Immortalità

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Quale domanda é mai stata rivolta un maggior numero di volte, quale idea é stata più abile conduttrice per gli uomini nell’indagine del problema dell’universo, quale quesito é più inseparabilmente connesso con la nostra esistenza, dell’immortalità dell’anima umana? E’ stato il tema di poeti e di saggi, di sacerdoti e di profeti; i re sul trono ne hanno discusso, mentre i mendicanti per le strade hanno sognato di essa. La parte migliore dell’umanità vi si é avvicinata, mentre quella più reietta ne ha fatto oggetto delle sue speranze. L’interesse per tale argomento non é scomparso né scomparirà finché esisterà la natura umana. Varie risposte sono state date da menti diverse. Migliaia e migliaia di persone, in ogni periodo della storia, hanno rinunziato a discuterne, e ciò nonostante il problema rimane più vivo che mai. Spesso nel tumulto e nelle lotte della nostra vita sembra che lo dimentichiamo, ma improvvisamente, quando ci viene strappato qualcuno da noi amato, qualcuno ch’é vicino e caro ai nostri cuori, e cessa per un momento la lotta e il trambusto del mondo che ci circonda, l’anima si chiede: “ Che cosa vi é dopo ?” “Che cosa diviene dell’anima?” (1)

Noi cercheremo nelle righe che seguono di dare una risposta alle domande ( con tanto afflato poetico), dal grande Swami, formulate; usando, certo, parole, delle sue, più modeste, ma cercando di sopperire alla loro inadeguatezza, rispetto al difficile argomento, col fare frequenti richiami ai Maestri, i cui libri ci sono stati d’aiuto e, se del caso, riportandone integralmente il pensiero ( per evitare di fraintenderlo ).Cominceremo col chiarire il quesito: non é, infatti, importante solo sapere “ se noi sopravviveremo alla morte” , ma anche “come vi sopravviveremo”: come quelle fatiscenti larve umane di cui gli antichi popolavano l’Ade ? Se ciò fosse o anche se fosse che noi sopravviveremo ( per un’eternità!) coi limiti e al livello di coscienza a noi ora abituale, ebbene allora ben poco ci sarebbe per noi motivo di rallegrarsi (2).Solo molto impropriamente, infatti, i più di noi possono dire di essere vivi durante la c.d. loro vita: i più di noi , non vivo“Quale domanda é mai stata rivolta un maggior numero di volte, quale idea é stata più abile conduttrice per gli uomini nell’indagine del problema dell’universo, quale quesito é più inseparabilmente connesso con la nostra esistenza, dell’immortalità dell’anima umana? E’ stato il tema di poeti e di saggi, di sacerdoti e di profeti; i re sul trono ne hanno discusso, mentre i mendicanti per le strade hanno sognato di essa. La parte migliore dell’umanità vi si é avvicinata, mentre quella più reietta ne ha fatto oggetto delle sue speranze. L’interesse per tale argomento non é scomparso né scomparirà finché esisterà la natura umana. Varie risposte sono state date da menti diverse. Migliaia e migliaia di persone, in ogni periodo della storia, hanno rinunziato a discuterne, e ciò nonostante il problema rimane più vivo che mai. Spesso nel tumulto e nelle lotte della nostra vita sembra che lo dimentichiamo, ma improvvisamente, quando ci viene strappato qualcuno da noi amato, qualcuno ch’é vicino e caro ai nostri cuori, e cessa per un momento la lotta e il trambusto del mondo che ci circonda, l’anima si chiede: “ Che cosa vi é dopo ?” “Che cosa diviene dell’anima?” (1)

Noi cercheremo nelle righe che seguono di dare una risposta alle domande ( con tanto afflato poetico), dal grande Swami, formulate; usando, certo, parole, delle sue, più modeste, ma cercando di sopperire alla loro inadeguatezza, rispetto al difficile argomento, col fare frequenti richiami ai Maestri, i cui libri ci sono stati d’aiuto e, se del caso, riportandone integralmente il pensiero ( per evitare di fraintenderlo ).Cominceremo col chiarire il quesito: non é, infatti, importante solo sapere “ se noi sopravviveremo alla morte” , ma anche “come vi sopravviveremo”: come quelle fatiscenti larve umane di cui gli antichi popolavano l’Ade ? Se ciò fosse o anche se fosse che noi sopravviveremo ( per un’eternità!) coi limiti e al livello di coscienza a noi ora abituale, ebbene allora ben poco ci sarebbe per noi motivo no, ma sono vissuti dai pensieri e dalle passioni, che vengono, via via nel tempo, ad occupare la loro mente: “ Sono aspirato dai miei pensieri, dai miei ricordi, dai miei desideri, dalle mie sensazioni, dalla bistecca che mangio, dalle sigarette che fumo, dall’amore che faccio, dal bel tempo, dalla pioggia, da quest’albero, da questa vettura che passa, da questo libro” – scrive G.I Gurdjeff descrivendo la vita inautentica e “sonnambolica” dell’uomo comune (3). I più di noi ( ahimè, va riconosciuto ) non vivono, ma sono morti durante la loro stessa vita ( e forse é per questo che non pensano alla morte e quasi sembra che non la temano: morendo essi non fanno che andare dal nulla al nulla).

Ma non é certo una tale sopravvivenza quella che accende le speranze della migliore umanità: quella che a questa può interessare, non é la sopravvivenza di un “io” larvale, ma la sopravvivenza di un “io” nello splendore e nella pienezza di una gloriosa consapevolezza della sua divinità: in altre parole, quel che può interessare all’uomo superiore, non é la mera sopravvivenza, ma l’immortalità. Diventeremo mai immortali ?

Noi abbiamo fede (4) di sì: abbiamo fede che a tale glorioso traguardo finiremo per giungere ( anche se forse solo dopo aver viaggiato nell’esistenza per molti giorni bui

seguiti da ancor più buie notti) (5); e tutti noi e non soltanto pochi di noi (6): sia chi di noi, già sveglio, ha mosso i primi passi verso l’ambiziosa meta e sia chi, ancor preda del sonno, della meta da raggiungere, neanche ha un’idea vaga.

Certo, se, del buon fondamento di tale nostra fiduciosa convinzione, ci viene chiesto di portare prove di matematica evidenza, di ciò noi non siamo in grado: tale convinzione essendo alimentata solo da intuizioni e sensazioni della nostra mente ( e non da precisi ragionamenti del nostro cervello ) (7). Però, siccome il sorgere in noi di tali sensazioni e intuizioni é stato favorito dalla lettura di certi pensieri, noi qui vogliamo, nella speranza di essere di aiuto a qualcuno, indicare, di tali pensieri, almeno i tre, che più ci hanno colpito.

Primo: noi abbiamo la ferma convinzione di essere sempre lo stesso “io” nonostante che il nostro corpo ( e i nostri pensieri! ), passando dall’infanzia alla giovinezza, e da questa alla vecchiaia, sia ( siano) indubbiamente diverso ( diversi ). Non fa pensare ciò che il nostro “io” sia cosa distinta dal nostro corpo?

Questo pensiero noi lo abbiamo tratto dalla Bhagavad Gita ( Il canto del beato ), il grande monumento di spiritualità lasciatoci dall’antica India vedica. Com’é noto nella Bhagavad Gita si narra di un principe-guerriero, Arjuna, che disperato all’idea di dover combattere contro un esercito nelle cui file militano tante persone da lui stimate, viene rincuorato dal suo auriga, che é Krishna, la Persona Suprema, con le seguenti parole : “ Sebbene tu dica sagge parole, ti affliggi senza ragione. Il saggio non si lamenta né per i vivi né per i morti. Mai ci fu un tempo in cui non esistevamo, Io, tu e tutti questi re, e mai nessuno di noi cesserà di esistere. Come l’anima incarnata (il corsivo é naturalmente nostro) passa , in questo corpo, dall’infanzia alla giovinezza e poi alla vecchiaia , così l’anima passa in un’altro corpo all’istante della morte. L’anima realizzata non é turbata da questo cambiamento”. (8)

Secondo pensiero ( che convince dell’immortalità dell’anima): il nostro “io” non si può identificare con nessuna parte od organo del nostro corpo ( e rimane integro, anche se una parte od un organo del corpo viene da esso asportato: anche se mi tagliassero un braccio, il mio “io” si sentirebbe sempre lo stesso, se pur handicappato nella sua attività). Non fa questo intuire che l’ “io” é cosa diversa dal corpo?

Questo pensiero noi lo abbiamo tratto da un “detto” di Sri Ramakrishna ( letto nel più volte citato Alla ricerca di Dio ,p. 271 ). Dice Sri Ramakrishna:” Conosci te stesso, e allora conoscerai Dio. Che cos’é il mio “io” ? é forse la mia mano? o il mio piede? o la mia carne, o il mio sangue, o qualche altra parte del mio corpo? Se riflettete bene, dovete riconoscere che non vi é nulla che possiate chiamare “io”.

Terzo pensiero ( che convince dell’immortalità dell’anima): la conoscenza e la percezione del mondo esterno non può essere spiegata solo dal corpo ( e dai suoi centri nervosi ), dato che se manca un quid aliud non si realizza: questo quid é il nostro “io”, che, pertanto, ancora una volta si rivela diverso dal corpo.

Questo pensiero lo abbiamo visto così elaborato da Swami Vivekananda ( in Jnana Yoga , p. 209 ): “Noi vediamo, che il corpo non può essere l’anima. Come mai?Perché non é intelligente. Un cadavere non é intelligente, e così pure un pezzo di carne nella bottega di un macellaio. Ora, che cosa intendiamo dire per intelligenza? Una potenza reattiva. Approfondiamo un po’ più la cosa. Ecco un bicchiere: lo vedo. Come? Dei raggi di luce partenti dal bicchiere entrano nei miei occhi e creano un quadro nella mia retina, quadro che viene trasportato al cervello. Finora, però, non c’é visione. Quelli che i fisiologi chiamano nervi sensorii trasmettono questa visione verso l’interno. Ma fino a questo momento non c’é reazione. Il centro nervoso situato nel cervello trasmette l’impressione alla mente, e quest’ultima reagisce. Appena avviene una tale reazione, ecco che il bicchiere invia a me il suo raggio e diviene visibile. Prendiamo un altro esempio più comune. Supponete di starmi ad ascoltare attentamente – é sempre Swami Vivekananda che parla – e che una zanzara si ponga sulla punta del vostro naso, dando a voi quella piacevole sensazione che possono dare le zanzare. Voi, però, siete così attenti ad ascoltarmi che non sentite affatto la morsicatura della zanzara. Che cosa é avvenuto? La zanzara ha morsicato una certa parte della vostra pelle in cui vi erano certi nervi, i quali hanno trasmesso al cervello una certa sensazione. La impressione ha luogo, ma la mente, essendo altrimenti occupata, non reagisce, e così voi non siete consapevoli della presenza della zanzara. Allorchè si ha una nuova impressione – conclude Vivekananda – se la mente non reagisce, non l’avvertiamo, ma quando avviene la reazione mentale, allora sentiamo, vediamo e udiamo. A questa reazione si accompagna l’illuminazione, come la chiamano i filosofi seguaci della Samkhya. Vediamo che il corpo non può illuminare, poiché l’assenza di attenzione rende impossibile la sensazione”.

Lo studioso a questo punto dirà che i “pensieri” da noi riportati possono anche suggerire che l’ “io” é distinto dal corpo e che quindi a questo sopravvive (9); ma non che l’ “io”, nella sua sopravvivenza, riuscirà a raggiungere quella gloriosa consapevolezza della sua divinità e, quindi, quell’immortalità, di cui all’inizio parlavamo.

E questo é vero: in effetti a far intuire la verità dell’immortalità dell’anima, i Filosofi e i Sapienti, le cui Opere abbiamo letto, giungono in base ad ulteriori riflessioni. Che però noi qui, costretti a contenere l’ampiezza della “voce” che stiamo scrivendo per rispettare la complessiva armonia dell’opera, non possiamo purtroppo riportare.

Ci limitiamo, pertanto, a far riflettere lo studioso su questo: se l’ “io” non é il nostro corpo e non é neanche i nostri pensieri e le nostre passioni e i nostri sentimenti ( dato che questi cambiano ed egli rimane sempre identico a se stesso ); questo “io” – che non può essere detto né grasso né magro, né forte né debole, né coraggioso né vile, né intelligente né stupido ( appunto perché distinto e diverso da ogni qualità, corporea, intellettuale o caratteriale ) – non viene spontaneo pensarlo dotato di ogni virtù e di ogni potenza? Se questo “io” può percepire senza necessità di organi ( che lo condizionano e lo limitano) (10), non viene spontaneo pensarlo dotato della qualità divina dell’onniscienza ?

Note

(1) Così Swami Viveknanda in Jnana Yoga, p. 203 .

(2) Scrive Varia ( uno pseudonimo che occulta l’autore di Ancora sulla sopravvivenza, sui patti, la paura e altro ancora in Introduzione alla magia come scienza dell’io, vol.III, p.209 ), polemizzando con la corrente concezione dell’immortalità come mera sopravvivenza alla morte: “ Se volessimo metterci ad ironizzare, potremmo chiedere se, a ben pensarvi, sia proprio allettante l’idea che ogni persona sopravviva, per l’eternità, con tutto ciò che é, che corrisponde positivamente al suo Io, alla sua personalità reale individuale, magari con quei commerci fra “spiriti” riprendenti nell’aldilà le routines sociali terrene, di cui Swedenborg ha parlato in un tale grottesco visionarismo da rendere scettici di fronte anche ad altri aspetti di questa personalità, spesso ancora valorizzata in ambienti di spiritisti”.

(3) Confr. J Evola , Cavalcare la tigre, p. 87.

(4) Ahimè, non una fede costante e assoluta! Perché per noi vale più che mai, quel che Emerson diceva per la generalità degli uomini: “La nostra fede viene a momenti, il nostro vizio é abituale” ( La superanima , in Saggi, Torino, 1962, ed. Boringhieri, p. 196 ):

Ma Emerson anche aggiungeva : “Eppure in quei brevi momenti c’é una profondità che obbliga ad attribuire loro una realtà maggiore che a tutte le altre esperienze. Per questa ragione, l’argomento sempre pronto a far tacere coloro che concepiscono straordinarie speranze per l’uomo, vale a dire il richiamo all’esperienza, é in ogni caso invalido e vano. Una speranza più forte abolisce la disperazione. Noi abbandoniamo il passato a chi ci obietta una cosa del genere, e continuiamo a sperare. Costui ci deve spiegare questa speranza. Noi siamo d’accordo che la vita umana é meschina, ma come possiamo scoprire che essa é meschina, che cos’é il fondamento di questa inquietudine, di questo vecchio scontento? Che cos’é il senso universale del bisogno e dell’ignoranza, se non la delicata insinuazione con cui l’anima eleva la sua enorme pretesa?” ( ibidem ).

(5) Si ricordi il detto sapienziale “ La vita é come un viaggio durante la notte”.

(6) Al quesito “ se tutti gli uomini vedranno Dio” ( quesito che, come subito vedremo, é strettamente collegato, anzi é interdipendente, con quello “se tutti gli uomini raggiungeranno l’immortalità” ) , Sri Ramakrishna rispondeva in maniera chiaramente positiva: “Nessuno – diceva Egli – é obbligato a digiunare per tutta la giornata. Alcuni mangiano alle nove del mattino, altri a mezzo giorno, altri ancora alle quattordici; vi sono poi coloro che prendono il loro cibo soltanto al tramonto del sole. Del pari, tutti gli uomini potranno e dovranno vedere Dio, un giorno o l’altro, sia in questa vita sia dopo numerose esistenze” ( Alla ricerca di Dio, p. 15 ).

Così come non tutti possono vedere Dio in questa vita, non tutti possono diventare in questa vita immortali; però tutti, prima o dopo, diventeremo immortali.

Detto ciò va riconosciuta la giustezza di quanto sostiene Ea ( chiaramente uno pseudonimo) in Il problema dell’immortalità ( Introduzione alla magia quale scienza dell’io, vol I, p. 156 ss). Per Ea occorre distinguere tra immortalità e sopravvivenza. Immortalità si ha – se abbiamo ben compreso il pensiero dell’Ea – quando l’ “io”

inferiore si identifica con l’ “io” superiore ( un’altra maniera questa per dire quel che esprimeva nella citazione precedente Sri Ramakrishna parlando dell’uomo che “vede Dio” ) e di conseguenza si libera da ogni condizionamento dei sensi fisici, tanto da poter dire “Tutto ciò che mi viene dal mondo dei sensi ora é soppresso, eppure sento la mia coscienza chiara, trasparente, intangibile” ( Il problema dell’immortalità, cit., p. 163 ). Sopravvivenza si ha quando l’uomo conserva o solo in parte ha obnubilata la “coscienza” che aveva durante la vita.

E giustamente Ea sostiene che la immortalità é un’eccezione, la sopravvivenza é di pochi e la non-sopravvivenza é dei più.

Infatti l’unica cosa, che sopravvive alla morte dei più, é un “cadavere psichico”: “Come l’organismo fisico – spiega Ea – con la morte non si dissolve nel nulla, ma dà luogo, dapprima, ad un cadavere, poi, ai prodotti di dissociazione di esso che vanno a seguire varie leggi chimico-fisiche, lo stesso devesi pensare approssimativamente per la parte “psichica” dell’uomo: alla morte sopravvive, per un certo tempo, qualcosa come un “cadavere psichico”, una specie di fac-simile della personalità del defunto, che, in certi casi, può dar luogo a manifestazioni varie. Sono proprio queste manifestazioni o del cadavere psichico ovvero di parti di esso ( nel caso che la sua successiva dissociazione sia avvenuta ) che dagli spiritisti vengono ingenuamente assunte come prove “sperimentali” per il sopravvivere dell’anima, laddove, per uno sguardo più acuto, esse varrebbero piuttosto come una dimostrazione del contrario”.

A questo punto può essere di conforto per quei nostri lettori, spaventati dalle severe affermazioni di Ea, dire che , a nostro ( modestissimo! ) avviso, la capacità stessa di distaccarsi dai contingenti problemi della vita materiale, per interessarsi a problemi filosofici, indica un “io” già sufficientemente strutturato per sopravvivere alla morte.

(7) E replichiamo agli scettici con le parole di Emerson ( scritte in La Superanima, p. 205): “L’anima percepisce e rivela la verità. Noi conosciamo la verità quando la vediamo, gli scettici e gli spiritosi dicano pure quello che vogliono. La gente sciocca vi domanda quando avete detto qualcosa che essi non vogliono udire: “Come sapete che questa é la verità e non un vostro errore?”. Noi conosciamo la verità quando la vediamo, con l’opinione, come sappiamo di essere svegli quando siamo svegli”.

(8) Bhagavad Gita, cap. 2, versi 11-13.

(9) Ma la diversità e la superiorità dell’ “io” sul corpo si possono anche sperimentare. E’ questo l’insegnamento di Swami Ramacharaka (uno pseudonimo dietro cui ebbe a celarsi l’Atkinson, un avvocato di Boston diventato discepolo di Swami Vivekananda) : “ Mentre la maggioranza accetta, per fede, il credo dell’immortalità dell’anima, pochi sono consci che ciò può essere dimostrato dall’anima stessa. I maestri Yoghi insegnano al candidato la seguente lezione: Lo studioso deve mettersi nello stato di meditazione o almeno di grande riflessione e sforzarsi di immaginare se stesso come morto, ossia deve farsi un concetto mentale di se stesso morto. Ciò dapprima pare una cosa molto facile da immaginarsi, ma in realtà é una cosa impossibile da farsi, perché l’Ego si rifiuta di concepire questo fatto e gli é impossibile immaginarlo. Provatelo voi stessi. Troverete che potete immaginare il vostro corpo giacente immobile e privo di vita, ma lo stesso pensiero prova che per tal modo siete “Voi” che guardate il corpo. Così é chiaro che “Voi” non siete morto per nulla, neppure nella immaginazione, sebbene il corpo possa esserlo. Oppure se rifiutate di staccarvi colla fantasia dal vostro corpo, potete pensare il vostro corpo, ma il Voi , che rifiuta di lasciarlo, é sempre vivo e riconosce il corpo morto come una materia distinta dal vostro vero io . In qualunque caso voi tentiate di di considerare la cosa non potete mai immaginare voi stesso come morto. L’Ego insiste nel rimaner vivo in ognuno di questi pensieri e così trova in se stesso il senso e la sicurezza dell’immortalità. In caso di sonno o stupore risultante da un colpo o da narcotici o anestetici, la mente é apparentemente assente, ma l’Io é conscio di una continuità d’esistenza . E così uno può immaginarsi in uno stato di incoscienza o di sonno nel modo più facile e vedere la possibilità di tale stato, ma quando vuole immaginare l’Io come morto la mente si rifiuta assolutamente di farlo. Questo fatto, che l’anima porta in se stessa la prova dell’immortalità, é magnifico, ma bisogna aver raggiunto un certo grado di sviluppo prima di poterne concepire il pieno significato” ( Ramakrishna, Raja Yoga, F.lli Bocca Editori, p. 22 ss.).

( 10) E ci sia permesso ancora una volta di citare il grandissimo Emerson ( La Superanima, cit. , p. 199 ): “….l’anima non é un organo, ma qualcosa che anima e che esercita tutti gli organi; non é una funzione come il potere della memoria, del calcolo, del confronto, ma usa tutti questi poteri come mani e piedi; non é una facoltà, ma una luce; é lo sfondo del nostro essere, in cui essi giacciono, un’immensità non posseduta e che non può essere posseduta”.

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