Male

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Ci avverte il Filosofo che le cose, in sé e per sé, non sono né buone né cattive: il fuoco che ci riscalda, ci può anche bruciare; l’acqua che ci disseta, ci può anche annegare (1). E quel che si può dire per le cose e gli eventi della Natura, può essere ripetuto per le azioni dell’uomo: Enrico VIII fa rotolare la testa di Anna Bolena? Male per questa, ma forse la terra ringrazia per il concime ( umano) che le vien dato. Insomma le azioni non sono né buone né cattive: sono e basta. Ciò non toglie che noi, buone o cattive, le possiamo sentire; e che il compimento di un’azione, che sentiamo “cattiva” possa determinare nella nostra psiche un nodo ( chiamiamolo, rimorso ) che ci costerà fatica e dolore sciogliere.

Come può avvenire ciò? Come può accadere che noi si venga a sentire come cattiva e riprovevole un’azione e se ne senta rimorso? Può accadere, accade, perché l’uomo é un essere in evoluzione: egli é in cammino, un cammino talvolta lento talvolta faticoso, per realizzare nella sua anima la grande Idea: l’Idea che tutti : uomini, animali, piante, insomma tutti gli esseri dell’universo sono “Uno” ( Uno con Lui, con il suo “Io”) (2); e man mano che a tale Idea si avvicina, sempre più chiaramente ne percepisce il disegno (3) e ad esso adegua i suoi ideali: di conseguenza la sua anima traccia intorno a sé circoli sempre più ampi (4) e l’ideale nuovo offusca e fa sentire ripugnante l’ideale antico (5), come un nuovo vestito ci fa indossare mal volentieri quello antico e logoro.

All’inizio del cammino, appena uscito dalla notte dei tempi, egli sa rinunciare alla sua vita per far salva quella dei figli neonati (6), ma trova giusto con la clava assalire il fratello della caverna accanto; fatto un passo avanti, egli é pronto sacrificarsi per il suo clan, si sente maledetto da Dio come un Caino se leva il braccio armato verso l’occupante della capanna accanto alla sua, ma non esita ad assalire la tribù vicina; ancora un passo avanti, ed é pronto a morire per chi parla la sua lingua e veste il suo costume, con orrore guarda chi uccide il concittadino (7) ma loda ed emula chi al barbaro fa guerra….fino a che, circolo dopo circolo, passo dopo passo, egli, come il saggio indù davanti al soldato europeo che lo trafigge, estatico può dire al suo nemico Tat tuam asi,Tu sei Lui, Tu sei Dio, Tu sei Io che sono Dio (8). Giustamente dunque i saggi cultori della Cabala potevano definire il male come l’ombra del bene (9): invero il male esiste perché ( e questa é la benedizione! ) esiste il bene, perché l’uomo nella sua costante evoluzione sviluppa idee e concetti che gli fanno sentire male le azioni compiute in base alle vecchie idee e ai vecchi concetti: sono le nuove vette scalate, i nuovi traguardi raggiunti che ci fanno sentire bassi e vili le cime dianzi raggiunte, i traguardi dianzi tagliati.

Quale la conclusione da trarre da ciò? Quella di agire verso i nostri simili con comprensione e senza fanatismo. Tu non ti devi scandalizzare se il tuo vicino non ha la tua stessa sensibilità morale, se egli agisce in una maniera che tu giudichi immorale: ciò che é male allo stadio evolutivo in cui tu ti trovi, non é detto che sia male e può essere addirittura bene allo stadio evolutivo in cui lui si trova ( e viceversa!): i doveri dell’uno non sono i doveri dell’altro: per dirla con le parole dell’antica sapienza vedica , ognuno ha il suo dharma (10).

Tu giovane “progressista” (11), se così ti aggrada lotta pure per il “progresso morale” della società, ma…senza fanatismo: sapendo che mai esisterà una società senza “male” e senza “malvagi” ( perché? Il perché l’ho spiegato: perché il male non é che l’altra faccia del bene).

Note

(1) Vivekananda ( Jnana Yoga , p. 57 ): “ Non esiste in questo mondo nessuna cosa su cui sia lecito apporre l’etichetta di buona, solamente di buona, oppure di cattiva, solamente di cattiva. Il fenomeno che oggi ci appare buono può apparirci domani cattivo. La stessa cosa che produce miseria nell’uno può produrre felicità nell’altro. Il fuoco che brucia il bambino può cuocere un buon pasto per un affamato. I medesimi nervi che producono le sensazioni di miseria producono altresì quelle di felicità”.

(2) Ramacharaka ( Corso superiore di filosofia yoga e di occultismo orientale, Milano, 1950, p. 89 ): “ Gli yogi ritengono che gli odierni ideali di morale, di condotta e di etica indichino che gli uomini stanno per abbandonare l’idea e l’illusione della separatività, e che la conoscenza dell’Unità sta sorgendo nelle loro menti. Questa albeggiante coscienza é la causa per cui molte cose che erano in passato considerate un “bene” vengono ora ritenute un “male”.

(3) Un’altra bella immagine tratta da Vivekananda ( Jnana Yoga, p.39 ):”Supponete che tra me e voi vi sia una parete nella quale sia stato praticato un piccolo foro, dal quale io possa scorgere alcune facce che stanno dinanzi a me. Ora supponete che il foro diventi progressivamente più grande e, stando così le cose, la scena davanti a me si riveli sempre maggiormente, finché, quando la parete sia scomparsa, io mi trovi al cospetto del tutto”.

(4) Traiamo l’immagine del “circolo” da Emerson ( Saggi, p. 218 ): “ La nostra vita é un apprendistato di quella verità secondo la quale intorno ad ogni circolo é possibile disegnarne un’altro; per cui nella natura non c’é fine, ma ogni fine é un principio; c’é un’altra aurora che sorge sempre dopo il tramonto, e sotto ogni profondità un’altra profondità più profonda si apre”.

Ancora Emerson ( Op. u.c., p. 229 ): “ Non c’é virtù che sia definitiva, tutte sono iniziali. Le virtù della società sono i vizi dei santi”.

(5) Ramacharaka ( in Corso superiore di filosofia yoga e di occultismo orientale, Milano,1950, p.98 ) spiega che “ la tentazione o l’impulso a fare il “male” proviene dalle regioni inferiori della mente, quella parte della Mente Istintiva che concerne le passioni animali, le tendenze “innate”, le emozioni, ecc. le quali sono nostra eredità del passato. Esse non sono “cattive” in se stesse, ma fanno parte della storia dell’anima che ci siamo lasciati alle spalle e dalla quale ci stiamo liberando. Possono essere state il più alto “bene” che la nostra mente poteva concepire in qualche epoca della nostra evoluzione (….) Ma ora che abbiamo oltrepassato lo stadio in cui quei sentimenti, quelle passioni, quelle attività costituivano il più alto bene, e che il nostro attuale grado di sviluppo ci consente di trarre profitto da più elevate concezioni di verità, quelle vecchie esperienze ci appaiono decisamente “cattive” ed “errate”

(9) Confr. R. Ambelain , La cabala operativa, passim

(10) Ramachraka ( nel suo Corso superiore di filosofia yoga e di occultismo orientale, p. 75 ) definisce il Dharma come “ la regola d’azione e di vita che meglio si adatta alla necessità dell’anima individuale e che meglio aiuta quella particolare anima nell’ulteriore passo del suo sviluppo”. Il Ramacharaka riconosce, però, con umiltà, che la definizione da lui data non giunge a cogliere completamente l’esatta e profonda essenza del Dharma.

Forse a tale scopo più si avvicina il seguente passo tratto da Evola ( Yoga della potenza, p. 119 ):”Dharma (…) designa la natura propria di una cosa o di una persona: é ciò che, sul piano samsarico, la definisce e fa sì che sia quella e non un’altra (…) Così, ad esempio, il dharma del fuoco é bruciare, il dharma del pesce é nuotare, il dharma dell’essere di una data casta é la legge corrispondente ad essa, e via dicendo. Natura propria, dunque, e, simultaneamente, legge fondamentale di un dato essere condizionato”.

Però “ una tale legge può essere più o meno riconosciuta e seguita, dal che – continua a spiegare Evola ( ibidem ) – procedono effetti corrispondenti, secondo ciò che nella terminologia indù si chiama il karma. Il karma fa sì che ogni essere riceva proprio quel che é conforme alla qualità delle sue azioni, in forma immediata o differita. Non si tratta, però, qui, di una sanzione comunque estrinseca o legata a valori morali, bensì di una legge immanente: l’azione stessa partorisce un dato effetto. Epperò é karma che, ingerendo una sostanza contraria alla natura di un dato organismo, questo si ammali; lo stesso – secondo rapporti di pura causalità – vale per ogni dominio, quello spirituale compreso. Dharma e Karma sono , per tal via, strettamente connessi: certi effetti procedono dal karma per il fatto di avere un dharma e non un altro. Essi non sono uguali ove il dharma sia diverso. Per cui per es. ciò che per l’uomo é velenoso, per alcuni animali può non esserlo”.

E’ noto che nell’India vedica i membri della società erano suddivisi in varie categorie ( brahmana, ksastriya, vaisya, sudra…); e che per gli appartenenti a ciascuna di tali categorie era dettato un dharma diverso: ad esempio, per un brahmana era male reagire con violenza ad un’aggressione, lo ksastriya invece aveva il dovere di farlo. Ciò era senza dubbio più intelligente che il rendere, come la nostra Costituzione fa, tutti i cittadini eguali di fronte alla legge.

(11) Il seguente episodio della vita di Ramakrishna dimostra bene il poco conto e spazio che aveva, in una visione tradizionalista, quel tipo del “riformatore sociale”, che é tenuto, invece, in tanta auge nella attuale civiltà occidentale.

“Rivolgendosi ad un gruppo di riformatori sociali entusiasti, Shri Ramakrishna disse

loro :” Voi parlate molto di far del bene al mondo! Praticate prima la religione e realizzate Dio! Allora soltanto vi saranno dati l’ispirazione e il potere e potrete parlare di far del bene; non prima”.

“Signore , chiese un brahmo, volete dire che dobbiamo rinunciare ad ogni lavoro fintanto che non abbiamo visto Dio?”

“Certamente no, rispose il Maestro. Perché rinunciare a lavorare? Occorre continuare a praticare la meditazione, il canto degli inni ed altri esercizi religiosi”.

“Intendo, precisò il brahmo, il lavoro che si riferisce al mondo. Occorre cessare completamente di occuparci di tutto ciò che é secolare?”
“ Potete occuparvene, rispose Shri Ramakrishna , nella misura indispensabile per vivere. Ma occorre nel medesimo tempo che preghiate Dio con fervore perchè vi invii la Sua grazia e la forza di adempiere al vostro dovere senza sperare una ricompensa, né temere una punizione in questo mondo o nell’altro”( da Alla ricerca di Dio, p. 304 ).

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