Servire

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Quella della libertà, quella di diventare e sentirsi liberi, é senza dubbio un’esigenza fondamentale per l’uomo (1). E addirittura si può dire, che il più importante imperativo etico, possa essere scritto così: “Sii forte, sempre più forte, tanto da potere oggi o domani rompere di Maya tutti i vincoli” (2).

Bene fa quindi il nostro Occidente a mettere sugli altari la dea Libertà ( solo volesse il Cielo che essa fosse la vera libertà e non una sua caricatura!).

Però il giusto tributo d’omaggio da riservare alla libertà non deve farci dimenticare che l’uomo ha un’altra esigenza, non meno fondamentale di questa: esigenza che ( paradossalmente!) é quella di servire.

Una libertà vuota, senza scopo, non farebbe l’uomo felice; con giusta intuizione Nietzsche pone in bocca a Zarathustra la domanda: “Liberi, sì, ma per che cosa?”.

Se non si sa dare una risposta a tale domanda, se non si trova uno scopo alla propria libertà, non si é liberi, ma, per usare la famosa espressione di Sartre: “Si é condannati ad essere liberi”(3).

Noi siamo costretti a riconoscere che l’uomo ha bisogno ( paradossalmente!) di asservire la sua libertà a uno scopo, a qualcuno, a qualcosa (4); il che é anche un modo per riconoscere, ch’egli ha bisogno di sentirsi parte di un tutto ( ah, il senso di felicità che ci pervade di fronte al cielo stellato o a un maestoso ghiacciaio! Questo perché tali spettacoli della natura ci fanno sentire piccoli, quindi, in definitiva, impotenti e non liberi, però sicuri e protetti in quanto parte di un tutto più grande ).

Libertà e servizio, ecco le esigenze tra cui l’uomo saggio deve riuscire ad operare una sintesi.

Note

(1) Vivekananda ( Jnana yoga, p. 90 ): “Tutta la vita umana e tutta la natura lottano per raggiungere la libertà. Il sole si muove verso la sua meta; la terra gira attorno al sole; la luna, attorno alla terra. Ogni cosa si sforza di realizzare un tal fine”.

E ancora ( Jnana Yoga , p. 88 ): “ E’ un fatto ancora che, attraverso tutte le nostre gioie e i nostri dolori, le nostre difficoltà e le nostre lotte, noi siamo senza dubbio incamminati verso la libertà (….). Quest’idea della libertà non la potete in alcun modo scartare: le vostre azioni e la vostra stessa vita sarebbero perdute senza di essa. Ad ogni momento la natura ci fa vedere che siamo schiavi e non liberi. Ciò nondimento sorge simultaneamente l’altra idea che noi siamo liberi. Ad ogni passo siamo, per così dire, buttati a terra da Maya, la quale ci mette sott’occhio i nostri vincoli; e tuttavia, di pari passo con questa caduta, insieme col sentimento che noi siamo vincolati, si presenta a noi l’altro senso della nostra libertà. Una voce interiore ci dice che siamo liberi”.

(2) L’esaltazione del potere e della forza ( ben si comprenda, non di un potere e di una forza materialisticamente intesi ) costituisce il leit-motiv di tutto l’insegnamento di Swami Vivekananda. “E’ la debolezza – egli afferma ( in Jnana Yoga , p. 171 ) – che é causa di tutta la nostra miseria. La debolezza é l’unica causa della sofferenza. Siamo miserabili perché siamo deboli; soffriamo perché siamo deboli; moriamo perché siamo deboli. Se non esistesse nulla che c’indebolisce, non vi sarebbe né morte né dolore”.

E ancora ammonisce (Jnana Yoga, p. 215 ): “ Sappiate che ogni pensiero ed ogni parola che affievolisca le vostre energie in questo mondo, é l’unico male che esiste. Ciò che rende deboli gli uomini ed incute loro timore nel mondo é l’unico male che esiste. Ciò che rende gli uomini deboli e paurosi é il solo male che dovrebbe essere evitato. Che cosa dunque vi spaventa? Se i soli, le lune, i sistemi planetari vanno in polvere, quale pregiudizio potrebbe derivarne per voi? State fermi come la roccia, giacchè voi siete indistruttibili. Siete l’Io, il Dio dell’universo. Dite “Io sono la Esistenza assoluta, la Beatitudine assoluta, la Conoscenza assoluta” , e come un leone che rompe la sua gabbia rompete le vostre catene e siate liberi per sempre”.

(3) “In realtà – ci fa osservare Prabhupada ( in La scienza della realizzazione spirituale , p. 61 ) – noi stiamo sempre rendendo servizio a qualcuno, famiglia, nazione o società, e colui che non ha nessuno da servire alleverà un cane o un gatto per diventarne servitore” . “ Tutto ciò – continua Prabhupada ( loc. cit.) – dimostra che la nostra posizione naturale e originale é quella del servitore; ma nonostante tutti i nostri sforzi, rimaniamo insoddisfatti, come insoddisfatta é la persona che serviamo. A livello materiale c’é solo frustrazione, perché il servizio offerto é mal orientato. Colui che vuole far crescere un albero, per esempio, deve annaffiare la radice e non le foglie o i rami, il che sarebbe fatica sprecata. Allo stesso modo, se si serve Dio, la persona Suprema, tutte le Sue parti integranti saranno contemporaneamente soddisfatte. Perciò, il servizio che si offre al Signore include tutte le forme di beneficenza, tutte le forme di aiuto alla società, alla famiglia e alla nazione”

(4) Confr. Evola, Cavalcare la tigre, p. 54.
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