Menzogna

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Se una verità fa del male, e una menzogna, del bene, non é forse morale dire questa e tacere quella?

La risposta positiva a tale domanda, che sembra raccomandata dal buon senso, é anche quella accolta dalla stragrande maggioranza dei pensatori moderni.

Per citarne alcuni: Nietzche sostiene che “la falsità di un giudizio non può servire a noi di obiezione contro il medesimo:la questione é di sapere quanto tale giudizio possa giovare e influire a conservare la vita, la specie, quanto possa essere necessario per la loro evoluzione”; il Sighele – in un libro che significativamente ha intitolato “Elogio della menzogna” – sostiene che questa “non é un vizio altro che quando fa del male: é una grande virtù quando fa del bene”; L. Battistelli, nel suo interessante libro su “La bugia” – dopo aver messo in evidenza con numerosissimi esempi, tratti dalla vita degli animali e delle stesse piante, che “la frode é una legge permanente della vita naturale” – conclude ammettendo,sì, un obbligo di dire la verità, ma negando che la sua osservanza possa “ condurre all’assurdo di compromettere le stesse sane ragioni della vita umana”; Schopenhauer – che pure non può essere sospettato di cinismo, dato che continua é nelle sue opere la predica contro l’assurdità dell’egoismo e la necessità di una vita operosa in favore del prossimo – parla di un vero e proprio diritto alla menzogna nella stessa misura in cui si ha diritto alla coercizione violenta ( a tale risultato egli pervenendo, evidentemente, per una sorta di argomentazione a maiori ad minus basata sul presupposto che la violenza sia un male peggiore della menzogna); infine, i moderni prammatisti anglo-americani sostengono il carattere utilitario e strumentale di ogni verità e giungono a dire che é vero ciò che é vantaggioso.

In netto contrasto con l’opinione dei moderni é, però, l’insegnamento tradizionale: per esso il mentire non é considerato un’azione neutra ( come potrebbe essere il guidare un’auto, il mangiare un dato cibo), la cui ammissibilità vada giudicata in base alle conseguenze “buone” o “cattive” che ne derivano: il dire una menzogna é male in sé, anzi il più grave male.

Nel Mahanirvana Tantra – così come lo vedo citato in un interessante articolo di P. Daniel Acharuparambil intitolato “Il Raja- yoga” e pubblicato nella rivista “Yoga” – si afferma che “non vi é virtù più eccellente della verità, né vi é peccato peggiore della menzogna (….) Il culto senza verità é inutile: sono parimenti inutili senza la verità sia la recita dei mantra che la pratica della penitenza”.

Leggo in Evola ( La doctrine de l’éveil, Paris, 1956, pp.230 – 231 ) che in un testo ariano-poersiano “ si viene addirittura a dire che l’omicidio non é un delitto più grave della menzogna”.

Nel sistema di Patanjali, all’osservanza della veridicità ( satya ) si attribuisce tale importanza, che si reputa che senza di essa neanche le asana ( che pure si presentano come semplici esercizi fisici ) diano i loro frutti, e si riducano a “semplici acrobazie” ( così come vedo scritto a p.13 di Teoria e pratica dello yoga, di B.K.s. Yengar ).

Perché non si creda che il culto della veridicità fosse monopolio dei popoli orientali, ricorderò che per Livio (XXII,22,6 ) ciò che caratterizza il Romano, di contro al Barbaro, é la fides ( e la Fides, non a caso – nelle sue varie forme, Fides Romana, Fides Publica ecc. – é una fra le più antiche divinità di Roma; sul che cfr. l’Evola, di Rivolta contro il mondo moderno, p. 356 ).

E un’eco, sia pure attenuata, di tale concezione la ritroviamo ancora in Cicerone, cioé nel rappresentante di un’epoca già “moderna” e scioltasi dalla tradizione: nel De Officiis ( libro I, paragr. XIII ) Egli – dopo aver osservato che in due modi si può recare ad altri ingiuria: con la frode e con la violenza ( “duobus modis, idest aut vi aut fraude est iniuria” – ritiene più lontano dalla natura umana, quello anziché questo (“utrumque homine alienissima, sed frau odio digna maiore”); ciò che ad un Schopenhauer sembrerebbe del tutto illogico e irrazionale ( non é forse la menzogna un mezzo assai più indolore e, quindi, “più civile” della violenza, per coartare la volontà altrui?! ).

Ora tale ( del tutto particolare) esaltazione della veridicità e tale (severissima! ) condanna della menzogna certamente mancherebbero di ragione sufficiente, se la conseguenza negativa del mentire fosse individuata solo nel danno provocato a terzi. Evidentemente la menzogna si ritiene dannosa soprattutto a chi la pronuncia.

E ci fa intuire di quale natura sia tale danno il seguente passo tratto da L’iniziazione ( p.100 ) di R. Steiner. Scrive dunque il grande Mistico tedesco: “ Quanto più i pensieri e le parole di un uomo sono in armonia con i processi del mondo esteriore, tanto più presto si sviluppa ( la facoltà della chiaroveggenza ). Chi pensa o dice cosa non vera, uccide qualcosa nel germoglio del fiore di loto a sedici petali ( che, grosso modo, é per lo Steiner uno degli organi sottili e invisibili da cui dipende l’armonico sviluppo della nostra mente ). La veridicità, la lealtà, l’onestà sono a questo riguardo delle forze costruttrici; la menzogna, la falsità, la slealtà sono forze distruttrici. E il discepolo deve sapere che in questo campo non basta la “buona intenzione”, ma occorre vera azione. Se ciò che penso e dico non si accorda con la realtà, distruggo qualcosa nel mio organo sensorio spirituale, anche se credo di essere animato dalle migliori intenzioni. Succede come al bambino che si scotta quando mette la mano sul fuoco sebbene non lo faccia che per ignoranza”.

Inquadrata dal punto di vista del pensiero moderno e della Tradizione la questione, passo ad esprimere su di essa la mia opinione: essa corrisponde all’insegnamento tradizionale: io credo che il mentire sia un male in sé, a prescindere dal bene che ( apparentemente ) possa produrre e del male che ( apparentemente ) possa evitare ( in ciò distinguendosi da certe azioni – come l’omicidio, l’incesto – che, a seconda delle circostanze, possono essere lecite o illecite, e dovendosi assimilare così a quei vizi – come la vigliaccheria, l’incostanza – che sono sempre per definizione riprovevoli).

E, pur rendendomi conto della difficoltà di dimostrare la razionalità e il buon fondamento di tale mia opinione ( la stessa difficoltà peraltro che si incontra a dimostrare che la vigliaccheria é sempre un male e il coraggio sempre un bene ), io non voglio qui rinunciare al tentativo di almeno una demonstratio ad absurdum.

Ordunque, egregio signor Sighele, lei mi viene a dire che la menzogna é bene quando fa del bene; ed io, lì per lì, sarei portato ad assentire. Ma poi, solo che io rifletta un poco, mi accorgo, stimato signor Sighele, che la sua proposizione – che mi sembrava addirittura assumere la forma inoppugnabile del sillogismo: “Ciò che porta del bene é bene” “Quella tal bugia porta del bene” “Ergo quella tal bugia é bene” – é del tutto infondata perché é del tutto infondata la premessa minore del sillogismo ( ora formulato ): non si può dire per nessuna azione, e tanto meno per l’azione del mentire, che procura un bene ( o un male ) in assoluto : solo ci si può spingere ad affermare che essa é un bene relativamente ad una data persona; ciò che non esclude – anzi richiede – che, come Giano Bifronte, essa si riveli un “male” per un’altra: nel mare della vita, se un’onda si alza, un’altra si abbassa. Faccio un esempio: in casa mia fanno irruzione dei briganti e mi chiedono dov’é mia moglie per farle violenza: faccio cosa morale dicendo una bugia e indirizzando i briganti su una falsa pista? “Certamente” – Lei, signor Sighele, mi dirà – : dire una bugia nel caso evita un male”. Un male? Certo dal punto di vista di mia moglie! Ma dal punto di vista dei briganti? Non é forse un male per loro non riuscire a compiere il progettato stupro? Non é forse più giusto allora dire che la mia bugia fa del bene ad una persona ( mia moglie ) e del male ad altre persone ( i briganti ) e che é solo la mia simpatia verso la prima ( il fatto che sentendo la sua sofferenza, come una mia stessa sofferenza, evitando quella, voglio evitarmi questa ) a giustificarmi se deciderò di preferire il suo bene ( che, in definitiva, é anche il mio bene ) a quello dei briganti ?

Diciamolo francamente, signor Sighele, quella che Lei mi propone é la morale che tanto soddisfa i prammatisti americani ( già citati ) , la morale del mercante: la verità va detta, solo se non costa.

E qui sono giunto al punto in cui posso introdurre il mio ragionamento ad absurdum: ma Lei, signor Sighele, se avesse un figlio, glielo insegnerebbe che la verità va detta solo se non costa, che un’azione va compiuta solo se non vi si frappongono ostacoli, che, insomma, sempre e ovunque, bisogna seguire la linea del minor sforzo? Non temerebbe di fare con ciò di suo figlio uno smidollato destinato al fallimento e all’infelicità nella vita? Io ritengo proprio di no, che lei a suo figlio tali insegnamenti per nulla li darebbe. Ma lei mi dice: “Io non gli consiglierei di astenersi da quel che gli costa, ma da quel che gli costa troppo”. Beh, signor Sighele, io posso riconoscere che vi sarebbe anche della saggezza in tale consiglio, la saggezza stando in questo: che nessuno deve pretendere troppo dalle sue forze: Sancho Panza non é costretto a misurare le sue azioni con lo stesso metro morale con cui vanno, invece, misurate quelle del nobile Sigfrido. Però deve essere ben chiaro che Sancho Panza é Sancho Panza e il nobile Sigfrido é il nobile Sigfrido: il primo non può dire al secondo: “ in quell’occasione non c’era il dovere di verità”, ma piuttosto umilmente ammettere: “io non sono tanto forte ( o, per chi crede nella reincarnazione e nell’evoluzione necessaria dell’uomo: io non sono ancora abbastanza forte ) per osservare in una tale occasione il dovere di verità”.

L’esempio ora fatto ci suggerisce un altro argomento a favore dell’assolutezza dell’obbligo di veridicità.

Se si ammette con Gandhi che “Dio é verità assoluta” ( se, infatti, la menzogna é l’arma dei deboli e, comunque, é dettata dalla debolezza, come può mentire chi é assoluta e infinita potenza?!), se si ammette che negli esseri vi é una scala evolutiva ( dalle forme grossolane di materia su su fino a Dio ) e che gli esseri più vicini a Dio risultano di più a sua immagine e più ne riproducono le divine qualità ( tra cui, per quel che qui interessa, la virtù della veridicità), se, infine, si ammette che il compito morale dell’uomo é quello di ascendere in tale scala evolutiva al fine di sempre più deificarsi ( “Non già essere un galantuomo, ma divenire un Dio, questo é lo scopo” – Plotino, Enneadi, I, II, 4; I,II ,7 ) , ebbene, se si ammette tutto questo, si deve anche ammettere che ogni uomo deve porre innanzi a sé come ideale ( certamente irraggiungibile nella assoluta perfezione, ma a cui si deve ciononostante tendere ) l’obbligo assoluto di verità.

Mi piace a questo punto citare come un riflesso, sia pure opaco, di ciò che ho ora sostenuto, quanto posso leggere in un libro abbastanza recente ( edito nel 1968 ) di teologia morale ( il Dictionarium morale et canonicum, a cura di P. Palazzini, p.640): “Dicere verum est bonus actus (…) ratione sociali et divinahabetur hoc modo conformitas ad veracitatem Dei” ( il corsivo é nostro ).

A ben guardare la vera ragione per cui mentire é male, é perché mentire contraddice e mortifica l’insopprimibile conato dell’uomo a farsi, sempre più, simile a Dio!

Dicevo. Obbligo assoluto di verità: verità ad ogni costo: “Io non profferirò mai menzogne, anche se la tempesta farà rovinare le montagne, anche se il sole cadrà sulla terra, anche se i fiumi si metteranno a scorrere verso la sorgente” – così si legge in un testo buddhista ( Jataka, DXXXVII ); e in un altro testo, pure buddhista, l’asceta così esprime la sua determinazione: “Io non mentirò, neppure per gioco” ( ciò che ricorda a noi occidentali quel che si poteva dire di Epaminonda – e di altre figure della nostra antica storia – : “ne joco quidem mentiebatur”).

Io a questo punto leggo l’obiezione, che mi si potrebbe muovere, in L. Battistelli ( La bugia, p.36 ): “Se l’uomo ad ogni istante ed in qualsiasi contingenza dovesse rivelare i suoi pensieri, i suoi sentimenti benevoli o contrari verso il suo simile, si porrebbe nella situazione meno adatta per esplicare la sua attività; ingenuo o ridicolo, finirebbe sempre per essere un vinto nella lotta per la vita”.

Ma questo é il pensiero dell’ateo, chi crede in Dio, crede cioè che questo universo sia stato creato e sia governato da un’infinita sapienza e bontà, non può condividerlo: non può credere che Dio abbia fatto così le cose male da insufflare nel suo animo degli impulsi, una vocazione, rispondendo alla quale si suiciderebbe.

Noi, credendo in Dio, crediamo anche che chi si mette in sintonia con la corrente evolutiva, chi agisce in risposta all’impulso ( divino ) a evolversi e migliorarsi ( e, quindi, a dire la verità ) acquisterà anche le forze e i poteri per infrangere gli ostacoli che tale sua linea di condotta possa procurargli: é del resto insegnamento tradizionale che l’osservanza del dharma ( regola morale ) non può essere disgiunta dal successo o, come é espresso in forma più poetica nella Bhagavad-Gita, che “ ovunque si trovi Krishna là regnano sicuramente opulenza, vittoria, straordinaria potenza e moralità”.

Del resto qui la Tradizione trova conferma nella comune esperienza della vita e nella saggezza popolare: non si dice forse che “audaces fortuna iuvat”? Il che più filosoficamente può esprimersi dicendo che, chi si sforza di trascendere le sue umane limitazioni, é aiutato ( da chi? dalla Fortuna? dagli Dei? da Dio? Poco importa in fondo! Quel che importa é che gli ostacoli e le avversità cedono il passo a chi gagliardo muove sicuro nella fede del suo divino destino!).

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