Omicidio

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L’omicidio é il più grave dei delitti per il diritto e il più riprovevole dei peccati per la religione. La Cattolica l’annovera tra quei peccati che “gridano vendetta al cospetto di Dio” ( cioé tra quei peccati che – come si legge nei testi di teologia – sono così “contrari al bene degli uomini e così odiosi a Dio” da far dire nella Sacra Scrittura “che il loro clamore giunge al Cielo”: “ La Voce del sangue del tuo fratello grida a me dalla terra”, con queste parole – si legge appunto nella Genesi – Dio ammonì il primo Caino). Verrebbe da pensare che, ad una così compatta unanimità nella condanna, corrisponda un’ altrettanto evidente dannosità del fatto ( condannato ); e invece così non é. E per convincersene non dobbiamo far altro che passare in rivista i possibili tipi di danno che l’omicidio può provocare.

I- L’omicidio priva la Comunità di un membro utile.
Alcune volte, anzi il più delle volte, sarà senza dubbio così. Però non occorre un grande sforzo per immaginare dei casi in cui la morte di una persona non provoca nessun danno alla Comunità, anzi. Chi non ricorda Delitto e castigo di Dostoevskij: l’usuraia, un essere abietto, spregevole, che succhiava il sangue ai poveri disgraziati che bussavano alla sua porta per denaro: non era un bene, anziché un male, per la società la sua eliminazione ? Ma non consideriamo le persone nemiche della società; limitiamo pure il nostro discorso a quelle che sono solo “di peso” per la società: un’inferma che impegna l’assistenza di uno o più membri della Comunità: si può dire sinceramente che la sua morte costituisca una perdita per questa? Se non vogliamo essere ipocriti, dobbiamo rispondere a questa domanda con un sofferto, ma sincero, no .

II- L’omicidio priva una persona ( l’ucciso, naturalmente ) del bene della vita.
Qui va detto che, se ( accogliendo una concezione eudemonistica dell’esistenza ) il bene si fa consistere nel piacere e il male, nel dolore, é ben problematico che il privare una persona della vita significhi recarle un danno. Infatti, l’esperienza, che si matura con gli anni, porta a concludere che la somma algebrica, dei piaceri e dei dolori che la vita arreca, é decisamente di segno negativo: i dolori superano, ahimè, i piaceri (4). Comunque – se per stabilire la dannosità di un atto facciamo riferimento al quantum di piaceri ch’esso toglie o al quantum di dolori ch’esso arreca – dobbiamo concludere che certi tipi di lesioni ( quelle, ad esempio, che privano la vittima di una gamba, di un braccio, di un occhio…) risultano più dannose che l’omicidio: infatti, questo toglie imparzialmente via tutti i piaceri e tutti i dolori, mentre quelle o togliendo la possibilità di qualche piacere ( il piacere di andare a ballare, di giocare a tennis…) oppure aggiungendo qualche dolore ( le sofferenze delle cure mediche e ospedaliere, le sofferenze della ferita….), fanno pendere inesorabilmente la bilancia dei gioni lieti e dei giorni nefasti dalla parte di quest’ultimi. Eppure noi tutti sappiamo che chi arreca la morte é riprovato più severamente di chi arreca una lesione.

III L’omicidio reca offesa alla Divinità
Questa ha dato la vita e solo a Questa spetta di decidere il momento in cui toglierla . Ora l’obiezione che si può muovere a tale tesi é tout court di essere infantile. E’ infatti infantile – altro termine non ci viene – pensare che Dio si lasci offendere o sia pure turbare dalle azioni di noi uomini : nessuno di noi si offenderebbe per il gesto maleducato dello scemo del paese e Colui che é Somma Bontà e Somma Intelligenza si sentirebbe offeso dalle azioni di esseri di così basso comprendonio come siamo noi uomini?! Infantile, ancora, é il pensare che l’assassino riesca a privare Dio del diritto di determinare il momento in cui l’assassinato dovrebbe morire. E’ vero, invece, il detto arabo che “Nessuno può morire se non per volere di Allah e al momento da lui stabilito”. Una rispettosa considerazione dell’onnipotenza divina ci impone di credere che, chi vibra la coltellata assassina, lungi dall’usurpare la volontà di Dio, ne sia il fedele, ancorché inconsapevole, esecutore.

IV- L’omicida ostacola l’evoluzione spirituale dell’assassinato. 
In quanto, privandolo di quella parte di vita che ancora gli sarebbe spettata, lo priva altresì di quelle esperienze e utili occasioni di ulteriore progresso spirituale, che in tale lasso di tempo avrebbe potuto fare. Questa tesi é peculiare dei reincarnazioinisti; cioé di coloro che ritengono che l’anima umana, abbandonato un corpo con la morte, rinasca in un altro per raggiungere, di vita in vita, la perfezione . Ecco, ad esempio, come sul punto si esprime un moderno reincarnazionista, Prabhupada, il fondatore del Movimento Hare Krishna ( nella sua Bhagavad Gita così com’é, p. 630 ): “ La vera ahimsa consiste nel non frenare lo sviluppo di un essere, di qualunque specie esso sia. Gli animali, trasmigrando da una specie all’altra, progrediscono seguendo una certa evoluzione, ma se un animale viene ucciso, il suo progresso é rallentato. Infatti, prima di elevarsi nella specie animale superiore dovrà ritornare nella specie che ha prematuramente lasciato per completare il suo dovuto numero di giorni o di anni” (7). Quale obiezione muovere ad un’opinione, che conta tra i suoi fautori ( non dei “filosofi da tavolino”, ma ) delle Personalità che, come appunto Prabhupada, alla ricerca della verità hanno integralmente dedicata la loro vita? ( Con molta umiltà ) quella già data poco prima: se é vero che la Suprema Sapienza delle Parche recide il filo della vita a ciascuno di noi, al momento predestinato – che coincide anche con quello in cui il nostro permanere sulla terra non corrisponderebbe più ad una necessità evolutiva – si deve anche ritenere che l’arma assassina attinga il cuore della vittima né un minuto prima né un minuto dopo di quello giusto. Abbiamo così terminata la nostra ( rapida ) disamina delle ragioni portate a giustificazione della condanna dell’omicidio. A ciò dobbiamo aggiungere, che questi stessi Autori, che così severamente riprovano l’uccisione di un uomo ( da parte di un altro uomo ), poi, con maggiore o minore larghezza, ammettono dei casi e delle circostanze in cui tale uccisione perde il suo carattere di illiceità . Così vi é una sostanzialecommunis opinio nell’escludere ogni violazione del quinto comandamento: nel caso del giudice che condanna a morte l’imputato , del soldato che uccide il nemico, di chi uccide per difendere la propria o l’altrui vita.

Nostra opinione
Una volta dimostrato che l’omicidio non provoca un danno o almeno un danno proporzionato alla sua riprovazione, si deve concludere che questa non ha vera giustificazione, ma é irrazionale così com’é irrazionale quell’istinto di conservazione contro cui si leva l’atto omicida? Si deve insomma concludere che, siccome l’uomo cerca di conservare con tutte le forze la sua vita ( come un pazzo può cercare di tenersi stretto con tutte le sue forze un oggetto, credendolo prezioso, mentre ogni uomo savio potrebbe dimostrargli che nulla vale ), così egli ( l’uomo illuso, l’uomo giocato dall’istinto ) cerca, sul piano del diritto, con tutta la sua severità di punire l’atto che quella vita potrebbe togliergli e, poi, sul piano del discorso etico, conforta e rafforza la severa sanzione giuridica con un’altrettanto severa sanzione morale?
Noi crediamo di no: che la severità con cui é giudicato l’atto omicida possa essere spiegata anche con altri ( più nobili ) motivi. Ma prima di tentare di esporli ( “tentare”, perché su di essi noi stessi abbiamo le idee….non perfettamente chiare e non c’é nulla di più difficile che esprimere un’idea che non é chiara neanche a noi stessi ) – ebbene, prima di esporre tali ( possibili ) motivi dobbiamo fare una premessa. E la premessa é questa: il male in sé non esiste ( e tanto meno il malvagio : forse che il sole di evangelica memoria non splende su tutti gli uomini, “buoni” o “cattivi” che siano?! ): il male é solo , come dicono i Cabalisti, “l’ombra del bene”: noi diventiamo consapevoli di come si dorma male sulla nuda terra solo quando ci abituiamo alla comodità di riposare su un soffice materasso : noi ci rendiamo conto di quanto siano “cattivi” certi pensieri e sentimenti solo quando cominciamo ad albergare nella nostra mente dei pensieri e dei sentimenti “buoni”.Se questo é vero, lo studioso dell’etica, per trovare la spiegazione dell’anatema gettato sull’atto omicida, deve trovare il sentimento, il pensiero che , antitetico all’impulso omicida, lo fa apparire “cattivo”.(10)
Ora, a nostro parere, due possono essere i sentimenti che gettano l’ombra del male sull’atto omicida. Uno ( il meno nobile ) é dato da un sentimento di empatia con la potenziale vittima del nostro atto omicida : noi, al pensiero di un annientamento del nostro “io”, siamo presi da paura, proviamo dolore : eguale dolore attribuiamo alla potenziale vittima e, condividendolo empaticamente, ci asteniamo dall’atto. L’altro ( il più nobile ) é il sentimento di quello che la filosofia indiana chiama samsara ( se ben ricordo ): i nostri sentimenti, i nostri pensieri, i nostri dolori, i nostri piaceri , passano , sono transeunti, quindi in fondo sono “non io” , qualcosa che ci può condizionare ma é “non-io” : quello che veramente ci appartiene é lo “io profondo” ( quello “io” che sta oltre la nostra personalità : sì, “l’avvocato Bianchi” é una maschera ed un’altra maschera è “il giudice Rossi”). Però questo nostro “io profondo”, una volta spogliato di tutti i pensieri , i sentimenti, le aspirazioni che costituiscono la nostra personalità , il nostro “falso ego”, in che cosa si distingue dallo “io” della nostra potenziale vittima? in nulla! l’io di me potenziale uccisore e il tu della mia potenziale vittima vengono ad essere un’identica cosa! E se é così , io che uccido tu , non é come se uccidessi me stesso? Questo, secondo me, é la intuizione che ferma la mano assassina. Questa almeno é la spiegazione che di ciò mi sono data. E la mia speranza é che qualcuno che mi legge abbia le idee più chiare di me e che mi aiuti a capire meglio.
Note

(4) Che la somma algebrica dei piaceri e dei dolori sia negativa, per cui la vita non merita di essere vissuta, fu tesi di un famoso filosofo dell’età ellenistica, Egesia. Questo filosofo – non a caso soprannominato Peisithanatos cioé “persuasore di morte” – cercava di convincere i suoi discepoli che la cosa più saggia per un uomo era quella di darsi la morte e sembra che fosse nelle sue argomentazioni così convincente da provocare nella città in cui insegnava, Cirene, un’epidemia di suicidi e da costringere il suo re, Tolomeo I, a fargli chiudere la scuola. Anche Giulio Cesare, nella sua orazione al Senato per dissuaderlo dall’applicare la pena capitale ai complici di Catilina, contestò che la privazione della vita costituisse un male : “Essi – disse il grande oratore e uomo politico – ( da un’esecuzione capitale) non sarebbero efficacemente puniti né atterriti quelli che inclinano ad imitarli: fine dei mali é la morte, quindi é il voto di chi soffre”.

(7) Omraam Mikhael Aivanhov, il Fondatore del Movimento religioso-filosofico denominato “Fratellanza Bianca Universale”, in uno dei suoi discorsi ( pubblicato , poi, dai suoi discepoli nelle edizioni “Prosveta”) condannando anche lui l’uccisione degli animali, ebbe a dire che “nel mondo invisibile ogni uomo é accompagnato dalle anime di tutti gli animali di cui ha mangiato la carne”, aggiungendo ( nel suo linguaggio, così vivo e immaginoso ): “queste anime reclamano un risarcimento dicendo: “Tu ci hai privato della possibilità di evolvere e di imparare qualcosa: dunque ora é compito tuo di occuparti della nostra educazione”.

Il lettore per apprezzare nel loro giusto valore le parole dell’Aivanhov, dovrà tener presente che i suoi discorsi erano spesso rivolti ad un pubblico di persone non tutte preparate ad accogliere sottili ragionamenti filosofici: insomma, l’Aivanhov – senza dubbio uno dei più grandi Pensatori della nostra epoca – spesso era costretto a dire delle mezze-verità. Nel caso la parte vera dell’affermazione dell’Aivanhov sarebbe che gli animali ( e gli uomini ) che si sono visti togliere la vita ( dal loro punto di vista limitato, prematuramente ) incombono come entità nemiche e malefiche sul loro uccisore. Ed é interessante rilevare la corrispondenza che tale affermazione ha nel mito classico delle Erinni ( rappresentate appunto come figure orribili e vendicative pronte a dilaniare chi si fosse reso colpevole di assassinio).  E’ anche interessante che il Hans Von Hentig spieghi l’uso delle antiche Corti di giustizia di affidare, al più giovane dei componenti il Collegio giudicante, l’esecuzione della sentenza, proprio con la credenza che l’ucciso potesse turbare e molestare il suo uccisore. Ecco le parole del Hans Von Hentig:”Talvolta – quando già esiste il carnefice come funzionario ausiliario del giudice – il più giovane giudice o il consigliere più di recente ammoliato eseguivano la pena di morte. (…) Sembra che il più giovane, secondo le superstizioni degli antichi tedeschi, doveva possedere una certa quale attitudine magica. Il più giovane doveva, al tempo del raccolto, tagliare l’ultimo grano; il più giovane nella notte del nuovo anno pronunziava alcune formule magiche, o portava in quella notte una offerta in denaro (…Quindi) il più giovane giudice che doveva eseguire la pena sarebbe stato la personalità più forte contro i fantasmi e le aggressioni degli spiriti”( Hans von Hentig ,La pena, Milano, 1942,p.142 ). 
Val la pena di riferire che il Von Hentig ( Op. cit. passim ) attribuisce l’uso del carnefice di indossare al momento dell’esecuzione un cappuccio, non solo all’intento di mantenere l’anonimato, ma anche a quello di sfuggire allo sguardo, che carico di odio, il giustiziato nei suoi ultimi istanti avrebbe potuto rivolgergli ( e che avrebbe costituito per lui un “malocchio”).

(10) E a guardare a fondo, é proprio l’aprirsi di questa contraddizione nella psiche dell’agente, che costituisce il vero male dell’omicidio. Non a caso il Guyau insegnava: immoralità é “uno sdoppiamento, una opposizione di tendenze che si limitano l’una con l’altra” . Moralità “altro non é che l’unità dell’essere”. Se nell’uccisore non sorgesse tale contraddizione – il che può avvenire quando l’omicidio é compiuto, non per soddisfare un’esigenza, un sentimento egoistico dell’uccisore , ma , per esempio, in difesa della Patria o addirittura dell’Umanità – anche l’omicidio perderebbe il suo carattere negativo, di “male”.

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