Pazienza

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Pazienza – Dolore ( vittoria sul)

Noi restiamo ammirati ( e giustamente ) quando vediamo un uomo che, pur patendo un gran dolore, non se ne lascia turbare, ma sa conservare il cervello lucido e l’animo sereno; noi restiamo ammirati di Epitteto, che, schiavo di un padrone crudele che si diverte a torcergli il piede, sa mantenersi nel dolore calmo, limitandosi a far osservare al sadico padrone che , così facendo , rischia di trovarsi uno schiavo storpio (1).

Però la questione, la cui soluzione positiva preme allo spiritualista, non é se si possa diventare tanto forti ( nell’animo ) da sopportare il dolore, ma se si può riuscire a non soffrire pur in situazioni che in altri, dolore, provocherebbero: di più, se si può riuscire a trasformare in piacere ( in, ananda ), quel che in altri provoca dolore.

Perché, é senza dubbio bella e buona cosa rendersi tanto forti da portare sulle spalle un quintale e camminare; ma ancor meglio é, poter andar liberi e sciolti per le strade del mondo. E ben s’intende di questo mondo ( di Malkhut, la più bassa Sephirot dell’Albero cabalistico, da cui il pellegrino mistico muove i suoi passi per risalire a Kether che, in cima all’Albero, a sua volta gli apre la contemplazione dello Ain Soph Aur, dell’Infinito Splendore di Dio); e non del mondo celeste , di un immaginario o reale Paradiso. Perché é in questo mondo che il Cielo ci ha mandato per provare la nostra virtù ( intesa come capacità di vincere il “non-io”, trasformandolo da fonte di dolore in fonte di gioia e di ananda); é questo mondo il banco di prova in cui va dimostrato che lo Spirito ( lo “Io”) é in grado di vincere la Natura ( il “Non-Io” ) (2).

Fatta questa premessa, noi ci proponiamo di seguito di confortare – non già di chiare e irrefutabili prove ( questo supererebbe la nostra intelligenza e forse quella di ogni altro essere umano ) – ma di palpabili indizi la tesi che sono vincibili ( nel senso sopra chiarito ) sia il dolore psicologico sia quello fisico.

Cominciamo dalla tesi più facile a sostenere: quella che il dolore psicologico può essere superato.

E’ una tesi facile, in quanto la vita stessa ci offre innumerevoli esempi di persone che, gettate nel dolore da un dato evento che le ha duramente colpite, hanno, una volta portate a riflettere su un concetto o ad adottare una nuova concezione di vita, ritrovato il sorriso.

Una madre ha perduta la figlia; a lei, che é in lacrime e si dispera, viene a parlare il buon Prete che le dice: “Perché piangi, tua figlia é in Paradiso, ora vede i Santi e la Santissima Vergine: non dovresti tu essere felice, invece che triste, per ciò?!”. La madre ascolta, l’idea di sua figlia tra i beati la consola e ritrova addirittura il sorriso al pensiero che la figlia non é più con lei, in questa valle di lacrime, a soffrire.

Altro esempio: c’é Epulone e c’é Lazzaro ( quelli della parabola evangelica ). L’animo di Lazzaro soffre le torture dell’invidia e i morsi della rabbia: perché Epulone a banchettare e lui a contentarsi delle briciole? Ma viene un teosofo e gli parla della reincarnazione e della Legge del Karma: “Epulone é ricco perché in una precedente vita fece del bene, tu, Lazzaro, sei povero perché in una precedente vita facesti del male. Ora Epulone si sta comportando male, per cui se tu, Lazzaro, ti comporti ora bene, nella prossima vita le parti si invertiranno: tu mangerai e sarà lui a digiunare.

Lazzaro ascolta, si convince e il dolore, per l’ingiustizia che credeva di subire, l’abbandona.

Non importa qui stabilire se le parole del prete e del teosofo, alla verità, corrispondono: sia quel che sia, consideriamole pure false; quel che importa é che le immagini mentali, da tali parole, indotte, hanno fatto sparire il dolore; così dimostrando in via di principio, che non v’é dolore ( psicologico ), che un’adeguata immagine mentale non possa cancellare.

Ma, quel che é vero per il dolore psicologico, é vero anche per quello fisico? Noi a tale domanda rispondiamo di sì; riteniamo, infatti, che anche il dolore fisico abbia alla sua radice una concezione erronea della vita, un pensiero deforme e difettoso: per cui, sradicato questo, anche il dolore fisico é destinato a scomparire.

Cerchiamo di dimostrare l’assunto ( senza l’ambizione di convincere qualcuno, ma solo contando di insinuare in qualcuno il dubbio salutare, che é anche una speranza, della non ineluttabilità del dolore, anche in questa terra ). Nel muovere i primi nostri passsi, possiamo farci forti delle parole ( non di un esoterista, ma ) di uno scienziato: un medico che scrive per altri medici. Si tratta del dott. Silvio Valseschini, autore di un pregevole libro dal titolo Il malato e la sofferenza (3).

In tale libro l’Autore – dopo aver spiegato a medici e a infermieri come ci si rapporta col malato sofferente – tratta ( in un’appendice ) delle “basi morfologiche e funzionali del dolore”. E che ci viene a dire ? Ci viene a dire: che noi siamo dotati di “ricettori periferici”, che raccolgono gli stimoli provenienti dall’ambiente e li convogliano verso il sistema nervoso centrale; che quando uno di tali ricettori viene stimolato, si determina quella che la scienza medica chiama una “afferenza sensoriale”; che tali “afferenze sensoriali” non sono delle vere sensazioni, ma delle cose neutre, se così ci é permesso di esprimerci, né dolorose né piacevoli: insomma delle semplici “attività elettriche”.

E allora la sensazione di dolore o di piacere da che cosa deriva ? Deriva – ci spiega sempre la scienza medica per bocca del dott. Valseschini – dal sistema nervoso centrale: é questo che attribuisce alle “afferenze” il significato di dolore o di piacere. Però come ciò avvenga la scienza medica non lo sa; e il dott. Valseschini molto correttamente lo riconosce.

Dovremmo anche noi, come la scienza medica, qui arrestare il passo? No, di certo, perché, pur nutrendo verso di essa gran rispetto, noi, non in essa vediamo la nostra vera guida, ma nella intuizione e nel buon senso.

Che ci dicono questo e quella? Ci dicono che, se le sensazioni dipendono dal sistema nervoso centrale, diventa anche ben verosimile che esse dipendano dalle idee, dalle immagini mentali, dalle concezioni di vita che, in tale sistema nervoso, sono, per così dire, immagazzinate.

E tale dettato dell’intuizione e del buon senso ci appare tanto più accettabile in quanto dà la spiegazione di fenomeni, che altrimenti resterebbero insolubili: perchè, ad esempio, uno stesso cibo sembra ghiotto o ripugnante a popoli di cultura diversa? La carne di cane arreca le stesse “afferenze” sia al palato di un europeo che a quello di un cinese, ma al primo provoca disgusto, al secondo, piacere: perché? Perché una diversa cultura ( una cultura sostanziata da diverse idee, immagini ecc. ) interpreta in maniera differente la stessa sensazione ( melius, afferenza ) ). Perché, altro esempio, se dò da bere dell’acqua a una persona facendole credere con appropriate suggestioni che trattasi di stricnina, la vedo torcersi dal dolore e addirittura stramazzare a terra ? La bevanda che le diedi era acqua e arrecava al suo sistema nervoso quelle solite “afferenze” che appunto l’acqua apporta, ma esse venivano, dalle idee da me, nel suo sistema nervoso centrale, immesse, interpretate in modo che il risultato era un dolore e non un piacere.

Ma, giunti alla conclusione che le sensazioni ( le sensazioni in genere, sia quelle di dolore che di piacere ) dipendono dalle idee, che popolano il cervello di chi ha subito lo stimolo della “afferenza sensoriale”, facciamo un passo avanti, poniamoci la domanda: da quale idea dipendono in particolare le sensazioni di dolore?

Dipendono, in radice – ecco la risposta che dà lo spiritualista a tale domanda – – dalla idea che la distruzione dell’apparato corporeo implichi e determini la distruzione del nostro “io”: é perché ci identifichiamo col nostro corpo e sentiamo la sua distruzione come la nostra stessa distruzione, che diventano per noi dolorose le “afferenze sensoriali”, che ci segnalano il rischio di una lesione di questo.

In altri termini, all’origine del dolore c’é un sentimento di paura (4). E se noi fossimo in grado di non dar corso a tale sentimento negativo ( di paura ), ma di sostituirlo con uno positivo di adesione e di consenso alla forza ( lesiva ) che agisce nel nostro corpo, noi proveremmo una sensazione, non di dolore, ma di piacere (5).

E di questa possibile trasformazione del dolore in piacere la vita ci offre molteplici esempi. Si pensi alla deflorazione che può risultare, sì, dolorosa, se appunto la donna la sperimenta con apprensione, ma che é causa per essa di un potenziato piacere se essa é esaltata da una passione amorosa ( che non lascia spazio al timore )(6). Si pensi alle ferite che sogliono procurarsi i seguaci di certi culti ( come quelli che nell’antichità si celebravano in onore di Cibele ): ferite che non provocavano in essi dolore ma piacere (7)-

Note

(1) Ramakrishna , colpito da un cancro alla gola, una delle malattie più dolorose, seppe mantenere sereno ed equanime il suo animo fino alla fine. Di più, si dice che fino alla fine i suoi occhi esprimessero gioia: la gioia di chi vive nell’ananda , nel piacere. Soleva dire: “ Che il corpo e il dolore prendano cura di se stessi, ma che il mio spirito resti pieno di gioia” ( da Alla ricerca di Dio , p. 155 ).

(2) E’ una caratteristica dell’insegnamento del grande filosofo e pedagogista Mikhael Aivanhov , l’invito a non rifugiarsi nel Cielo ma a prendere ispirazione dal Cielo per migliorare la terra: “L’epoca viene in cui non si dovrà più cercare la propria salvezza rifugiandosi nel Cielo. Questa attitudine ha potuto essere buona in un certo momento, essa ha permesso di scoprire aspetti importantissimi della vita interiore. Ma ora non si tratta più di volersi salvare, si tratta di impegnarsi in un lavoro glorioso per portare il Cielo in terra ( Le veritable enseignement du Christ, Prosveta. 1984, 117 – traduzione nostra ).

Ma Aivhanov anche avverte: “ Ciò non vuol dire voltare le spalle al Cielo, ma, al contrario occorre restare legati al Cielo per potere in seguito donare agli altri. Perché se voi non siete legati al Cielo, voi non siete ricchi, e allora che potreste voi distribuire?” ( Op.u. cit., p. 119 – traduzione nostra )

(3) Edito da Riza Libri-Endas nel 1982.

(4)E il Nietzsche, nella sua opera Volontà di potenza ( paragrafo 304 ), alla paura, appunto, riconnette il dolore, vedendovi “La ripercussione di uno shock provocato dalla paura nel focolare centrale del sistema nervoso, con una lunga sensazione che va poi a proiettarsi nella sede di un organo determinato” – ( confr., Ea, Sulla metafisica del dolore e della malattia,in Introduzione alla magia quale scienza dell’Io.Vol.II, p. 183 ed. Mediterranee, 1971.)

(5) Più precisamente la paura blocca, determinando così una sorta di ingorgo psichico, forze che, se lasciate scorrere liberamente, darebbero una sensazione di piacere. Questo, almeno, ci pare l’insegnamento, che dà Ea ( pseudonimo dietro cui si occulta l’Autore di Sulla metafisica del dolore e della malattia cit., p. 183 ). Ma riportiamo tale insegnamento diffusamente: “ Dal punto di vista esoterico, ecco di che si tratta. La fissità , che caratterizza gli esseri viventi come individui – e questa fissità é da interpretarsi sia in senso generale, come tendenza a mantenere il proprio stato, sia in senso speciale, come coscienza che ha una relazione fissa con una data struttura organica – detta fissità fa sì che tutte le volte che si verifica un contatto con una forza trascendente si produce qualcosa di paragonabile ad una lesione – ad una lesione interiore. In quell’istante la coscienza, sorpresa, é messa in uno stato di orgasmo, di paura per il proprio essere individuale di cui sente oscillante la base; e questa reazione o contraccolpo animico-emotivo – come un contrarsi, un ansioso stringersi in sé della coscienza di fronte alla forza intervenuta – reazione che, naturalmente, soppianta la percezione di questa forza stessa – é il senso più profondo dell’esperienza del dolore e della sofferenza”. “In una coscienza aperta, libera rispetto alla propria individualizzazione – continua Ea – il dolore non esisterebbe come tale. Esso produrrebbe piuttosto il passaggio ad un’altra forma di coscienza, a quella corrispondente alla forza intervenuta, e poggiante, nel corpo, sopra un organo diverso dall’organo su cui il senso di sé si appoggia abitualmente. Invece, l’Io, che ha paura, che si ritrae agitato e si aggrappa a sè reagendo, ed ostruendo così la comunicazione, sperimenta il dolore. Il quale, oggettivamente, può considerarsi come un’esperienza puramente negativa dell’azione della forza extraindividuale manifestatisi”.

Noi troviamo una conferma alla giustezza dell’insegnamento di Ea ( e cioé che il dolore nasce dal bloccaggio di una forza in noi destatasi ) in una stessa banale esperienza, frequente nell’amore profano ( e oggetto di libri famosissimi, come “Orgoglio e pregiudizio”, e simili ) : in una donna si accende una passione amorosa verso un uomo, che pregiudizi vari ( di casta, di religione…) le impediscono di amare: essa soffoca il suo sentimento ( di amore ) e pertanto….soffre. Se invece fosse capace di “denudare” tale sentimento da ogni scoria profana, se fosse capace di dar corso a tale suo sentimento, ma purificandolo, essa troverebbe la soluzione ottimale al suo problema esistenziale.

(6) Molti studiosi dell’esperinza sessuale hanno messo in luce “il piacere per la sofferenza” che anima molti amanti. E proprio sulla base di tali osservazioni si é creato il neologismo “algolagnia” ( da algo= dolore, e lagneia= essere eccitato sessualmente ). Sul punto cfr., Evola ( Metafisica del sesso, cit. , p. 113 ), il quale peraltro fa notare ( ivi, p. 114) che “ se il dolore viene vissuto come piacere, esso evidentemente non é più dolore”.

Apprezzabili sono alcune osservazioni che, sulle potenzialità insite nella deflorazione, fa Evola ( Op. u. citata, p.115 ): “Nello stesso contesto ( id est, nel contesto di fenomeni di trascendenza del dolore, n.d.a ) potrebbe rientrare una considerazione speciale di quel che in determinate circostanze può offrire il momento della deflorazione. Sia per le angoscie inconscie e le inibizioni della donna, sia per la primitività carnale e impulsiva che prevale quasi sempre nell’uomo, alcune possibilità eccezionali e irripetibili che, soprattutto per la donna, sarebbero offerte dall’esperienza della deflorazione in rapporto a quanto si é detto sull’algolagnia vanno irrimediabilmente perdute nelle normali relazioni sessuali umane. Anzi, questo atto di iniziazione della donna alla vita sessuale completa, quando esso é brutalmente condotto, ha spesso ripercussioni negative che, esercitando anche successivamente la loro influenza, possono pregiudicare perfino quanto é da attendersi da una relazione normale. Vi é invece da pensare che se venisse anzitutto destato lo stato di ebbrezza in quella sua forma acuta, che ha già in sé un elemento distruttivo, il dolore della deflorazione, insieme a tutti i fattori sottili che vi si legano in termini di fisiologia iperfisica, potrebbe dar luogo ad un subitaneo, estremo innalzamento del potenziale estatico di quella stessa ebbrezza, secondo una congiuntura quasi irripetibile, potrebbe intervenire perfino un trauma, nel senso di una apertura della coscienza individuale sul sovrasensibile”.

(7) A proposito delle ferite, che si fanno in riti frenetici gli appartenenti ai Rufai, setta islamica legata al sufismo derviscio, uno sceicco dichiarò che esse sono fatte in uno stato, in virtù del quale non producono dolore ma “una specie di beatitudine che é esaltazione sia del corpo che dell’anima” e che tali pratiche in apparenza selvaggie non sono da considerarsi in sé, bensì solo come “mezzo per aprire una porta” – confr. W.B. Scabrook, Adventures in Arabia, New York, 1915, p.283; e Evola Metafisica del sesso ,cit., p. 111.

Anche la “sofferenza” connessa ad una malattia può dar luogo in certe situazioni al “piacere”. Si legga quanto al proposito scriveva Aurobindo ad un suo discepolo:

“ La vostra teoria sulla malattia é una convinzione piuttosto pericolosa, perché la malattia é una cosa da eliminare, non da accettare o da godere. C’é qualcosa nell’essere che gode della malattia; é anche possibile trasformare i dolori della malattia, come qualsiasi altro dolore, in una forma di piacere; perchè dolore e piacere sono entrambi degradazioni d’un ananda originale e possono essere ridotti l’uno nell’altro oppure sublimati nel loro principio originale di ananda. E’ anche vero che bisogna essere capaci di sopportare la malattia con calma, equanimità resistenza e anche, giacchè é venuta, di riconoscere che fa parte delle esperienze da attraversare. Ma accettandola e godendone la si aiuta a durare, e ciò non deve succedere(…)- ( da Guida allo yoga , p. 118 ).

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