Droga

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Alcuni uomini ( i mistici, i poeti…) sono in grado, per la loro particolare sensibilità, di aprirsi a “stati d’animo” capaci di rendere loro la vita del tutto degna di essere vissuta. Ma la maggior parte degli altri uomini – dopo essersi procurati ( con astuzie e compromessi vari ) il cibo e un tetto e in più quanto possa rendere loro confortevole la vita – si trovano di fronte un terribile spettro: l’aridità di sentimenti; un’aridità che finirebbe per rendere loro un peso e una maledizione quella vita che tanto si sono preoccupati di salvaguardare e prolungare. Essi allora cercano di supplire al difetto di sensibilità ( che hanno rispetto ai loro simili più fortunati: il mistico, il poeta….) ricorrendo al sesso ( e ciò qui non interessa ), ricorrendo ad attività rischiose ( al gioco d’azzardo, all’alpinismo, alla guerra… – e ciò ancora qui non interessa) o ricorrendo all’uso di particolari sostanze, le droghe (1) ( e ciò costituisce l’argomento della presente voce ).
Essi sanno, ricorrendo alle droghe, di dover pagare l’alimento che così riescono a dare alla loro sensibilità, con poco ( o con tanto ) della loro vita: sanno di sacrificare la loro salute, sanno che morranno qualche giorno ( o qualche anno ) prima. Però é un prezzo che in un certo senso non possono rifiutare: quel che importa ( essi lo intuiscono più o meno confusamente ) é la quantità di vita che si riesce a carpire all’avaro Fato; e non la sua durata.
La religione e la morale non condannano ciò: si preoccupano solo di interdire alcune droghe ( e ben può essere che per una religione o una morale venga ad essere tabù ciò che per un’altra religione o un’altra morale é perfettamente lecito) (2) e di vietare l’abuso di quelle tollerate (3).
Non sono poi mancati ambienti religiosi ( si pensi all’ambiente dei “misteri” dell’antico Occidente, si pensi all’ambiente di alcune sette shivaiste ancora oggi presenti in India….) in cui addirittura si raccomanda l’uso di certe droghe come mezzo – sia pur pericoloso – per aprirsi un contatto col Divino (4).
Nostra opinione-
A una persona che – per combattere il deserto interiore – accetta di menomare ( poco o tanto ) la salute e l’efficienza del suo fisico, lo Stato può obiettare qualche cosa?
Certo che sì: può obiettare ch’esso é tanto più forte quanto più  sono forti moralmente e fisicamente i cittadini; che, pertanto, chi di questi diminuisce in sé salute ed efficienza, lo impoverisce. Può obiettare ancora che se, poi, col drogarsi, uno si rende malato o inabile, ancor più evidente é il vulnus che a lui ( idest, allo Stato ) arreca: Tizio a 40 anni a forza di sniffare cocaina é già un vecchierello: ha bisogno di chi vada a far la spesa per lui, di chi lo accudisca nelle faccende domestiche….non é evidente ch’egli ha recato, così riducendosi, un grave danno alla Società, allo Stato ?!
Dunque la Società ha tutto il diritto di proibire ai suoi membri di drogarsi ( nei limiti dettati dal buon senso, che sa come l’assoluto ascetismo sia una via d’eccezione, a pochi eletti adatta, e come sia necessario tollerare qualche vizio in tutti gli altri); e, senza dubbio, dal punto di vista di una morale minore, che si occupi di sanzionare i comportamenti che danneggiano la Società, si può affermare che drogarsi é male, é peccato.

Ma si dirà: poniamoci dal punto di vista di una morale superiore, che solo si preoccupi di indicare quei comportamenti che ostacolano il progresso spirituale dell’uomo; ebbene, da questo punto di vista, perchè dovrebbe dirsi che drogarsi é male?!
Perché – rispondiamo – far dipendere la propria evoluzione spirituale da qualche cosa di esterno é una vera e propria contraddizione in termini (5); dato che lo scopo di tale evoluzione é proprio l’indipendenza e la libertà dell’uomo.

Note

(1) Ecco come vengono definite le droghe dalla Enciclopedia Cattolica ( vol. IX, 1953, voce Stupefacenti ,c. 1443 ) : “ Sostanze tossiche ad azione elettiva sulla corteccia cerebrale che, inibendo i centri nervosi superiori, sono atte a modificare le capacità  percettive ,  immaginative  ed  intellettive  in  modo da indurre ( secondo le dosi ) stati di semplice euforia, di sonnolenza, di ebrezza stuporosa, di allucinazioni e di sensazioni cinestetiche generalmente gradevoli”.

(2)Ad esempio l’alcool é probito all’arabo che, invece, può fumare l’hashish ( interdetto agli europei ).
Insomma ogni Paese ha la sua droga, ed é portato a giudicare quelle degli altri Paesi come particolarmente nocive e degradanti. Mentre così necessariamente non é. Ce lo fa comprendere il seguente passo ( tratto da un articolo pubblicato nel The New York Times Magazine dell’11-02-1973 a firma di Henry Kassim ) che descrive l’uso dell’oppio in Iran prima del ’50 ( data in cui fu proibito) : esso non appare per nulla più degradante dell’uso che dell’alcool si fa da noi, in Europa: “Molte delle case dei ceti superiori di Teheran avevano una stanza ben arredata in cui gli ospiti di sesso maschile si ritiravano dopo cena e dalla quale ben presto si spandeva verso le signore che erano rimaste in salotto l’odore di un oppio di prima qualità. Coloro a cui piaceva l’oppio entravano nella stanza per dare qualche tiro di pipa con gli amici; coloro a cui non piaceva restavano con le signore, proprio come alcuni prendono un liquore dopo cena quando il carrello fa il giro del tavolo, e altri no. Tale usanza non veniva in alcun modo stigmatizzata”.
“E’ difficile non concludere – sostiene Thomas Szasz in un suo interessante e provocatorio libro ( Il mito della droga, Feltrinelli, 1977,p.55 ) – che l’uso dell’alcool e quello del tabacco siano ormai abitudini profondamente radicate nei paesi di religione cristiana e di lingua inglese, e che di conseguenza consideriamo queste sostanze come buone; mentre siccome l’uso della marijuana ( hashish ) e quello dell’oppio sono abitudini pagane e straniere, consideriamo queste sostanze come cattive”.

(3) Ma che cosa deve intendersi per “abuso” di una droga ? Ecco la risposta che si trova in un testo famoso di psichiatria ( Jerome H. Jaffe, Drug AddictionDrug Abuse,  in Louis Goodinan e Alfred Gilman ( a cura di ), The Pharmacologual basis of Therapeutics, 4° ed. , p. 276 ): é abuso “l’uso, solitamente attraverso

autosomministrazione, di una qualsiasi droga secondo modalità deviante rispetto agli schemi medici o sociali approvati in una data cultura”.
Proprio commentando questa definizione, il Szasi ( Op. cit. , p.24 ) prende lo spunto per contestare ( giustamente!)…l’abuso di etichettare come malattia ogni comportamento deviante. Lasciamogli la parola: “ Ma limitiamoci ad osservare attentamente cos’é l’abuso di una droga. Jaffe stesso lo definisce come una qualunque altra devianza “rispetto agli schemi medici o sociali approvati” dell’uso di droga. Ci ritroviamo così immediatamente nel cuore della mitologia della malattia mentale: infatti come un comportamento farmacologico socialmente disapprovato costituisce “abuso di droga”, ed é ufficialmente riconosciuto come malattia da una professione medica che é un’agenzia autorizzata dello stato, così un comportamento sessuale socialmente disapprovato costituisce “perversione” ed é altrettanto ufficialmente riconosciuto come malattia; e così, più generalmente, un comportamento personale , socialmente disapprovato, di qualsiasi genere esso sia, costituisce “malattia mentale” che é altrettanto ufficialmente riconosciuta come una malattia “come tutte le altre”. Ciò che é particolarmente interessante ed importante a proposito di tutte queste “malattie” – cioé l’abuso di droga, l’abuso di sesso e la malattia mentale in genere – é che pochi o forse nessuno dei “pazienti” che ne sarebbero affetti riconoscono di essere malati; e che forse per questa ragione, questi “pazienti” possono essere, e spesso lo sono, “curati” contro la loro volontà”.
Come un “malato” , appunto, la Morale cattolica considera il tossicomane e pertanto ritiene non gli si possa imputare a peccato l’uso degli stupefacenti salvo “l’obbligo, se e quando gli sarà possibile, di far ricorso al medico per le necessarie cure di disintossicazione” ( L.Rossi, Droga ,in  Dizionario enciclopedico di teologia morale, ed. Paoline, 1976,p.286 ).
“L’assenza di volontarietà nel momento in cui agisce – fa però notare il Moralista cattolico ( L. Rossi, ibidem ) – non depone a favore di un’assenza di volontarietà anche in causa. La responsabilità si ha tutta e solo nel momento in cui, con piena capacità intellettiva, un individuo decide di darsi alla droga, pur prevedendo le conseguenze psicofisiche di quanto avverrà nello stato di alterazione”.
Va anche fatto presente che l’insegnamento della Chiesa Cattolica ammette l’uso della droga per lenire le sofferenze di malati gravi: “E’ lecito somministrare dosi di narcotici o stupefacenti ad un infermo grave o moribondo per alleviare i suoi dolori fisici e per sollevarlo moralmente, a condizione che ne abbia dato il consenso e che abbia già provveduto ai suoi doveri religiosi e sociali; la ragione é il sollievo della sofferenza e la possibilità di maggiore serenità, anche per prevenire una sua ribellione alla Divinità” (L.Rossi, Op, cit. , p. 287 ).

(4) Può dare un’idea dei principi che sottendono all’uso delle droghe in tali ambienti il seguente passo tratto da Introduzione alla magia come scienza dell’io ( vol.II, p. 1413, a cura del Gruppo di UR, Roma, 1971 ):” Potete aiutarvi ( per comprendere cosa succede nell’uso magico delle droghe ) con questa immagine: tu stai qui, su questa rupe, là, di fronte, un’altra rupe; in mezzo , il vuoto. Se  di colpo ti si dà un urto, tu, preso di sorpresa, nel novantanove per cento dei casi finisci giù.

Ma se tu hai la prontezza di cogliere la spinta, di essere attivo prima quasi di essere sorpreso; se,  esattamente, sai prendere, in un tuo slancio la spinta impreveduta ed esterna – tu salti – e ti ritrovi sulla rupe di faccia. Questa rupe al di là é la riconquista di una coscienza liberata. La prima rupe era la coscienza gravata dalla condizione individuale, quindi soggetta a tutto ciò a cui per via di un corpo si può essere soggetti. E nell’immagine potete trovare altre analogie. L’urto, si capisce, che ti manda fuori, é l’azione dei “corrosivi” subitanei. Questa azione sarà sempre di sorpresa, per la sua natura  e perché, nell’uomo, fra corpo e anima c’é discontinuità. Come se potesse vedere dinanzi, l’anima, ma non dietro a sé voltandosi. In questo “dietro” comincia il corpo, vi sboccano le vie che vengono dal profondo, dall’occulto del corpo. Ora, l’azione esplicata dalle “acque corrosive” viene dall’esterno, giunge attraverso il corpo, da dietro, dunque. Ecco la situazione é proprio come quella di chi sta sul margine della roccia e non può prevedere né il momento, né la qualità della spinta che viene da dietro. Perciò senza la prontezza di spirito di un lampo, con questo genere di “acque corrosive”, di “veleni”, l’esperienza conduce a rovina”.

(5) Così J Evola ( in La doctrine de l’eveil , Paris, ed. Adyar, 1956, p. 239 ) spiega la prescrizione del Buddhismo “ di astenersi dalle sostanze tossiche o “forti”, ciò che si deve essenzialmente intendere con riferimento agli alcoolici”: “Questo principio ha egualmente una base tecnica. Queste sostanze producono uno stato d’ebrezza, che, nella forma in cui poteva sovente manifestarsi, non nell’uomo moderno, ma nell’uomo dell’antichità, potrebbe anche rappresentare una condizione favorevole, là ove la “esaltazione” corrispondente – piti – fosse guidata in maniera da agire nel senso giusto. Ma si tratta, in pratica, di una esaltazione “condizionata” che, in quanto tale, lede quasi sempre l’”Io”; nel momento in cui avrebbe dovuto agire una forza propria, é intervenuta, al contrario, una forza estranea, di modo che lo stato corrispondente é, in fondo, pregiudicato da una rinuncia e da una passività originaria. In un modo o nell’altro, si é dunque creato un “debito”, si é stabilito un “patto” oscuro – così come capita, in maggior misura, in tutte le forme della così detta magia cerimoniale. In India – con il tantrismo – e in Occidente – con il dionisismo pre-orfico – si é intravista la possibilità di combinare attività e passività in uno stato di ebrezza – a sua volta, non privo di relazioni con le stesse forze del sesso – stato che é necessario condurre fino al punto dove, con l’estasi, gli antecedenti finiscono per perdere d’importanza. Dei metodi simili non potrebbero tuttavia convenire a una via d’ascesi chiara e, oseremmo dire, “olimpica” come é quella dell’insegnamento buddhista originario. Si tratta di un’altra via”.

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