Individualismo

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Nulla ha più pregio ed é più lodato presso di noi occidentali che l’individualismo. E’ bene? É male? É segno di un progresso o di un regresso della nostra civiltà?

Per dirlo bisogna cominciare col chiarire che il termine “individualismo” rimanda a due significati, non solo diversi, ma antitetici.

Il primo é quello reso palese dall’espressione “ avere una forte individualità”; il che é come dire: avere tanta “forza di carattere” da sfuggire ai condizionamenti sociali, l’esser capace di “ragionare con la propria testa”.

Il secondo ( significato) si manifesta nell’espressione “Essere individualisti”; il che é come dire: essere portati a preoccuparsi più delle cose private che di quelle pubbliche, nel presupposto che la propria vita sia separata da quella degli altri: ciò che tocca costoro, non tocca noi e viceversa, quindi: “Ognuno per sé, Dio per tutti”.

Ora a chi ci domanda se é bene l’individualismo, noi rispondiamo che é bene nel primo significato, com’é bene tutto ciò che é forza, che é potere (3); ma é male nel secondo(4), com’è male tutto ciò che é falso, che non corrisponde alla effettiva realtà delle cose.

Perché le cose nella loro realtà effettiva stanno così: che ognuno di noi, non solo non é separato, ma é legato da infiniti, anche se invisibili, fili a tutti gli altri: ogni nostra azione, diremo di più, ogni nostro pensiero influisce sugli altri e nulla accade in Sirio o in Venere o in Marte o in qualsiasi altro luogo dell’infinito Universo, la cui onda lunga, prima o poi, non ci lambisca. E la prova del nove della ( sacrosanta ) verità di tale nostro giudizio, la ricaviamo dal fatto che se uno volesse fino in fondo “essere individualista” ( nel secondo significato ) si precluderebbe inesorabilmente la possibilità di “avere una (forte ) personalità” ( nel primo significato ). “Un uomo cresce con i suoi ideali” era solito dire uno Statista che aveva saputo elevarsi dagli umili natali al vertice della propria Nazione (5). E mai osservazione fu più giusta: chi si rinchiude nel proprio “particulare” taglia le radici da cui ogni grande anima seppe trar linfa e forza per il proprio agire: Gandhi, San Paolo, Aurobindo, San Francesco – che con la grandezza della loro personalità seppero soggiogare milioni di loro simili e lasciare un’impronta indelebile nella storia – sono stati tutti uomini in cui anche rifulse in massimo grado la capacità di sacrificarsi per gli altri (6): non dice nulla questo ? non dice che “essere individualisti” e “avere una personalità”, non solo sono cose diverse, ma antitetiche: la prima essendo male e la seconda la negazione della prima, cioé bene?!

Note

( 3 ) Il progresso dell’Umanità non é frutto di un lavoro di équipe, ma é dovuto a poche grandi Personalità che hanno avuto la forza di elevarsi sulle masse. Emerson insegnava: “ Tutte le rivelazioni, sia d’ordine meccanico, che intellettuale o morale, vengono fatte non a comunità, ma a singoli individui; tutti gli eventi notevoli dell’età nostra, tutte le città, tutte le colonie, possono essere ricondotti alla loro origine al cervello di una determinata persona; e tutti gli elementi che costituiscono la nostra civiltà, furono prima pensieri di pochi e nobili intelletti” ( Riflessioni sulla vita in

Energia morale, Milano, p. 302 ).

E sempre Emerson ( Ivi, p. 299 ):”Le masse sono rozze, difettose, non evolute, perniciose nelle loro richieste e nella loro influenza e non hanno bisogno di essere adulate, ma educate. Io non desidero fare alcuna concessione ad esse, ma solo domarle, disciplinarle, dividerle, spezzettarle per trarne degli individui” ( dove evidentemente il termine “individui” é inteso nel primo dei significati da noi chiarito).

E’ un sublime paradosso della Natura che, quanto più uno aumenti il proprio senso di solidarietà ( in termini filosofici: il senso dell’unità di tutti gli esseri ) e più egli si diversifichi dalla massa, divenga una “grande personalità”.

(4) Anche se l’individualismo ( in tale secondo significato ) trova nella nostra epoca una più che ottima giustificazione in un soffocante e ottuso “socialismo”, sotto la cui bandiera si vorrebbe che, entusiasti e felici, tutti marciassero.

Perché é giusto che io mi preoccupi e mi sacrifichi per il bene dell’Umanità; ma non é detto che questo “bene dell’umanità” sia quello dettato dai “piccoli uomini” che ( purtroppo! ) stanno al governo degli Stati. Essi ti dicono: “Che perdi tempo tu, monaco, a pregare, tu, filosofo, a meditare, tu, poeta, a scrivere ? non sai che ci sono dei poveri “pensionati” che non hanno i soldi per comprare la televisione ( che li inebetisce!), le medicine ( che li avvelenano!), la carne ( che li intossica!)-?”. E vorrebbero che tutti con ogni loro energia e dedizione si dedicassero all’unica cosa che la loro ( cortissima!) vista sa vedere come “bene dell’umanità”: l’aumento sempre maggiore dei beni di consumo.

Vivekananda , il grande Filosofo dell’India moderna, alla domanda “Che bene ne avrà il mondo dalla conoscenza?” rispondeva ( in Jnana Yoga,F.lli Bocca Editori, p.266 ): “Che cosa si vuole significare con questo? Ad un bambino piacciono i canditi. Facciamo conto che Voi stiate facendo delle indagini sull’elettricità. Allora il bambino verrà fuori a chiedervi: “ Ciò che state facendo vi darà la possibilità di comprarmi dei canditi?” “No” – rispondete voi. “Allora quale bene farà” – domanda il bambino. Così gli uomini – continua il grande Filosofo – chiedono: “Che bene farà a questo mondo? Ci procurerà del denaro’” “No”. “Allora qual’é il bene che apporterà?”. Ecco dunque ciò che gli uomini intendono col “fare del bene” al mondo”.

(5) Adolfo Hitler, che nato in una famiglia della piccola borghesia, diventò poi, come tutti sanno, Cancellier del Terzo Reich.

(6) Che l’ altruismo comporti il sacrificio dell’individualismo ( nel secondo significato da noi attribuitogli ) é ben chiarito da Vivekananda ( Jnana-Yoga, cit.) : “Anche colui – osserva il grande Filosofo indiano – che si spaventa se gli si dice che quell’individualità é illusoria, ed é cosa ignobile l’attaccarsi ad essa, pure egli vi dirà che l’estrema abnegazione é il centro di ogni moralità. Ora, che cos’é la perfetta abnegazione? Essa significa la negazione di questo “io” apparente, la negazione di ogni egoismo” . “Perché ciascuno dice “fate bene agli altri” ? Per quale ragione

tutti i grandi uomini hanno predicato la fratellanza umana e degli uomini ancor più spiritualmente elevati la fratellanza di tutto ciò che ha vita?” – si domanda ancora il Vivekananda ( in Op. citata, p. 231 ) e risponde : “Perché, ne siano essi consci o meno, al di là di tutto ciò che é superstizione irrazionale e personale, brilla l’eterna luce dell’Io che nega ogni molteplicità ed afferma che tutto quanto l’universo non é che Unità”. E dove c’é l’unità, dove manca un “tu” che ci possa nuocere, viene meno anche la paura; e venuta meno l’oppressione della paura, l’uomo trova naturale essere “altruista”, amare.

Legga ancora lo studioso il seguente passo tratto da un discorso dell’Aivanhov ( tenendo presente che la “personalità” , di cui parla l’Aivanhov , é la individualità nel suo secondo significato, di cui finora noi abbiamo parlato) : “La paura e il timore debbono essere vinti. E’ per questo che é detto che il regno di Dio appartiene agli audaci. E’ la personalità che ha paura, mai l’individualità. La personalità ha paura perché si sente isolata, si sente povera, é per questo che tenta sempre di prendere, per garantire la sua sicurezza. Quando si ha paura non si può amare. L’amore é incompatibile con la paura; perché dove esiste l’amore, la paura sparisce” ( il discorso, da cui abbiamo tratto il passo, é pubblicato in La chiave essenziale, ed. Prosveta, 1986,p. 55 ).

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