, la parte che essa ha in un contesto il quale, secondo la veduta dianzi riferita, non ci é estraneo, ma procede da una specie di nostra volontà trascendente” (Ivi, p.325 ).

(7) Com’era il caso degli intrepidi Kamikaze, che, nell’ultima guerra, si levavano per un volo senza ritorno, o delle eroiche vedove indiane, che si immolavano sulla pira del defunto consorte ansiose di ricongiungersi a lui nell’aldilà.

Com’é ancora il caso di chi muore combattendo per la propria patria in una guerra giusta. Dulce et decorum est pro patria mori: vi é una profonda verità in questo detto: chi muore per la Patria ha assicurata la via al Cielo! Non é da compiangere, ma da invidiare! Il più grande dono che uno Statista può fare al suo popolo é una guerra giusta !

(8) Se muori “in grazia di Dio”, per quanti peccati tu prima abbia commesso, andrai in Paradiso, assicura il Cattolico; e il Vaisnava gli fa eco promettendo a chi muore, con il nome di Krishna sulle labbra, una felicità eterna in Krishnaloca: sono queste tracce e riflessi dell’insegnamento tradizionale di cui si é detto.

Val la pena di riportare sul punto il seguente passo di un discorso di Aivahvov ( riportato in Potenze del pensiero, Prosveta, 1986,p.210 ): “ La maggior parte della gente ignora perché la religione cerca sempre di convincere un criminale o un miscredente a pentirsi, a chiedere il perdono al Signore prima di morire, ed é proprio per l’importanza di quest’ultimo minuto. Quando un uomo ha vissuto bene, da credente tutta la vita, e all’ultimo momento si ribella o perde la fede, distrugge il bene che ha fatto durante la sua esistenza…perché é l’ultimo minuto che conta. Vedete quanto é importante conoscere le leggi e conformarvisi. Dunque, se non avete potuto cambiare nulla in questa esistenza, ciò non ha un’importanza assoluta; ma se avete vissuto bene l’ultimo momento della vostra vita, il vostro futuro destino sarà cambiato e la vostra prossima incarnazione sarà migliore. Non dimenticatelo mai”.

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