Prostituzione

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Viene definita come il “prestarsi abitualmente a rapporti sessuali con chiunque” e vengono ritenute sue caratteristiche: “La retribuzione e la mancanza di discriminazione di carattere sentimentale circa le persone ammesse ai rapporti sessuali” . Le questioni che nei suoi riguardi i Moralisti sono costretti a porsi sono due. La prima é: deve lo Stato tollerare la prostituzione o intervenire per vietarla?Grandi moralisti dell’antichità ( come Solone , Catone il Censore, Cicerone, Seneca) considerano la prostituzione un male minore, di fronte a quello maggiore che l’incontinenza maschile, non trovando più il suo sfogo con la donna prezzolata, andasse ad attentare alla pudicitia delle fanciulle e delle donne sposate .
Anche i maggiori Padri della Chiesa furono per la tolleranza. S. Agostino metteva in guardia: “ Aufer meretrices de rebus humanis , turbaveris omnia libidinus” (“Togli le meretrici e ogni cosa verrà turbata dalla libidine”) . S. Tommaso ammoniva: “Sapiens legislatoris est minores transgressiones permittere, ut maiores caveantur” ( “Il saggio legislatore deve permettere le minori infrazioni per evitare le maggiori”) . Sono, però, tutt’altro che pochi ( e trovano in un santo – S. Alfonso – il loro antesignano) i moralisti che sostengono la necessità di un intervento repressivo dello Stato. I loro migliori argomenti sono : – che “numerose donne e ragazze prossime a cadere nella prostituzione saranno incoraggiate a farlo, dal momento che la legge non vieta tale occupazione”: che il pubblico può essere portato a concludere, dalla tolleranza della Legge, la liceità morale del meretricio.
Veniamo alla seconda questione ( di carattere morale ) che la prostituzione presenta: é lecito, o no, per la donna ( e per l’uomo ) esercitarla?
Chi ritiene illeciti i rapporti fuori del matrimonio, non solo dà – com’é ovvio – una risposta negativa, ma – cosa assai meno ovvia – tende a vedere nella prostituzione una forma, per così dire, aggravata di violazione del sesto comandamento .
Ancor più stranamente, pur chi – come gli antichi Romani – sa guardare alle cose del sesso senza pregiudizi puritani, ricollega una nota di infamia alla donna “che si mette in vendita” : i giuristi romani non esitano a qualificare la sua vita come “turpissima” e a sentenziare che la “turpitudo”, che macchia la meretrice, rimane anche quando ha lasciata la sua abietta professione o può addurre come scusante la povertà . Per esprimerci in sintesi, possiamo dire che gli etnologi, solo in via di eccezione, possono indicare popoli presso cui la prostituzione non sia coperta da infamia (11)

Nostra opinione

Sull’intervento repressivo dello Stato noi diamo senza titubanze una risposta negativa; che il fatale abortire di tutti i tentativi ( peraltro sporadici ) di reprimere la prostituzione, ci esime dal giustificare .

Positiva, invece, é la nostra risposta alla domanda se sia illecito, o no, prostituirsi; dal momento che , ispirandoci agli insegnamenti del Mahatma Gnadhi, riteniamo esiziale alla società il c.d. “amore libero”.

Resta però da spiegare – ed in fondo é proprio questa la questione più difficile e più interessante che ci presenta la problematica morale sull’amore mercenario – il perché di tanto disprezzo e di tanta infamia tributati alla prostituta.

Il corpo di Aspasia é come un vaso pieno di ( erotiche) delizie; essa, invece di fare come gli avari che negano agli altri anche la vista delle proprie ricchezze, si scopre generosamente in pubblico, e , in privato, distribuisce a chi lo desidera il suo tesoro. Certo si fa pagare, ma non é una legge dell’economia comunemente accettata che chi dà deve ricevere? Che male c’é in tutto questo? Si dirà: il male c’é e sta nel fatto che Aspasia, dandosi per mercede a chiunque, rinuncia a quelle più complete esperienze sessuali, a cui ogni donna intimamente aspira: é come il pittore che, per brama di lucro, si mette a disegnare cartelloni pubblicitari e così si toglie il tempo e l’ispirazione per fare quelle opere d’arte, a cui la sua natura più profonda lo vocherebbe. C’é del vero in questa obiezione. Però come spiegare che la donna, che ha rinunciato alla sua femminilità, ha accettato di mascolinizzarsi, per lucrare con una squallida professione ( di medico, di manager, di notaio…), non raccoglie altrettanto disprezzo che la “prostituta”?

Al postutto la spiegazione più convincente, del perché la gente rifugga dal contatto con la prostituta, é quella che ci sembra di potere ricavare da un insegnamento, da noi trovato nella letteratura esoterica.

Si tratta di questo: secondo i cultori dell’esoterismo, noi, oltre un corpo fisico, abbiamo un “corpo eterico”; ora quando veniamo in contatto con un’altra persona – specie se si tratta di un “contatto intimo” – questo corpo eterico tende ad assorbire, ad impregnarsi dei sentimenti di tale persona (13).

Se questo é vero, la prostituta, accoppiandosi ripetutamente con uomini animati dai sentimenti più animaleschi, finisce per essere impregnata di pensieri e sentimenti impuri e negativi: pensieri e sentimenti che, a sua volta, può trasmettere ad altri che venga in contatto con lei (14)

Questo spiegherebbe, anche, perché nell’antichità, tanto era disprezzata la prostituta profana, tanto era stimata la “prostituta sacra”: cioé la donna che, in un contesto di sacralità, di solito in un tempio, si concedeva. Infatti l’uomo che si avvicinava alla prostituta sacra, non era animato da bassa cupidigia sessuale, ma aspirava a vivere il sesso in una dimensione superiore: era un uomo che intendeva congiungersi con una dea, e infatti come rappresentante ( incarnazione ) della dea a lui la prostituta si presentava (15)

Note

(11) Come popolazioni, presso cui non é ritenuta disonorante la prostituzione, vengono citate la giapponese e quella degli Onlad-Nail dell’Algeria ( presso questi vi sarebbe l’uso per le ragazze di farsi una dote esercitando la prostituzione in città).

Dubitiamo che il riferimento al Giappone sia esatto: é vero che in quel Paese addirittura si fecero statue in onore di prostitute, ma si trattava di prostitute al livello delle etere dell’antica Grecia ( o delle Cortigiane del Rinascimento), cioé di prostitute di alto rango , che non si concedevano a tutti indiscriminatamente.

(13) Aivanhov, grande pedagogista e autorevole esoterista, in un suo discorso ( tenuto nel 1978 a Bonfin e riportato in L’amour et la sexualitè, ed. Prosveta, 1986, p.131 ) insegnava: “ Quando due esseri si amano e hanno delle effusioni, la loro aura si livella (…)Certuni hanno definito l’amore come uno sfregamento di epidermidi. Mio Dio, che definizione povera e limitata! In realtà l’amore non é nient’altro che un livellamento di potenzialità, un’osmosi. Se si mescolano dell’acqua calda e dell’acqua fredda, il calore dell’una si comunica all’altra, e viceversa, ciò che produce dell’acqua tiepida. Questa legge, che é valida per tutte le sostanze solide, liquide o gassose, s’applica anche nel dominio degli scambi eterici. Amare non é dunque nient’altro che realizzare un livellamento nell’aura”.

E sempre l’Aivanhov ( in un altro discorso del 1978, riportato in La pedagogie initiatique , ed. Prosveta,1981,p.114 ) ammoniva: “Dovete stare attenti a tutto ciò che fate, a tutto ciò che toccate o che vi tocca, e per questo dovete sviluppare la consapevolezza e la sensibilità. Perché una giovane donna accetta di essere accarezzata e abbracciata da non importa qual bellimbusto senza nemmeno rendersi conto di tutte le tracce negative che questo ragazzo é in procinto di lasciarle? Queste tracce agiranno in seguito come un cattivo talismano attirando su di lei influenze nocive. E voi stessi quando vi sentite irritati, nervosi o mal disposti non date niente agli altri e non toccateli nemmeno, perché con la vostra collera e le vostre cattive disposizioni voi li trascinereste nel loro lato negativo”.

Ci siamo permessi di tradurre noi stessi i passi ( scritti in francese) dell’Aivhanov: speriamo di non averne tradito il pensiero.

(14) Com’é noto, in non poche società si imponeva alle prostitute di rendersi facilmente riconoscibili con uno speciale abbigliamento ( ad esempio, in Venezia, dovevano portare un foulard giallo).Tutto questo per permettere alle persone di evitare un inconsapevole ( ma indesiderato) contatto?

Vi é un altro personaggio il cui contatto – come quello con le prostitute – é stato ritenuto nefasto : il boia. Anche qui la spiegazione potrebbe essere nel fatto che il boia, entrando in contatto con le persone – in preda al terrore, alla disperazione, all’odio per la prossima morte – ne assorbiva le “negatività”.

Interessante quel che Hans von Hanig (in La pena, cit.p.143 ) nota a proposito del boia: “Il contatto con il carnefice rende infame (….)una forza particolarmente perniciosa implica questo contatto nel tempo stesso dell’esecuzione. Perciò le cronache ricordano che un padre implorò la grazia di poter castigare egli stesso il proprio figlio, per evitargli ogni contatto col carnefice (…) Perciò, sino ai giorni nostri, il carnefice porta ancora dei guanti, ed il ministro della giustizia prussiano non ha compreso il senso di questa usanza, quando ha proibito, dopo aver assistito ad un’esecuzione, che il carnefice portasse i guanti bianchi. Sullo stesso fondamento le saghe riconoscono al carnefice il diritto di grazia alla delinquente che acconsentisse a sposarlo. Sempre la donna ha respinto il sinistro personaggio”.

(15) J. Evola ( in Metafisica del sesso, Roma, 1958, p.234 ) – parlando della “prostituzione sacra in uso nei templi di molte divinità femminili di tipo afroditico” – scrive: “ Qui due aspetti vanno distinti. Vi era, da un lato, l’usanza, che ogni ragazza giunta alla pubertà non potesse passare a eventuali nozze prima di avere offerta la propria verginità in un contesto, non di amore profano, ma di sacralità: ella doveva darsi nel recinto sacro del tempio a uno straniero che facesse un’offerta simbolica e che invocasse, in lei, la dea. Dall’altro lato, in codesti templi vi era un corpo fisso di ierodule, cioé di addette alla dea, sacerdotesse il cui culto consisteva nell’atto, per il quale i moderni non sanno trovare altro termine che “prostituirsi”: celebravano il mistero dell’amore carnale nel senso, non di un rito formalistico e simbolico, ma già di un rito magico operativo: per alimentare la corrente di psichismo che faceva da corpo alla presenza della dea e, in pari tempo, per trasmettere a coloro, che con esse si congiungevano, come in un sacramento efficace, l’influenza o virtù di questa stessa dea (…) L’atto sessuale assolveva così per un lato la funzione generale propria ai sacrifici evocatori o ravvivatori di presenze divine, dall’altro aveva funzione strutturalmente identica a quella della partecipazione eucaristica: era lo strumento per la partecipazione dell’uomo al sacrum in questo caso portato e amministrato dalla donna”.

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