Estorsione

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Estorsione

La vocazione più profonda dell’uomo, non é quella di vivere lavorando ( cioé svolgendo attività ingrate, sentite come fatica e unicamente compiute per quel che permettono di conseguire: in primis, il pane quotidiano ) ma di vivere creando.

Ma tutti noi sappiamo che questa vocazione é realizzata appieno solo da alcuni pochi ( anzi, pochissimi ) di noi, da quelli di noi che costituiscono il top dell’Umanità ( dai Gandhi, dai Beethoven, dagli Emerson…..), la maiors pars deve sottostare alla condanna biblica: scacciata dal Giardino Terrestre, incapace di riconquistarne l’accesso, deve procurarsi il pane “col sudore della fronte”, deve rassegnarsi a compiere attività, non creativamente, ma in vista del tornaconto (1).

Ma come l’uomo-lavoratore costituisce una degradazione dell’uomo-creatore, così c’é un ulteriore tipo d’uomo che costituisce una degradazione dell’uomo-lavoratore: stiamo parlando dell’uomo-parassita ( di cui sono esempi l’uomo-ladro, l’uomo-truffatore,di cui trattiamo in altre “voci”).

Una sottospecie di questo é l’uomo-estortore. Val la pena di occuparcene in quanto ciò ci darà modo di renderci conto di quanto l’umanità si sia allontanata dalle porte dell’Eden: non solo l’uomo-creatore costituisce una rarità, ma anche la specie dell’uomo-lavoratore tende sempre di più a estinguersi ( dando luogo a figure ibride che sociologi e giuristi non sanno se collocare tra i “lavoratori” e gli “estortori”),

L’uomo-lavoratore si procura i beni di cui abbisogna producendoli direttamente o scambiandoli con altri da lui prodotti: io ho bisogno di pesce e di frutta, quello me lo procuro andando a pescare, questa scambiando parte di ciò che ho pescato con parte di ciò che dagli alberi ha raccolto il mio vicino.

Certo, ogni scambio ha implicita l’idea del ricatto ( e con ciò ci avviciniamo al cuore dell’argomento che ci interessa: nel sentire comune, estorsione = ricatto ); quando dico al mio vicino: “ Se tu non mi dai della frutta, io non ti dò dei pesci” in un certo senso lo ricatto. Però la Società non giudica immorale tale mio agire perché, é vero che mi procuro la frutta di cui abbisogno col ricatto, ma é anche vero che ho aumentato la ricchezza comune ( con ciò che ho pescato); ed é proprio questo che mi salva nel sentire comune: il fatto cioé che, in definitiva, sono un produttore, uno che ha aumentato la ricchezza della comunità.

Mettiamo ora a confronto ( perché ciò ci permetterà di coglierne le peculiarità) la figura così delineata del lavoratore con due tipiche figure di estortori (2).

Tizio propone a Caio questo do ut des: tu mi dai 100 milioni e io non ti brucio quella villetta che hai al mare. L’affare é buono ( chi costruì la villetta, di milioni, ne volle duecento e rispetto al risultato economico tanto vale il costruire quanto il non distruggere una cosa ); eppure Caio dà a Tizio del malfattore: perché ? Perché Tizio non é uno che aumenta, ma che al contrario minaccia di diminuire la ricchezza comune! Tizio, di professione giornalista – stiamo facendo il secondo esempio di estorsione – ha raccolto un materiale molto compromettente sull’onorevole Parlabene; ed ora gli propone: “ Tu mi dai 100 milioni ed io non pubblico il materiale”. Il baratto é ragionevole ( se fosse trombato alle elezioni, l’onorevole ci rimetterebbe molto di più), ma anche qui nessuno di noi dubiterebbe a marchiare con l’infamante titolo di estortore il ( troppo ) intraprendente giornalista: perché ? Perché é vero che il nostro giornalista ha faticato per raccogliere il materiale ( forse non meno che il contadino sulla vanga ), é vero che ha ottenuto da tale sua fatica un risultato utile per la società

( questa ha tutto l’interesse a conoscere le malefatte dei suoi rappresentanti): meriterebbe la medaglia se pubblicasse il materiale raccolto; però, ecco il punto: la contropartita dei cento milioni non é la pubblicazione, ma la distruzione del materiale: non ci troviamo di fronte all’ homo faber , ma all’ homo destruens!

E’ insomma una mancanza di positività, di costruttività, se ci é permesso il termine, di “solarità”, quella che giustifica il biasimo sull’operato dell’estortore.

La morale vuole che noi ci si procuri il pane dando qualche cosa di utile, non tanto ad un singolo ( il giornalista, consegnando il materiale compromettente all’onorevole, certamente gli dava qualcosa di utile), ma alla società.

Quel che caratterizza il “parassita”, non é tanto la sua incapacità a lavorare: in fondo anche il ladro, il truffatore, l’estortore fanno un lavoro, faticano : é l’incapacità di lavorare in maniera “solare” , positiva, costruttiva.

L’ideale sarebbe che noi fossimo capaci di un’attività creativa. Di un’attività cioé compiuta senza attenderci e pensare al tornaconto; da chi non può realizzare tale ideale, la Morale pretende almeno che sia capace di compiere un’attività senza un interesse assorbente per il tornaconto. Un po’ come fa l’artigiano ( che é infatti la perfetta antitesi psicologica dell’estortore) , che sta nella sua bottega per guadagnarsi il pane quotidiano, ma che mentre lavora é tutto preso dall’idea di creare qualcosa di bello e di utile ( e ai soldi forse neanche più ci pensa ).

Perché, é chiaro, una volta che l’interesse al tornaconto sarà diventato assorbente, la personalità si sarà immeschinita, immiserita, si sarà allora persa anche la sensibilità necessaria per stabilire se un’operazione é moralmente lecita o é immorale, un’estorsione : il mio vicino ha una villa valorizzata da una bellissima vista panoramica, perché non dovrei dirgli “dammi 100 milioni o ti oscuro la visuale sopraelevando” ? Il mio inquilino, se lo mando via, non saprebbe dove andare ad alloggiare, perché non dovrei dirgli: “ vendimi la tua preziosa collezione di francobolli per tot oppure ti mando lo sfratto” ? Se il guadagno é quel che conta ( se é lecito all’agente immobiliare arricchirsi speculando sul rialzo dei terreni fabbricabili, se é lecito al luminare della medicina farsi una fortuna speculando sul desiderio della clientela di guarire…), perché non dovrei estorcere denaro dovunque mi é data la possibilità di farlo ?

Note

(1) E tuttavia non si é completamente in noi obnubilata l’originaria vocazione, dal momento che ancor oggi ci ripugna che le professioni più qualificate e più nobili siano compiute in vista di un corrispettivo: l’avvocato, il medico ( l’architetto….) ricevono in cambio della loro fatica un “onorario” ( non una mercede ): é un’ipocrisia, sì, ma si ricordi che l’ipocrisia é “l’omaggio che il vizio rende alla virtù” – nel caso l’omaggio che un’umanità degradata rende alla sua più sublime vocazione.

(2)Per l’art. 629 del nostro codice penale compie una “estorsione” “ chiunque, mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procura a sè o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno”. La pena prevista é “la reclusione da tre a dieci anni e la multa da lire un milione a quattro milioni”.

Anche se questa “voce” viene da noi trattata fuori da ogni preoccupazione di ordine esegetico per il diritto positivo, pensiamo che possa interessare al lettore il seguente passo in cui , un grande giurista, l’Antolisei, approfondisce uno dei punti più difficili della problematica sull’estorsione: la definizione del concetto di “ ingiusto profitto” ( di quell’ingiusto profitto che l’agente deve perseguire perché si possa ai sensi di legge parlare appunto di estorsione) : “ (…) A noi sembra che per giudicare della ingiustizia ( del profitto ) debba considerarsi(….) il rapporto esistente fra il mezzo coattivo usato e il vantaggio patrimoniale avuto di mira. Se questo mezzo é di per sé antigiuridico ( lesioni, percosse, limitazioni della libertà personale, ecc.), il profitto si considererà sempre ingiusto e sussisterà il delitto di estorsione. Se, invece, il male prospettato per costringere la persona non é di per sé antigiuridico, come nel caso che venga minacciata un’azione giudiziaria, una denuncia all’Autorità , la comunicazione al Fisco di alcune notizie,ecc, occorre stabilire se di questi mezzi si faccia, o no, un uso conforme agli scopi per cui i mezzi medesimi sono consentiti dalla legge. Soltanto nel secondo caso ricorrerà l’estorsione, la quale, pertanto, dovrà essere ravvisata nel fatto di colui che minacci di agire giudizialmente per un debito scaduto al fine di ottenere i favori della moglie del debitore, di denunciare un reato che sia stato commesso, mettendo a prezzo il suo silenzio; di portare a conoscenza del Fisco alcuni dati del bilancio di un’azienda per ottenere utili non dovuti ( revoca di un licenziamento, aumento di un’indennità,ecc.) . Oltre ai casi dell’uso di mezzi giuridici per scopi diversi da quelli per cui tali mezzi sono stati concessi dalla legge, il profitto dovrà , a nostro parere, ritenersi ingiusto tutte le volte che il conseguire quel dato vantaggio con la minaccia di quel dato pregiudizio sia contrario ai buoni costumi. E’ il caso del gazzettiere che spilla del denaro per passare sotto silenzio fatti scandalosi, del claqueur teatrale che taglieggia gli artisti con la minaccia dei fischi; del ladro che offre il riscatto della refurtiva contro un idoneo compenso,ecc”.

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