Laicismo

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Un saggio mi dice, “credi in Dio, Dio esiste”. Egli mi appare del tutto degno di rispetto, ha la fronte spaziosa, l’occhio sereno e buono; e tuttavia sento che, se io fondassi la mia vita ( le scelte morali ch’essa mi impone ) solo sulle sue parole, la fonderei ( le fonderei ) sulla infida e malfida arena: sempre il dubbio che tali parole fossero il frutto di un errore ( sia pure in buona fede ) mi tormenterebbe e il timore di avere impostato la mia vita su una falsa premessa mi assalirebbe (1). Se Dio esiste, ci crederò, ma quando lo vedrò ( o almeno vedrò un Suo riflesso ) (2); perché , solo così facendo, so che mi sarà possibile quella pace mentale e del cuore “che supera ogni intendimento” (3).

Vero che bisogna vivere; e anche senza certezze, ma fidando sulla semplice probabilità, che quel che ci viene detto sia vero: raramente, ai bivi frequenti della vita, nella scelta della strada che ci dovrebbe condurre alla meta, possiamo giovarci della nostra esperienza: il più delle volte dobbiamo fidarci delle altrui parole. La qual cosa é ritenuta ed é ragionevole; ma quel che é ragionevole nella ricerca dei beni terreni, deve anche esserlo nella ricerca del Sommo Bene e della Verità. Se una persona, di cui già abbiamo sperimentata la saggezza, ci dice “ Fai questo e questo e vedrai quest’altro” , e la meta che ci addita é adeguata al sacrificio, che i pesi di cui ci carica comportano ( e lo sarà senz’altro, qualunque siano tali sacrifici, se tale meta é il Sommo Bene ), perché non seguire il consiglio? E’ ragionevole rispondere a tale domanda di sì ( sì, tale consiglio va seguito) (4) ed assurdo sarebbe rispondervi di no (5).

Ma questo non contraddice la premessa da cui siamo partiti.

A questo punto, tu, studioso, concluderai che la nostra filosofia ( ammesso che quel che diciamo meriti tale nome ) é una filosofia laica: non é forse da “laici” rifiutare e smascherare ogni idea fondata sul principio di autorità ( e non sull’esperienza) (6)? non siamo venuti noi a dire tutto questo? Non precisamente; e certamente nulla noi abbiamo a che fare col laicismo. A cui siamo pronti a riconoscere alcuni meriti ( in particolare, quello di favorire la tolleranza tra le opposte fedi ) (7), ma a cui siamo anche costretti a contestare ( almeno ) tre errori.

Primo, di essere assai poco….laico. La cultura laica ha coscienziosamente eliminati gli Dei dall’Olimpo e i Santi dagli altari, ma si é creata una mitologia con parole fatte di niente, parole a cui nessun preciso concetto corrisponde. Domandate a un laico perché dal petto di una madre sgorga il latte necessario per il suo bimbo e vi risponderà “E’ Madre Natura che provvede”; domandategli perché una mela dall’albero cade a terra e vi risponderà “E’ per la forza di gravità” : ma chi l’ha mai vista “Madre Natura”, chi l’ha mai vista la “Forza di gravità” (8)?

Secondo errore ( del laicismo ): una sopravvalutazione della ragione e ( almeno tendenzialmente ) un rifiuto della trascendenza.

Invece alla ragione può , al più, affidarsi il ( limitato ) compito di evitarci l’errore: se io, dopo aver premesso “tutti gli uomini sono mortali”, concludo “Mario, che pure é un uomo, vivrà in eterno”, un qualche cosa stride nel mio cervello ad indicarmi che sono caduto in errore. Ma questo c’é ( l’errore c’é ) se il “dato”, fornito dall’esperienza alla ragione, é esatto, se effettivamente tutti gli uomini sono mortali. In definitiva é sull’esperienza che si fonda la conoscenza; e l’esperienza non é di per sé né razionale né irrazionale: é, e basta. La vera risposta a tale domanda é allora: quale é l’esperienza da noi utilizzabile? E nella risposta a tale domanda si rivela la limitatezza del laicismo : per il laicismo, infatti, l’unica esperienza utilizzabile è quella che deriva dai sensi ( fisici ben s’intende !): “Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu”.

Mentre, invece, all’esperienza derivante dai sensi, ben poco é dovuto di quello, che si considera il patrimonio morale irrinunciabile dell’umanità: che non sia giusto che il vinto sia fatto schiavo, o il bimbo gracile sia gettato dalla rupe Tarpea, rientra nel credo dell’umanità, non in seguito all’esperienza, ma in seguito all’ispirazione (9): all’ispirazione giusta e santa di uomini che seppero rendersi degni di riceverla ( comandando ai sensi e salendo come Mosè sul monte Sinai a parlare col Cielo) (10).

E, a ben guardare, anche quel che si deve ai sensi, spesso acquista per noi importanza per un valore aggiuntivo, che ai sensi non é dovuto: io sento la “Nona” di Beethoven e vado al settimo cielo, io vedo lo spettacolo del sole che sorge e la mia anima sembra fondersi con tutto il Creato: certo ciò é dovuto ai sensi, ma anche il mio cane aveva le orecchie per sentire e gli occhi per vedere eppure a lui, né la musica di Beethoven né lo spettacolo del sole sorgente, hanno dato una particolare commozione: da che deriva, se non dall’ispirazione ( e non dall’esperienza ), quel valore aggiuntivo di cui io, uomo, ho goduto?!

Terzo errore ( del laicismo ): la mentalità critica e dissacrante.

Criticare é bene, se la parola é presa nel senso letterale: cioé nel senso di un separare il buono dal cattivo, il grano dal loglio. E’ male, invece, quando lo sguardo quasi automaticamente corre e si appunta sugli aspetti negativi delle cose e delle persone. Tale é invece l’atteggiamento dei laici: sembra sia loro naturale vantarsi del loro spirito “mordace” o, addirittura, della loro “rabbia” e disprezzare tutto ciò che é venerazione e rispetto. Senonché il Cielo non scende con i suoi doni a visitare il cuore degli ( intellettualmente ) orgogliosi, ma quello dei “poveri di spirito” (11). E chi vuol cogliere il vero, non deve, superbo, muovere come un novello Teseo alla sua ricerca (12), ma calmo e sereno preparare le condizioni a che il Cielo glielo riveli ( un po’ come quando vuole ricordarsi di qualcosa: che fa allora? si affanna ad aprire a casaccio i cassetti della sua memoria o, saggio, assume un atteggiamento fermo e calmo di attesa, che favorisca l’emergere del ricordo?!(13).

Proprio in questo diverso atteggiamento ( morale più che intellettuale ) Vi é il vero discrimen tra laicismo e tradizionalismo ( e, se vogliamo riferirci alla politica, tra Repubblica e Monarchia ) (14).

Il tradizionalista, al contrario del laico, sa che, per l’esatto conoscere, un cuore puro e generoso é importante quanto, anzi più importante, di un buon cervello ; che il cannocchiale più potente, ma le cui lenti sono offuscate, vede meno lontano di quello con meno potenza, ma con più pulizia: e pertanto egli soprattutto si preoccupa di rendere pulito il suo cannocchiale, di far puro il suo cuore ( e considera il massimo del ridicolo che un mariolo, tra un sorso di whiski e una sniffata di cocaina voglia predicare su quel che é vero o falso ). Il resto lo rimette alla ispirazione e alla pietà celeste.

Note

(1) Vivekananda, parlando del Raja-Yoga, poteva dire: “ Nessuna fede o credenza é dunque necessaria per studiare il Raja-Yoga: esso c’insegna, fra l’altro, a non credere a nulla finché non ce ne rendiamo convinti da noi stessi” ( Yoga pratici , p. 177 ).

Ma non debbo io dubitare di ciò che mi trasmettono i miei sensi ( mi fanno udire le mie orecchie, vedere i miei occhi…)? Sì, se si tratta della percezione di una realtà fisica; ma la visione della Verità porta in sé la sua certezza. Sul punto noi possiamo richiamare il passo già citato di Emerson ( Saggi, p. 205) : “L’anima percepisce e rivela la verità. Noi conosciamo la verità quando la vediamo, gli scettici e gli spiritosi dicano pure quel che vogliono. La gente sciocca vi domanda quando avete detto qualcosa che essi non vogliono udire: “Come sapete che questa é la verità e non un vostro errore?”. Noi conosciamo la verità quando la vediamo, con l’opinione, come sappiamo di essere svegli quando siamo svegli”.

Alla citazione di Emerson possiamo aggiungere qui quella di Vivekananda. Anche il grande Swami ritiene che “ la verità non ha bisogno di puntelli per sostenersi, così come le nostre esperienze allo stato di veglia non abbisognano di sogni o di immaginazioni per essere provate” ( Yoga Pratici , p. 177 ). E in tale ordine di idee può ancora dire ( in Jnana Yoga, p. 265 ) – riferendosi alla indifferenza di chi ha raggiunta la verità di fronte alle varie contestazioni degli uomini mondani -:”Supponete di aver visitato un paese, e che un’altra persona venga da voi e cerchi di convincervi che tale paese non é mai esistito. Essa potrà continuare ad argomentare indefinitamente, ma il vostro atteggiamento mentale rispetto a costei non potrà non essere tale da ritenere la stessa ricoverabile in un manicomio”.

Sul punto ritorneremo in una nota seguente.

(2) Ramakrishna insegnava che “Dio formato” – ( cioé Dio quando assume una forma, in contrapposto all’aspetto “impersonale” di Dio, pur esso per Ramakrishna vero: Egli insegnava,”Dio é con forma e senza forma”) – “é visibile: possiamo persino parlarGli, toccarlo come tocchiamo il nostro più caro amico” – confr. Alla ricerca di Dio , p. 326.

Ed essendo stato richiesto a Rasmakrishna perché credeva in Dio, Egli rispose al suo interlocutore molto semplicemente così: “Perché io vedo Dio come vedo voi, ma molto più intensamente”

(3) Probabilmente é nell’ordine di idee espresso nel testo che Evola J. dà, come condotta da tenere, quella di essere “centrali”, rifiutando di aderire ad uno specifico “credo” ( Cavalcare la tigre, passim ).

Senza dubbio ambiva a raggiungere una tale “centralità” Cartesio, quando elaborò il suo famoso “Cogito ergo sum”, cioé un’affermazione la cui verità si basava su se stessa.

Con tutto ciò un “dubbio sistematico” quale adottato da alcune scuole di filosofia occidentali, sa di artificiosità e di “gioco intellettuale”: nessun uomo sano si pone il problema dell’esistenza del mondo o problemi simili ( e non se li posero , né il Buddha, né Gesù il Cristo, né Confucio….).

(4) La “ragionevolezza” di una tale risposta risulta ben chiarita dal seguente passo di Rudolf Steiner ( L’iniziazione, Laterza, 1926, p. 91 ): “ Come un uomo non può diventare pittore, se si rifiuta di prendere in mano il pennello, così pure nessuno può ricevere l’educazione ( necessaria per giungere alla verità ), se non vuole adempiere alle richieste che il suo maestro ritiene necessarie. In ultima analisi il maestro (…..) non può dare che dei consigli, ed é in questo senso appunto che si deve accogliere tutto ciò che egli dice. Egli ha già percorso le vie preparatorie che conducono alla conoscenza ( ….) e sa per esperienza ciò che é necessario; dipende completamente dalla libera volontà di ogni singola persona di decidere, se le convenga o meno di seguire quelle medesime vie. Chi volesse chiedere a un maestro d’insegnargli la disciplina ( necessaria per giungere alla verità ), senza volerne però accettare le condizioni, somiglierebbe proprio a una persona che dicesse: insegnatemi a dipingere, ma non mi chiedete di toccar un pennello”.

(5) Certo, nell’adesione al consiglio datoci, influirà anche, anzi molto, la fiducia riposta in chi ce lo dà. E qui si innesta la problematica di come riconoscere il Maestro saggio e giusto, il Maestro che non ci può ingannare. Ecco sul punto l’insegnamento di Vivekananda: “ Allora, come potremo riconoscere il vero maestro? Il sole non ha bisogno di torcia per rendersi visibile; noi non abbiamo bisogno di accendere una candela per vederlo. Quando il sole sorge, istintivamente noi ce ne accorgiamo; e così, quando un maestro di uomini verrà ad aiutarci, la nostra anima saprà istintivamente che la verità ha già cominciato a splendere su lei. La verità si regge sulla stessa evidenza, non ha bisogno di testimonianze, che la comprovino; splende di luce propria, penetra negli angoli più riposti della nostra natura e, in sua presenza, tutto l’universo si leva e dice “Questa é la verità” – da Yoga pratici, p. 114.

(6) Valerio Zanone ( nella voce , Laicismo, del Dizionario di politica , p. 547 ) definisce il laicismo “come un metodo inteso allo smascheramento di tutte le ideologie”.

In realtà il laicismo – così come il razionalismo e l’umanesimo ( a cui esso é strettamente connesso, riesce, infatti, più che difficile, impossibile immaginare uno “spirito laico”, che non sia anche un umanista e un razionalista ) – é espressione di una tendenza a negare nell’uomo “il possesso e l’uso d’ogni facoltà di carattere trascendente” ( confr. Guenon, Il regno della quantità e i segni dei tempi, Adelphi, 1982, p. 189 ). Guenon, pertanto, vede in tali movimenti culturali altrettante “tappe dell’azione antitradizionale” ( confr. Op.u.c. p. 187 ss.).

(7) Secondo Guido Calogero il principio laico consiste nella regola “Non pretendere di possedere la verità più di quanto ogni altro possa pretendere di possederla” – confr. Valerio Zanone ( Op. cit., p. 549 ). Ciò porta all’equazione laicismo = agnosticismo. Il che può rendere accettabile il laicismo per un miscredente, ma non

certo per un credente. Se si aggiunge che la tolleranza del miscredente verso le varie “fedi” ha, al postutto, il suo fondamento nel disprezzo sul loro intrinseco valore ( dato che, se é conseguente, egli non può non considerarle al massimo che come pregevoli “oggetti da museo”), il quadro é completo; e non si può dar torto a Giovanni Gentile quando ( in Genesi e struttura della società ) sosteneva che “lo spirito laico e lo Stato laico sono una favola” – confr. V. Zanone, Op. cit. p. 549.

(8) J. Evola ( in L’arco e clava, p. 64 ) fa notare “questo singolare capovolgimento: l’antica umanità é stata accusata di essere “mitica”, ossia di aver vissuto e di aver agito soggiacendo a semplici complessi fantastici e irrazionali. La verità é , invece, che se é mai esistita una umanità “mitica” in questo senso negativo, essa é di certo proprio l’umanità contemporanea: esattamente quelle grandi parole scritte con la maiuscola – cominciando con Popolo, Progresso, Umanità, Società, Libertà e tante altre che hanno suscitato incredibili movimenti di massa e che, presso ad una fondamentale paralisi di ogni capacità di giudizio lucido e di critica, sul singolo hanno avuto le conseguenze più disastrose – tutte queste parole presentano oggi il carattere di miti, anzi, meglio sarebbe caratterizzarli come “favole”, perché etimologicamente “favola” da fari , significa quel che corrisponde ad un semplice parlare, cioé vuote parole. Questo é il livello sul quale si trova la cosiddetta umanità evoluta e illuminata dei nostri giorni”.

(9) Ramakrishna drastico: “ Non é certamente con le nostre deboli facoltà di raziocinio e di discriminazione ( vichara) che possiamo raggiungere l’Assoluto. Dunque rivelazione e non ragionamento! Ispirazione e non ragione! ( da Alla ricerca di Dio, p. 318 ).

(10) Illustra piacevolmente i limiti della ragione umana, il seguente racconto, narrato da Prabhupada ( in La vita viene dalla vita, 1987, ediz. Bhaktivedanta, p.2 ) per ironizzare sulla presunzione dei moderni scienziati:” C’era una volta una rana che viveva in fondo a un pozzo. Un giorno un amico la informò dell’esistenza dell’Oceano Atlantico. La nostra rana domandò allora al suo amico:

“Che cos’é quest’Oceano Atlantico?

“ E’ un’immensa distesa d’acqua” – le rispose l’amico.

“Quant’é grande? Dieci volte questo pozzo?”

“ Oh no! Molto più grande” – replicò l’amico.

“ Ma quanto più grande? Cento volte?”

In questo modo la rana cominciò a fare i suoi calcoli. Ma come avrebbe potuto comprendere la grandezza dell’Oceano procedendo in questo modo ? Similmente – chiosava Prabhupada – le nostre facoltà, la nostra esperienza e la nostra capacità di speculazione sono sempre limitate. Perciò le ipotesi degli scienziati non fanno altro che incoraggiare questa mentalità da rana”.

(11) Rudolf Steiner ( L’iniziazione, p.16 ) vede, nella capacità alla “ venerazione, devozione, di fronte alla verità e alla conoscenza”, una condicio sine qua non per inoltrarsi proficuamente sul sentiero della ricerca spirituale. Egli nota ( ivi , p.18 ) come “ La nostra civiltà sia piuttosto proclive a criticare, a giudicare, a sentenziare, e tende poco alla devozione, alla completa venerazione”. “Ma ogni critica, ogni censura – sostiene Egli ( ibidem ) – danneggia le forze dell’anima per la sua conoscenza superiore altrettanto quanto invece le sviluppa la devota venerazione”. Pertanto, prosegue lo Steiner ( ivi, p.19 ) “ chi vuole diventare ( cercatore della verità) deve educarsi energicamente all’atteggiamento devozionale. Nell’ambiente che lo circonda, nelle proprie esperienze, egli deve cercare ovunque ciò che può strappargli ammirazione, rispetto. Se incontro un uomo e biasimò le sue debolezze, mi tolgo forza per acquistare conoscenze superiori; se cerco invece amorevolmente di penetrare fino alle sue qualità, accumulo tale forza. Il discepolo deve sempre ricordarsi di seguire questo consiglio (….) Questa però non deve rimanere una semplice norma esteriore della vita ma deve impossessarsi dell’interiorità più profonda dell’anima nostra ( Non basta che esteriormente, col mio contegno , io dimostri rispetto verso una persona, devo avere questo rispetto nel pensiero)”.

(12) Per il che può valere anche il detto Zen: Chi cerca la Via, si mette fuori della Via”.

(13) Ecco i consigli che Sri Aurobindo dava a un suo discepolo ( da Guida allo Yoga, ed. Mediterranee, 1975, p.51 ): “Il principio stesso del nostro Yoga consiste nell’aprirsi all’Influsso divino che é sempre là, al di sopra di voi, e, se ne divenite coscienti anche una volta, vi rimane solo da attirarlo a voi. Scende nella mente e nel corpo come un fiotto di Pace, di Luce, di Forza operante, come Presenza divina con forma o senza, come Ananda. Bisogna, prima di ottenere questa coscienza ,aver fede ed aprirsi. L’ispirazione, l’invocazione, la preghiera sono forme diverse di una sola e stessa cosa, e tutte efficaci”.

(14) E in realtà Monarchia e Repubblica si differenziano, non già per la diversa organizzazione del potere nell’ambito strettamente politico – dato che non possono essere prese a caratteristiche della Repubblica né la elettività della suprema carica ( e infatti vi sono state Monarchie in cui il re era elettivo ) né la sua durata ( e infatti vi sono state Repubbliche il cui presidente era eletto a vita ) – ma per la loro diversa scala di valori vigente nell’ambito sociale: la Repubblica, ponendo all’apice di tale scala, l’amore della libertà e dell’indipendenza, e, la Monarchia, la lealtà e la fedeltà ( e in effetti noi vediamo ancora adesso che nei regimi monarchici la popolazione segue con simpatia ed affetto le vicissitudini della famiglia regnante, nonostante i difetti che possano segnare i suoi componenti ).

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