Fatalismo

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Durante l’anno delle vacche grasse Prudenzio, invece dei soliti 10 quintali di grano, ne ha raccolti 30; e 20 ne ha messi da parte. Nell’anno successivo, quello delle vacche magre, l’imprevidente vicino bussa alla sua porta per chiedergli i 10 sacchi di grano necessari a lui e alla sua famiglia per campare: “Dammeli e te ne restituirò altrettanti col prossimo raccolto”. Può, la formichina del nostro racconto, subordinare la consegna del grano richiestogli dalla ( già spensierata ) cicala, non solo alla consegna del tantundem ( ti do 10 sacchi e tu mi restituirai altri 10 sacchi ) ma di un quid pluris ( “ e in più mi darai un undicesimo sacco”) ? Può, in termini più tecnici, subordinare il mutuo alla corresponsione di un interesse ( poco o tanto che sia ), alla corresponsione di un’usura (1) ?

Questo é il problema a cui tenteremo di dare una nostra risposta dopo un breve excursus storico-filosofico.

Excursus storico-filosofico.

Il cittadino greco o romano ( anche se di rinomata moralità, come Catone l’Uticense ) non aveva nessun scrupolo a chiedere, quando prestava denaro, interessi altissimi. E tuttavia l’usura era stata severamente condannata da entrambi i sommi Filosofi dell’antichità, Platone e Aristotile.

Questi, in particolare, sosteneva che pretendere un quid pluris, oltre il tantundem ( dato a mutuo ), contrastava con la giustizia commutativa in quanto era come vendere due volte la stessa cosa (“bis vendere idem, vel vendere quod non est”): insomma, per rifarci all’esempio prima introdotto, é giusto che tu , Prudenzio, pretenda, al prossimo raccolto, dal vicino, 10 quintali ( é giusto, perché tu, prima, gli hai trasferita la proprietà appunto di 10 quintali ), ma l’undicesimo quintale, in cambio di che cosa ti dovrebbe essere dato? Di nulla! Tu prendi un prezzo ( l’undicesimo quintale ) per non dare in cambio nulla ( per “ vendere quod non est”) !

E veniamo a quel che su l’usura insegnavano e comandavano le due Religioni che più hanno influenzata la spiritualità del nostro Occidente: l’ebraica e la cristiana.

La religione ebraica rendeva lecita l’usura, ma solo con lo straniero:” Non presterai ad usura denaro, grano o qualsiasi cosa al tuo fratello, ma allo straniero”, stava scritto nel Deuteronomio ( 23, 20-21 ).

I Padri del Cristianesimo ( S. Ambrogio, S. Gerolamo, S. Agostino ) furono più severi: ritenendo che nel Vangelo dovesse vedersi un perfezionamento della Legge ( data dall’Antico Testamento), dichiararono illecita l’usura ( inequivocabilmente definita come “quodcumque sorti accedit”) (2) sia verso il “fratello” che verso il nemico.

Tale dottrina, ribadita da San Tommaso, rimase fermissima fino al XVI secolo, in cui ad attaccarla si levò la possente voce di Calvino ( 1509-1564 ): nessuno trova immorale – questi osservava – che chi ha un campo o una casa li dia in affitto e ne ricavi un compenso: perché allora dovremmo ritenere immorale che, chi presta denaro, ne ricavi un interesse? Forse che il denaro non é, come il campo e la casa, una cosa fruttifera? Il peccato – sentenziava Calvino – non si ha nella usura, ma nella sua esagerazione.

Le tesi di Calvino produssero scalpore, ma non ebbero praticamente seguito: la

communis opinio dei teologi cristiani continuò ancora per lungo tempo a dichiarare illecita l’usura: ancora nel 1745 Benedetto XIV con una enciclica ne ribadiva la condanna.

Poi la forza delle cose ebbe il sopravvento: cessarono le condanne espresse e cautamente si cominciò ad ammettere che, nella prestazione di una cosa fungibile, si potesse pattuire un moderato interesse; purché esso risultasse giustificato da un danno o pericolo di danno del mutuante. Danno o pericolo di danno che potevano assumere – secondo il più accettato insegnamento – quattro forme : danno emergente, lucro cessante, rischio della cosa, pericolo di dilazione.

Ancor oggi i moralisti, in linea di massima, si attengono a questa impostazione, aggiungendo però che, data la situazione economica odierna, ogni prestito di denaro deve ritenersi sempre comportare un lucro cessante (3),

Non mancano, però, voci, forse errate, ma senza dubbio coraggiose (4), che persistono in un’assoluta condanna.

Nostra opinione-

Nell’esporla noi partiremo proprio dall’equiparazione, fatta da Calvino, tra chi dà in affitto un campo e chi dà a mutuo una cosa fungibile: l’equiparazione é senz’altro giusta ed é giusto che non si pervenga a soluzioni diverse per l’una e l’altra ipotesi.

Per rendercene meglio conto facciamo il caso di due agricoltori, Tizio e Caio: tutti e due sono riusciti a risparmiare 100 quintali di grano, ma, nell’impiego di tale loro sudata ricchezza, seguono strade diverse: Tizio la usa, prima, per comprare e, poi, per dare in affitto un fondo; Caio la usa, per fare un mutuo. Ora perché mai questi ( idest, Caio ) compirebbe cosa immorale se pretendesse in restituzione qualcosa in più del tantundem ( cioé, qualcosa in più dei 100 sacchi dati a mutuo ) e quello ( idest, Tizio ) non la compirebbe se – dopo che il suo locatario, a forza di pagargli il fitto, anno dopo anno, é giunto a dargli già 100 sacchi di grano (5) – continuasse a chiedergli ancora il fitto ( a chiedergli altri sacchi di grano, oltre a quei 100 che corrispondono al prezzo d’acquisto del campo)? Veramente non si comprenderebbe!

L’equiparazione proposta da Calvino, anche se esatta, però non dimostra il suo assunto: infatti partendo da essa, tanto si può concludere, che chi dà a mutuo fa cosa lecita a chiedere l’usura, quanto che il locatore di un bene non fa cosa lecita a continuare a chiedere il canone locatizio ( una volta che, i canoni precedentemente maturati, sommati l’un l’altro, l’hanno ripagato del prezzo sborsato per il bene dato in locazione).

Essa ( idest, l’equiparazione tra mutuo e locazione di un bene ) ha solo il merito ( ma non é merito da poco ) di rendere evidente che il problema dell’usura si inserisce ( con quello del “giusto prezzo” e del “giusto salario”) (6) in una problematica più generale, che possiamo formulare così: una persona, che ha la disponibilità di una cosa per lei inutile , può chiedere un compenso per darla ad altri in uso? o, problema simile ( che ci asterremo però dall’approfondire per non complicare un discorso già difficile): una persona, che ha la disponibilità di una cosa, che presenta per lei una limitata utilità ( metti: un’utilità pari a 10) può chiedere, in compenso del suo uso, una

maggiore utilità ( metti, un’utilità pari a 15) (7) ?

Vediamo di chiarire i termini del ( primo) problema con un caso pratico: Caio ha un campo ( o, cento sacchi di grano ) che non saprebbe come utilizzare ( perché le sue braccia più di tanti metri di terreno non possono zappare, perché il suo stomaco più di tanti chili di grano non può digerire…); Sempronio bussa alla sua porta: “Lasciami coltivare il tuo campo” ( “lasciami mangiare il tuo grano”): é lecito per Caio chiedere al postulante un canone di affitto ( nel caso del grano: é lecito chiedergli un’usura, un quid pluris oltre alla restituzione del tantundem (8) ?

Orbene a questa domanda – a cui una carità ( male intesa ) ci porterebbe a dare una risposta negativa ( perché mai non dare gratuitamente quello che a nulla ci serve?) – la ragione, invece, impone e la morale non vieta di dare una risposta positiva (9): “Sì, tu, Caio, puoi chiedere un canone d’affitto, puoi chiedere l’usura. Quanto? Quanto più puoi, non c’é nessuna norma morale che ti freni in ciò”.

Se noi amassimo un ragionare cavilloso, potremmo anche tentare di dare di ciò una demonstratio ad absurdum : se a Caio si fa divieto di chiedere l’usura, logica vuole che gli si faccia anche divieto di chiedere la restituzione del tantundem ( infatti, se é immorale chiedere qualche compenso per “quod non est”, per “niente”, pure é immorale che Caio chieda 100 sacchi di grano per il fatto che, prima, ha dati 100 sacchi che…però erano destinati a giacere inutilizzati nel suo magazzino: per lui erano “niente” ); e, se si proibisce a Caio – che imprudentemente ha dato i suoi 100 sacchi a Sempronio – di chiedere la restituzione del tantundem , anche si deve comandare a Cornelio – che prudentemente ha tenuto i suoi 100 sacchi di grano nel magazzino ( ancorché superflui per i suoi bisogni ) – di darli a chi ne ha la necessità ; e se si impone, a chi non ha bisogno di una cosa, di darla a chi invece ne ha, si deve anche imporre, a chi ha meno bisogno di una cosa, di darla a chi ne ha più bisogno e così via ….fino all’eliminazione radicale del diritto di proprietà.

Siccome, però, noi aborriamo dai cavilli, semplicemente diremo che un principio o lo si accetta in toto, portandolo alle sue estreme conseguenze, o lo si rifiuta in toto.

A la guerre comme a la guerre: se l’homo oeconomicus si trova in una posizione di forza , l’usi fino in fondo! Catone faceva benissimo a chiedere per il prestito dei suoi capitali gli interessi più esosi che poteva!

Quel che veramente importa alla Morale e alla Società, non é se Caio ha praticato l’usura, se Caio ha chiesto o ha dato un “giusto prezzo”, un “giusto salario”: l’unica cosa che importa é : ma che uso farà Caio dei soldi ricevuti a titolo di usura, che cosa, dei soldi ricevuti a titolo di prezzo ? Quei soldi, una volta nelle sue tasche, si riveleranno più utili per la Società, che nelle tasche di Sempronio? Caio con quei soldi, costruirà scuole, strade, ospedali o li spenderà per soddisfare i suoi capricci ( come per soddisfare i suoi capricci li avrebbe spesi Sempronio ) ?

Ecco il punto, ecco l’unica cosa che conta!

Quel che conta, é che la ricchezza nazionale risulti, in definitiva, distribuita con giustizia. L’ideale sarebbe che a tale distribuzione provvedesse lo Stato ( ispirandosi all’Ulpianeo “ suum cuique tribuere”, non certo dando a tutti l’identica fetta di torta ) . Purtroppo questo é un ideale, che non é nè di facile nè, comunque, di prossima attuazione; e, allora, tocca al privato di sostituirsi allo Stato in questo esercizio della

“giustizia distributiva” (10). Ma egli non deve preoccuparsi di questo nel momento della “lotta economica”: in quel momento deve solo pensare a vincere, cioé ad acquisire la maggior ricchezza possibile. E’ un bene che la ricchezza si concentri nelle mani dei migliori ( nelle mani che più sapranno distribuirla secondo giustizia) (11). Il male dei nostri tempi é che la ricchezza se la sono accaparrata i peggiori ( quelli che peggio sanno amministrarla nell’interesse comune)!

Note

(1) “Affinché non succedano equivoci, é necessario precisare che il termine usura ha due accezioni, una assoluta e l’altra relativa all’interesse. Nel primo caso usura é il lucro percepito dal mutuo come se fosse dovuto in forza del mutuo stesso, nel secondo caso é l’interesse eccessivo, quello cioé superiore al tasso stabilito dalla legge (umana o naturale)”. Cfr. L Rossi ( Usura, in Dizionario enciclopedico di teologia morale, p. 1200).

Quando noi parleremo di usura, noi ci riferiremo al primo significato del termine usura : usura – non come interesse eccessivo – ma come compenso per il prestito del denaro.

(2) “Et quocumque sorti accedit, usura est” ( “Qualunque cosa sia aggiunta al debito di capitale, é usura”), insegnava S. Ambrogio, nel De Tobia ( 14, 49 ed. P.A. Ballerini, Milano, 1875, vol I ).

(3) Cfr. L. Rossi, Usura , in Dizionario enciclopedico di teologia morale, p.1204.

(4) Tra queste si distinse quella di Ezra Pound. Il grande poeta americano in uno dei suoi famosi cantos definì l’usura “Silfide dello Stato, di ogni regno// porro del bene pubblico // tumore che guasta ogni cosa”.

(5) O, se non pagasse in natura: l’equivalente di 100 sacchi di grano.

(6) Come é noto l’individuazione del “giusto prezzo” e del “giusto salario” ha affaticato per secoli la dottrina cattolica.

San Tommaso definiva il giusto salario come “ debitum lucrum de labore, secundum communem aestimationem” ; cfr. P.E. Tavani ( Prospettive sociali, Milano, 1945, p. 40 ) Sempre il Taviani ( Op. cit. p.41 ) fa, però , rilevare l’indeterminatezza dell’espressione “secundum communem aestimationem”: “ La stima comune di chi? – si domanda l’illustre Autore – “della schiera degli stipendiati statali che si crogiolano nell’attesa di un premio mensile di 100 lire, o dei negozianti che considerano buttata via la giornata che non ha reso almeno cinque volte tanto? La stima comune di quando? Degli anni di benessere sul principio del secolo, o di quelli dell’inflazione, o di quelli della successiva grande crisi?”.

E veniamo a quel che dice la Dottrina Cattolica sul “giusto prezzo”. Mario Baronci

( nell’ Enciclopedia Cattolica, voce, Prezzo, p- 1999 ) parla del “giusto prezzo” come

dello “aspetto economico del grande precetto cristiano ama il tuo prossimo come te stesso”; e, poi, continua: “Quel “come” stabilisce infatti che debba esservi equivalenza tra l’effetto utile del lavoro che ciascuno dedica al benessere del prossimo e il benessere che ciascuno pretende per sé in contraccambio. Quando fosse realizzato il giusto prezzo, l’unico modo di accrescere le proprie entrate monetarie – stiamo sempre riportando le osservazioni del M. Baronci – resterebbe quello di procurare al prossimo il maggior benessere possibile”

P. Faggiotto ( voce Prezzo della Enciclopedia Filosofica, 1979, Roma, c. 800 ) fa, però, “presente che la determinazione in concreto del giusto prezzo di un bene non é facile, dipendendo essa da molteplici fattori. La stima comune in questo caso ha una grande importanza nell’indicare i confini entro cui il giusto prezzo può oscillare”.

(7) Io ho 10 sacchi di grano, che rappresentano per me un’utilità pari a 10. Il mio vicino ha, di questo mio cereale, un disperato bisogno e per averlo sarebbe disposto a darmi fino a 10 Kg, di oro zecchino: posso pretenderli come prezzo oppure debbo accontentarmi di ricevere come prezzo solo quell’esatta quantità di oro ( metti, un etto, non un’oncia in più ) che rappresenti per me la stessa utilità 10 dei sacchi di grano ( giacenti nei miei magazzini ) ?

Se si esclude la prima soluzione ( “no, non puoi pretendere i 10 kg. d’oro”) , in quanto con tutta evidenza contrastante con la Legge di Carità, e si esclude la seconda soluzione, in quanto con altrettanta evidenza contrastante con le leggi dell’economia ( nessuno si scomoda a dar 10 per ottenere un altro 10 !) , sorge il problema del criterio con cui stabilire ( collocandolo tra i due estremi dei troppo esosi 10 kg e del troppo insignificante etto d’oro) il “giusto prezzo”.

Questo problema ( del “giusto prezzo” ), così come quello analogo del “giusto salario”, possono trovare la loro soluzione – come cercheremo di spiegare nel testo – nell’ambito della “giustizia distributiva” ( non in quello della “giustizia commutativa”).

(8) ( Come faremo meglio osservare in seguito ) con più rigore ci si potrebbe addirittura domandare : é lecito a Caio chiedergli la restituzione di quei sacchi di grano, che nei suoi magazzini erano destinati a marcire ?

(9) Ma questa risposta positiva di certo non può essere giustificata né col carattere fruttifero del bene ( ad esempio, dato a mutuo ) né con il pericolo di danno ( ad esempio, da parte del mutuatario).

Tentiamone una dimostrazione, per semplicità limitandoci al caso del mutuo. Si dice: Caio può chiedere l’usura ( nel significato attribuito a tale termine nella precedente nota 1 ) a Sempronio, in quanto, se non impegnasse i suoi soldi nel mutuo a Sempronio, li potrebbe dare in prestito ad un altro , metti al Banco di Roma, che gli corrisponderebbe gli interessi. Sì, però, dicendo questo, non si fa che spostare il problema: Caio può lecitamente chiedere gli interessi al Banco di Roma? Se non lo potesse, egli non potrebbe di certo giustificare la richiesta dell’ “usura” ( la richiesta degli interessi a Sempronio ) col fatto che il mutuo a lui concesso gli ha impedito di

realizzare …un profitto immorale.

E mutatis mutandis analoghe critiche possono muoversi a chi volesse giustificare la richiesta di “usura” di Caio a Sempronio ( o al Banco di Roma ), col fatto che, poi, Sempronio ( o il Banco ) a sua volta darebbe a mutuo tale somma e ne percepirebbe gli interessi.

E veniamo alla giustificazione ( dell’usura ) che si dà, avanzando il pericolo della non restituzione della cosa mutuata o di un ritardo nella sua restituzione. Tale giustificazione, più che inconsistente, é immorale, in quanto é immorale penalizzare una persona per un male che non ha commesso: Sempronio restituisce tutti i soldi ricevuti e alla precisa scadenza : perché penalizzarlo facendogli pagare l’usura?!

(10) Com’é noto la teologia morale cattolica , sulla scia di San Tommaso, distingue tra : “giustizia commutativa” ( detta anche compensativa o equiparativa) , la quale regola il rapporto del singolo con l’altro singolo; “giustizia distributiva” (dispensativa o ripartitiva ) che regola il rapporto dell’essere collettivo, in quanto tale, coi singoli suoi membri; giustizia “legale” o “generale” che regola la relazione dei membri col tutto sociale”. Confr. G. Mattai , voce Giustizia, in Dizionario enciclopedico di teologia morale, p. 457.

(11) Emerson R.W. ( nel saggio La ricchezza riportato in La guida della vita, p. 65 ): “Dovrebbe essere possessore chi sa amministrare, non già chi accumula e nasconde: non coloro che, quanto più posseggono, tanto più si mostrano mendicanti, bensì quelli che preparano lavoro a molti, che aprono una via a tutti. Poiché é ricco colui nel quale la gente trova la propria ricchezza, ed é povero chi lascia il popolo in miseria”.

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