Eutanasia

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Dei significati che il termine eutanasia può assumere, noi qui prenderemo in esame solo i due seguenti: I) morte pietosa (eutanasia terapeutica ); II) morte economa ( eutanasia economa ).

Morte pietosa ( eutanasia terapeutica ).

E’ la morte che viene data ad una persona ( o essa stessa si dà ) per liberarla ( per liberarsi ) dalla sofferenza ( fisica o psicologica ) (1).

Il problema della sua liceità si pone in maniera parzialmente diversa nel caso in cui sia lo stesso sofferente a dare ( darsi ) la morte ( eutanasia per suicidio ) e nel caso sia un terzo ( eutanasia per omicidio ) (2).

Eutanasia per suicidio

Nell’ antichità classica fu ammessa anche da alcuni di quei pensatori che pur negavano in via di principio l’ammissibilità del suicidio: Platone non ammette che uno possa deliberatamente por fine alla sua vita, ma fa a ciò eccezione nel caso di sua malattia incurabile.

Per il Cristianesimo, invece, il fine di sottrarsi ad una sofferenza sia pur grave, non giustifica il suicidio : la vita non appartiene a noi ma a Chi ce l’ha data; la sofferenza va vista nel suo carattere positivo di mezzo per espiare eventuali peccati e comunque per propiziarsi meriti per l’al di là (3).

Nostra opinione.

Il problema dell’eutanasia si colloca nel più generale problema di quando e se l’uomo abbia il diritto di sfuggire al dolore, che il Destino gli ha riservato. E’ assurdo vietare a chi ha un cancro di prendere la fialetta di cianuro e permettere a chi ha mal di denti di prendere l’analgesico: entrambi i farmaci hanno il risultato di liberare dal dolore accorciando la vita: il malato di cancro, il 15 luglio 1993, dovrebbe rinunciare al farmaco liberatore ed aspettare la scadenza naturale della sua morte ( che per Dio che vede tutto é il 15 agosto 1993 ) ? bene, ma allora perché gli é stato permesso di prendere il 15 luglio 1960 quell’analgesico che gli ha accorciato la vita di un mese ( avrebbe dovuto morire il 15 settembre 1993 e invece la data della sua morte fu , dall’assunzione dell’analgesico, anticipata al 15 agosto 1993 ) (4) ? Veramente non si comprende !

Volendo, dunque, tentare una risposta al problema più ampio di cui ora si é detto, si deve, così noi pensiamo, partire da due presupposti, che forse alcuni dei nostri lettori troveranno difficile accettare ma che ciò non pertanto hanno trovato l’adesione di grandi pensatori in tutti i tempi ( Pitagora, Plotino, Emerson, Gandhi….).

Primo presupposto: l’uomo, così come continuerà a vivere dopo aver lasciato il suo corpo, così é anche vissuto prima di prendere di questo possesso ( nel grembo materno ).

Secondo presupposto: le vicende che allietano o rattristano l’uomo in questa vita hanno la loro causa ( il loro seme ) in ciò che egli ha fatto di bene o di male nella esistenza precedente e si verificano in base ad una legge necessaria, che non tollera eccezioni : una volta posta una “causa” non si può non verificare , prima o poi, l’evento, piacevole o doloroso, che ne é l’effetto.

Ora noi riteniamo che, partendo da tali presupposti, si sia costretti a concludere che l’uomo non ha il diritto di sfuggire al dolore ( che la vita gli presenta come un conto da pagare ): come Gesù nell’orto di Getsemani deve bere l’amaro calice (5). Certo, nell’oggi egli può seminare in modo da raccogliere, il domani, frutti dolci e saporiti, ma se nel passato ha contratto un debito, che lo paghi appena il creditore bussa alla sua porta : abbia il coraggio di mangiare subito l’amaro frutto: procrastinare significa solo pagare con esosi interessi (6).

Detto ciò distinguiamo il caso di chi é tanto forte da sopportare il dolore mantenendo la mente lucida e inalterato il suo equilibrio, da quello di chi, più debole, dal dolore viene “sopraffatto”, “vinto”. In questo secondo caso, il sofferente ha già perduta la sua battaglia: se il suo equilibrio é rotto, se egli é “in preda al dolore”, egli é come un generale il cui fronte abbia ceduto: una ritirata può essere il modo di salvare il salvabile, di impedire la rotta completa, la completa degenerazione ( il diventare semplicemente una carne urlante dolore e le cui urla soffocano e sottomettono le esigenze dello spirito ): in tal caso il suicidio può costituire veramente un’ extrema ratio che anche l’uomo saggio può prendere in considerazione ( 7 ).

E passiamo ora a parlare dell’eutanasia per omicidio.

Eutanasia per omicidio.

Lo stesso principio che porta la Chiesa Cattolica a condannare il suicidio ( “solo Dio , che ha dato la vita, può toglierla”), la porta anche alla condanna di chi dia la morte ad altri per sottrarlo ai dolori di una incurabile malattia.

Anche la Medicina ( ufficiale) é stata sempre ed é ancor oggi contraria all’eutanasia. Il giuramento ad Ippocrate, che ogni medico era tenuto a prestare, tra l’altro diceva:

“ Giammai, mosso dalle preghiere insistenti di qualcuno, propinerò medicamenti letali, né commetterò mai cose di questo genere”.

E la validità di tale giuramento per l’oggi é stata ribadita dagli organismi responsabili dei medici; e questo soprattutto sotto l’incubo di due timori: quello che, una volta ammessa la “dolce morte” per gli ammalati incurabili, poi la si venga ad ammettere per chi é oppresso solo da dolori psichici, e poi ancora la si ammetta per i vecchi e così via in un sempre più ampio spregio del “dono della vita” (8); quello che, una volta concesso al medico di dar la morte, si rompa la fiducia che deve esistere tra lui e il paziente, non potendosi non insinuare nel secondo il dubbio che il primo possa agire per un’intenzione ( sia pur pietosamente ) assassina (9).

Con tutto ciò non sono mancati, nell’ambito sia del pensiero religioso che di quello laico, degli escamotages ( più o meno sfacciati e riusciti ) per aggirare la severità di quel divieto, che in via di principio si voleva continuare ad affermare.

Così si é voluto distinguere tra il medico, che agisce per alleviare il dolore pur sapendo di abbreviare così la vita, e il medico che abbrevia la vita per abbreviare il dolore: il primo farebbe cosa lecita e il secondo, no (10).

Così ancora si é voluto distinguere tra chi con un’azione positiva abbrevia la vita e chi semplicemente omette di prestare quelle cure che la prolungherebbero : anche qui ovviamente per riconoscere la liceità della seconda condotta (11).

Si tratta, si ripete, di escamotages di persone a cui é troppo gravoso il peso dei principi, che non osano formalmente rinnegare!

Nostra opinione.

E’ chiaro che in tutti i casi in cui riteniamo lecito il suicidio, noi anche riteniamo lecita l’attività di un terzo volta all’attuazione della volontà suicida: Tizio vuole morire ed é uno di quei pochi casi in cui effettivamente il suicidio si presenta come una extrema ratio per evitare un male morale maggiore: lecitamente io compio per lui l’azione omicida.

Ma che dire se una volontà suicida non risulta espressa o addirittura non esiste ? Il rigore dei principi ci porta a rispondere che pure in tal caso l’eutanasia é lecita: purché ne sussistano effettivamente i presupposti: il mio amico, ormai in preda al dolore, “non ragiona più”: vuole non soffrire più, ma un bruto istinto di sopravvivenza gli impedisce anche di voler morire: perché io “ che ragiono” non mi dovrei sostituire a lui nel pietoso incombente?!

Questo vuole il rigore della logica! Ma, venendo all’applicazione pratica: chi mai sarà così presuntuoso da ritenersi in grado di stabilire quando il togliere la vita ad una persona serva ad evitarne la degradazione morale?! Io penso nessuno ( di noi miseri mortali)!

Morte economa ( eutanasia economa ).

E’ la morte ( indolore ) che viene data alle persone che si reputano “un peso inutile” per la società: vecchi, malati cronici, pazzi inguaribili (….).

Molti popoli dell’antico Occidente la ritenevano lecita: l’Eurota degli Spartani, la Rupe Tarpea dei Romani sono noti a tutti, ed é anche noto l’uso tra i Germani e gli Eruli di uccidere vecchi e invalidi.

“Lo Stato – sosteneva il massimo Filosofo ateniese, Platone – ha bisogno di uomini e di donne robusti, di soldati validi, di madri feconde; é inutile sperperarne le risorse per gli infermi, gli invalidi, gli inetti o dannosi alla propagazione della specie” (12).

Queste teorie furono fieramente combattute dal Cristianesimo. Però, passato il medioevo, cessato il fervore religioso, voci autorevoli le ripresero: sia Francesco Bacone che Tommaso Moro professarono tesi eutanatiste (13).

Moro (14) in particolare nella sua Utopia (1516) raccomandava ai magistrati e ai sacerdoti di ricordare, con le migliori maniere, agli invalidi e sofferenti “l’obbligo di andarsene da questo mondo quando siano diventati di troppo peso o d’insoffribile spettacolo ai sani e robusti”. “Gli infelici – assicurava il grande Filosofo e Statista – si lasceranno persuadere a morir di fame o ad essere eliminati durante il sonno” (15).

Le voci reclamanti l’eutanasia delle “bocche inutili” si fecero più numerose e più pressanti nel secolo XIX e agli inizi del secolo XX sulla scia del darwinismo sociale

( 16 ).

In seguito alla caduta del regime nazionalsocialista si determinò, però, una reazione dell’opinione pubblica che le mise in sordina ( per sempre? ).

Nostra opinione.

Certo, se a un governante si ponesse veramente la scelta tra il sacrificio di un membro inutile e quello di un membro utile della società, solo uno sciocco sentimentalismo potrebbe farlo esitare: nessun dubbio ch’egli dovrebbe sacrificare il malato al sano, lo stupido all’intelligente, l’anziano ( se veramente inutile ) al giovane ( se veramente utile ).

Ma questi sono casi eccezionali, specie nella nostra civiltà. In questa, la scelta che si può presentare é tra la vita di un certo numero di “ persone non produttive” e il sacrificio di una certa quantità di beni “di consumo”: meno televisioni, meno auto, meno “dolci”, da una parte, e, dall’altra, la vita di esseri umani: chi, se non un bruto, può dubitare della scelta ( una volta che la si ponga chiaramente ) ?

La scelta eutanatista si palesa ancor più inammissibile quando ad operarla non é un terzo ( il governante ), ma il diretto interessato : io, membro utile della società, debbo decidere se sacrificare la vita del “membro inutile” per salvarmi. Chi é che non vede che, proprio il fatto di porre la mia vita davanti e sopra a quella dell’altro ( più debole, più bisognoso ), smentirebbe la mia pretesa utilità, mi farebbe insomma cadere in una lampante ed irrefutabile contraddizione ? forse che l’utilità di una persona non trova il suo metro nella sua capacità di sacrificarsi, di “lasciarsi usare” dagli altri ?!

Solo in un caso, dovendo scegliere “tra la mia e la vita di Vattalapesca” potrei optare per la prima senza svilirmi: quando la scelta fosse dettata dalla necessità di salvare la vita di un terzo ( la vita di Fulano più importante di quella di Vattalapesca ). Se Gandhi avesse visto un mentecatto annegare, certamente si sarebbe gettato in acqua per salvarlo a costo di sacrificare la sua vita ( per questo noi stimiamo Gandhi utile al massimo grado alla società, perché era al massimo grado disposto a sacrificarsi per essa!) . Non avrebbe fatto ciò solo se, gettarsi in acqua per salvare il mentecatto, avrebbe significato rinunciare a recarsi, metti, in ospedale per salvare altre due vite umane.

Note

(1) Ma diciamo subito che, non tutti coloro che ammettono la liceità dell’eutanasia, l’ammettono per sopprimere sofferenze che siano puramente psicologiche.

(2) La legge distingue i casi dell’ “aiuto al suicidio” ( l’infermo chiede al medico il veleno liberatore e il medico glielo dà ), dall’omicidio del consenziente ( l’infermo chiede all’amico che gli spari una rivoltellata e questi la spara ), dall’omicidio ( il marito vede la moglie in preda alle terribili sofferenze di un’incurabile malattia e, senza dirle niente, senza chiedere previamente il suo consenso ), le versa nel cibo la stricnina ). Però, tali distinzioni sono giustificate dall’opportunità di graduare la pena in base alla “capacità a delinquere” e nulla tolgono al fatto che, in tutte le tre figure di reato, si abbia sostanzialmente un omicidio.

(3) Osserva l’Arrighini – oltre che scrittore, Pastore di anime – :”Forse più ancora che da tutti i balsami della medicina e risorse della chirurgia, un buon cristiano, potrà sempre trar sollievo alle sue sofferenze dalla religione la quale gl’insegna star in esse la sua espiazione e perfezione, e mandargliele Iddio appunto pel suo bene, per la sua eterna salute, affinché cioé la sua anima, da quel fuoco di febbre e di dolore, abbia ad uscire purificata e bella come l’angelica farfalla dantesca” (Quinto: non uccidere, p. 154 ).

L’Arrighini fa anche osservare che gli “strazi fisici e morali” dell’agonizzante spesso sono “più apparenti che reali”. “Infatti non si può avere sensazione del morire, poiché morire non vuol dire altro che perdere la forza vitale, la quale é il medium di comunicazione fra l’anima e il corpo. Via via che diminuisce la forza vitale, ci vien meno la forza della sensazione e della coscienza, e noi non possiamo perder la vita senza perdere, nello stesso tempo o piuttosto assai prima, la nostra sensazione vitale, la quale richiede l’avvertenza degli organi più delicati. Anche l’esperienza lo prova poiché quelli che entrano nel primo stadio della morte e tornano poi indietro, affermano concordemente di non aver sentito altro che una sensazione di torpore o languore. Non lasciamoci pertanto trarre in errore dai singulti convulsivi, dai rantoli, dall’espressione spasmodica che scorgonsi in molti agonizzanti: questi sintomi sono soltanto penosi per lo spettatore, non per i moribondi insensibili e incoscienti. Essi sono ormai in stato di non sentire più quello che i loro nervi e la loro fisionomia automaticamente seguitano ad esprimere”.

(4) E’ interessante che alcuni medici del primo Ottocento negassero “la morte come catastrofe finale” e la concepissero invece “come serie di tante piccole morti che si susseguono durante il corso della vita, dalla nascita in poi”. Sul punto cfr. S. Spinsanti ( La morte umana, ed. Paoline, p. 125 ).

(5) I pitagorici stigmatizzavano il suicidio come viltà e diserzione: “Lasciare il posto che ci é assegnato nella vita non é lecito senza l’ordine del capo, cioé di Dio”.

In una simile visione combattentistica della vita si colloca anche il pensiero dell’Evola: “Quel che si é come persona nella condizione umana procede – Egli insegna ( in, Cavalcare la tigre, Milano, 1961, p. 323 ) – da una scelta originaria prenatale e pretemporale, con la quale si é voluto, nei termini di un “progetto originario” ( Sartre ), tutto ciò che definiva il contenuto di una data esistenza”; e ancora ( ibidem ): “Il corso dell’esistenza, pur non potendo essere attribuito alla volontà più esteriore e già umana del singolo ( della persona ) , segue, in via di principio, una linea che per l’Io ha un significato, sia pure riposto e coperto: come un insieme di esperienze importanti non in sé stesse ma per le reazioni che propiziano in noi, reazioni attraverso le quali può realizzarsi quell’essere che si é voluti essere”.

Da tali presupposti ( che anche noi condividiamo ) il grande Filosofo contemporaneo deduce il dovere di non suicidarsi dato che “come in una avventura, in una missione, in una prova, in una elezione o in un esperimento, la vita terrena appare essere qualcosa per cui, prima di trovarsi nella condizione umana, ci si é decisi, accettandone in anticipo gli stessi eventuali lati problematici, squallidi o drammatici” ( Cavalcare la tigre, p. 323 ).

Ma é lo stesso Evola ( Ivi, p. 324 ) a riconoscere che, una volta ammesso “ quel progetto che predetermina il corso essenziale dell’esistente individuale”, “perfino il suicidio potrebbe essere pensato come uno dei particolari atti già in esso contemplati, tanto da avere solo apparentemente il carattere di una iniziativa arbitraria della persona”.

(6)Non é già che esista un vero e proprio “dovere” di non evitare il dolore: é semplicemente che ( purtroppo!) l’appuntamento col dolore che il Fato ci ha riservato non é evitabile: la scelta é solo tra il ritardarlo o l’affrontarlo ( subito ).

Vogliamo con questo dire che l’uomo deve rassegnarsi a subire il dolore? Per nulla! Non solo l’uomo deve impegnarsi per seminare saggiamente ( nell’oggi ) una felice esistenza ( nel domani ), ma anche di fronte al dolore che deriva dai suoi errori passati, non deve essere né rassegnato né passivo. Non può evitarlo?Bene, che lo affronti allora; ma non rassegnato ad essere vinto, ma fermamente deliberato a vincerlo. Insomma di fronte al dolore ( che il Fato ci riserva ) si possono assumere quattro atteggiamenti: si può sfuggirlo ( ed é da vili ), si può esserne travolti ( ed è da imbelli ), si può subirlo mantenendo la mente lucida e il nostro equilibrio ( ed é da forti ), si può vincerlo ( ed è da Eroi ).

Ma si può vincere davvero il dolore ? Certo che sì! Si tratta solo di saper assumere di fronte ad esso il giusto atteggiamento. Per i dolori psicologici, questo é abbastanza evidente: certi pensieri ( certe riflessioni, più o meno…filosofiche ) hanno effettivamente il potere di farci vincere il dolore che ci deriverebbe da certe situazioni esistenziali. Per i dolori fisici, la cosa é meno evidente. Ma a farcene intuire la verità sta il fatto che certe ferite che si provocano gli amanti nell’amplesso ( o si provocano gli officianti in particolari riti di carattere orgiastico ) perdono il carattere della dolorosità proprio per come sono “vissute” le sensazioni che determinano.

(7) L’Evola, dopo aver affermato la regola dell’inammissibilità del suicidio, ad essa fa eccezione per “ quel tipo di suicidio che appare essere imposto da un proprio fallimento” ( Cavalcare la tigre, p. 322 ).

(8)“Il fantasma più frequentemente evocato dall’eutanasia – dice S Spinsanti ( Etica bio-medica, ed. Paoline, 1987, p. 181 ) – é quello della diga che si rompe. La diga é un’immagine che sta a rappresentare la barriera costituita dalla legge e dalla morale contro lo scatenamento degli istinti e la disgregazione sociale. Dopo l’accettazione dell’aborto – temono molti – la prossima falla nella diga sarà la legislazione

sull’eutanasia! Una società centrata sui valori efficientisti e produttivi trova sempre maggiore difficoltà a giustificare investimenti che non siano compensati da benefici. L’assistenza fornita alle legioni crescenti di vecchi, in una popolazione in rapida senescenza, fa parte delle perdite secche. E se, dopo una certa età, la medicina si limitasse alle cure palliative, rinunciando a impiegare il suo vasto – e costoso! – armamentario per prolungare delle vite diventate infruttuose? La questione comincia ad essere sollevata, per ora come un semplice ballon d’essai. Sullo sfondo si delinea con il profilo dei forni crematori, il programma eugenico nazista di eliminare le “vite non degne di essere vissute”. Per rafforzare la diga contro i tempi di ferro incombenti, alcuni ritengono che sia urgente ribadire, in nome dell’etica, il “no” all’eutanasia, un “no” energico e assoluto, su tutta la lunghezza del fronte della vita giunta al termine”.

(9) “Dal momento che il gesto medico può essere mortale, se é giustificato da buoni sentimenti, la fiducia é intaccata. Il malato si domanda ormai se l’iniezione che gli viene praticata é per curarlo o per ucciderlo. Si può immaginare l’angoscia che regnerà in certi reparti”. Così la Commissione per la famiglia dell’episcopato francese in un documento recente ( novembre 1984 ) sull’eutanasia : Vita e morte su ordinazione.

“I motivi addotti a difesa del comportamento tradizionale dei medici sono plausibili – commenta S. Spinsanti ( Etica biomedica, p. 178 ) – ma colpisce il fatto che allo stesso argomento della fiducia del paziente nei confronti del medico facciano ricorso anche coloro che sollecitano una modifica delle norme della deontologia medica. La fiducia del malato – sostengono – é accresciuta, se questi sa che può contare sul medico, non solo per guarire, ma anche per morire. L’angoscia più profonda del morente dei nostri giorni é quella di essere abbandonato, nel momento in cui, secondo la scienza medica, “non c’é più niente da fare”. In nome di un contratto morale implicito nell’alleanza terapeutica, il malato vuol poter contare sul medico fino all’ultimo, anche per poter finire i suoi giorni”.

(10) S. Spoinsanti ( Etica biomedica, p. 186 ): “La distinzione tra azione diretta e indiretta, é anch’essa tradizionale nella filosofia morale. Nel caso dell’eutanasia indiretta, l’azione produce la morte, ma l’intenzione di colui che agisce non é la soppressione. L’esempio più chiaro é quello derll’overdose di sedativi, data per alleviare i dolori del paziente, non per ucciderlo. Pio XII ha applicato esplicitamente la distinzione, che si basa sul principio del duplice effetto, alla terapia del dolore:

“ Se la somministrazione dei narcotici cagiona per se stessa due effetti distinti, da un lato l’alleviamento dei dolori, dall’altro l’abbreviamento della vita, é lecita”. Aggiungeva però, che bisogna ancora considerare se tra i due effetti vi sia una proporzione ragionevole, e se i vantaggi dell’uno compensino gli inconvenienti dell’altro”.

(11) Però la Sacra Congregazione per la dottrina della fede , in una sua Dichiarazione sull’eutanasia ( del maggio 1980 ) affermava che tale va considerata “tanto un’azione quanto un’omissione che di natura sua procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore”.

(12) La (dolce) morte data agli individui fisicamente o psichicamente degenerati al fine di migliorare la razza, viene propriamente chiamata eutanasia eugenica. Di essa qui non ci occupiamo perché ci porterebbe alla troppa lunga disgressione necessaria per approfondire le teorie razziste.

(13) S. Spinsanti ( La morte umana, ediz. Paoline ) fa notare che sia Moro che Bacone furono degli statisti e spiega la loro adesione alle teorie eutanatiste con l’influsso del mercantilismo, nelle cui teorie, com’é noto, si affermava che le risorse del mondo sono limitate.

(14)Moro, peraltro, ritrattò in seguito le sue tesi eutanatiste.

(15)“I mezzi proposti ( per uccidere pietosamente gli inutili ) – spiega Arrighini ( in Quinto non uccidere, p.145 ) – sono molteplici: avvelenamento, asfissia, elettrocuzione, cloroformizzazione, ecc.; ma il meno penoso, inavvertito, e quindi più raccomandato, é il gas ottenuto da Binet-Sanglè col far agire sull’azotato di ammoniaca una temperatura di 200° C. ed é già largamente usato dai chirurghi, massime negli Stati Uniti d’America, per produrre in breve tempo l’anestesia ed analgesia necessarie per gli atti operativi. Avrebbe anzi questo gas sul cloroformio e sull’etere notevoli vantaggi: in soli 20 secondi esso conduce obnubilazione della coscienza, e, dopo altri 40-50 secondi, quando siano penetrati nel sangue appena 50 milligrammi di protossido, la coscienza si spegne del tutto. Se si spinge la dose del gas circolante nel sangue a 60 milligrammi, l’individuo passa da vita a morte insensibilmente. Nessuno dei fatti disgustosi che si avverano nella cloroformizzazione: non agitazione, non senso di angoscia, non delirio, non allucinazioni, quali colpiscono molti soggetti prima di cadere nello stato di incoscienza. Il gas potrebbe essere somministrato facendo entrare il soggetto in un locale disposto all’uopo, “sala dell’eutanasia”, dapprima gli si farebbe un’iniezione di due centigrammi di cloridrato di morfina, chè anzi, per rendere tale piccola operazione pur essa indolore, si anestetizzerebbe la parte con vaporizzazione di cloruro di etile. Posto così il soggetto in una fase preliminare di benessere cenestesico e di calma dello spirito, gli si farebbe respirare il protossido di azoto, finché attraverso uno spiraglio, non fosse accertato il suo trapasso definitivo”.

(16) Ecco come si esprime un eutanatista, Carlo Richet: “ Noi uomini inciviliti, siamo diventati troppo umanitari e di una sensibilità morbosa: sensiblerie ;la nostra organizzazione sociale é incompatibile con la selezione naturale, anzi, é una vera antiselezione perché lasciamo vivere e moltiplicarsi, con cento svariate istituzioni filantropiche, gli elementi più nocivi al benessere, alla sanità, al vigore fisico e morale della razza”.

E un celebre alienista, Hoche – riferendosi ai pazzi irrimediabilmente indementiti per cui “la medicina é impotente” e neanche può “ far loro giungere neppure uno spiraglio di conforto traverso la fitta nebbia della loro incoscienza” – domanda “Quale vantaggio per essi, per le desolate o indifferenti famiglie, per l’oberata società civile, il conservarli ancora in vita? Non sarebbe più pietoso, anzi, meno crudele, abbreviare quella misera esistenza, troncare quelle orribili e troppo lunghe agonie corporee e psichiche?”.

Sul punto cfr. Arrighini ( Quinto: non uccidere , p. 141 ss )da cui abbiamo tratte le citazioni.

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